Dopo aver esordito la scorsa settimana con l’ironia delle dinamiche da ufficio, oggi ci spostiamo in un luogo decisamente più silenzioso: una collina toscana, al tramonto, davanti a una siepe monumentale e a un foglio ostinatamente bianco.
Ci ritroveremo a fare i conti con i nostri “pastelli preferiti” — quelle zone di comfort e quelle formule già pronte che usiamo per descrivere il mondo e noi stessi, per paura di sbagliare. Tra metafore romantiche e una Luna decisamente insolita, questa storia ci invita a fare un piccolo, coraggioso passo oltre ciò che già conosciamo.
Prendete il vostro colore preferito e... buona lettura!
Pervinca
La siepe era alta almeno tre metri, fitta come un segreto di famiglia, e verde di quel verde scuro così profondo, così difficile da definire con una sola parola. La siepe era come una presenza, un confine, la parola limite scritta in botanica. Dietro, il cielo aveva già cominciato a scurire, e i due colori si fondevano in un punto imprecisato che l’occhio non riusciva a stabilire con certezza.
Era lì che avevo deciso di venire a disegnare.
Collina toscana, luce dorata, siepe antica, prato morbido: tre condizioni oggettive per un pomeriggio produttivo e perfetto. Mi ero portato i fogli, la scatola di pastelli, una certa idea romantica di me stesso come persona che sa stare nel silenzio e tradurlo in forma grafica. La scatola era aperta. I fogli erano bianchi, ma io fissavo la siepe da quaranta minuti senza aver tracciato una sola linea.
Eppure, i pastelli che mi ero portato erano molti e tutti diversi.
Quarantotto colori, ciascuno con il suo nome stampato sul lato in caratteri minuscoli e speranzosi: arancio tramonto, rosso ciliegia, giallo limone, verde bosco. Un intero vocabolario del mondo visibile, a disposizione. Eppure, ogni volta che allungavo la mano, finivo per prendere sempre gli stessi due: il pervinca e il blu.
Non era una scelta. Era una gravitazione.
E da lì — come succede quando si è soli su una collina con troppo tempo e nessuna disciplina — il pensiero aveva cominciato a muoversi per conto suo. Verso la luna, che ancora non si vedeva ma si intravedeva, in agguato dietro la siepe come un’ospite che aspetta il momento giusto per entrare. Verso i pensieri che diventano piccoli puntini luminosi nel cielo della mente, nel cielo della mente, stavo davvero pensando questa cosa. Stelle cadenti che diventano polvere, polvere cosmica che scende e avvolge e scalda come un mantello, come quelle coperte che le nonne facevano d’inverno davanti al caminetto.
Mi fermai.
Le coperte delle nonne.
Stavo seduto su una collina in Toscana con quarantotto pastelli e stavo pensando alle coperte delle nonne. C’era qualcosa di profondamente strano, o profondamente giusto, in me stesso. Non riuscivo a stabilire quale delle due fosse corretta.
Il caminetto, pensai, era spento. Naturalmente. Era giugno, faceva ventisei gradi, e il caminetto era spento. Dentro non c’era altro che cenere. Di tutto quel calore non restava che polvere, polvere color luna…
«Scusa.»
Alzai la testa.
La luna era sorta, senza che me ne accorgessi, sopra il margine sinistro della siepe. Tonda. Bianca. Con quell’espressione di chi ha appena sentito pronunciare il proprio nome in un contesto che non gli piace.
«Stavi per dirlo, vero?» disse. «Polvere color luna.»
«Stavo solo...»
«Color luna. Come se fossi un campione Pantone.» Fece una pausa. «Sai quante volte sento questa cosa in una notte? In una sola notte?»
Non risposi.
«Milioni» disse lei. «Milioni di volte. Luna che brilli, luna che taci, luna che osservi silenziosa, luna che custodisci segreti. Custodisco segreti. Io? Addirittura, mi hanno chiusa in un oblò una volta.» Sembrava stanca, con la stanchezza di chi ha sentito la stessa solfa troppe volte senza essere mai ascoltata. «Sono un corpo roccioso a duecentotrentaquattro mila miglia da qui. Non custodisco niente. Non ho neanche un’atmosfera degna di questo nome.»
«È una metafora» dissi, un po’ sulla difensiva.
«Ah, una metafora. Grazie. Non avevo capito in settantamila anni di onorata carriera.»
Il prato era molto silenzioso, intorno. Le cicale avevano smesso. Forse anche loro stavano origliando la nostra conversazione.
«Allora come dovrei descriverti?» chiesi.
La luna sembrò considerare la domanda con una certa sorpresa, come se nessuno gliela avesse mai posta in questi termini.
«Onestamente» disse alla fine.
«Onestamente.» Guardai il foglio bianco sul mio grembo. «Sei... rotonda.»
«Meglio.»
«Bianca. O gialla. Dipende dalla posizione.»
«Continua.»
«Sei un satellite. Sei vecchia. Sei piena di crateri e non hai vita e non hai acqua e... no, aspetta, hanno trovato acqua?»
«Tracce» disse lei, con una certa modestia.
«Tracce d’acqua, quindi. E sei silenziosa, ma non nel senso poetico: nel senso che non c’è aria e il suono non si profaga.»
La luna rimase ferma nel cielo. Poi disse: «È la descrizione più bella che abbia sentito in secoli.»
Rimasi in silenzio qualche istante. «Non ti sembra un po’ poco?»
«Mi sembra vera.» Poi, dopo una pausa: «Il problema di voi umani è che non riuscite a descrivere niente senza trasformarlo in quello che volete che sia. La luna romantica, la luna dei segreti, la luna degli innamorati.» Una breve pausa. «Come i pastelli.»
Abbassai lo sguardo sulla scatola.
«Hai quarantotto colori» disse la luna «e prendi sempre gli stessi due.»
«Pervinca e blu.»
«Perché?»
Non lo sapevo. O forse lo sapevo e non lo avevo mai ammesso con me stesso. «Perché sono i colori che conosco» dissi alla fine. «Nel senso che li conosco. So come si sfumano e si combinano sul foglio. So quanto colorare, dove si fondono, come sbiadiscono verso i bordi. Gli altri... non li conosco abbastanza.»
«E quindi non li usi.»
«E quindi non li uso.»
La luna fece qualcosa che, se fosse stata umana, avrei chiamato un sorriso. «Anch’io faccio così» disse. «Da secoli rispondo alla descrizione che mi hanno dato. È comoda. La conosco.»
«Ma non ti piace.»
«Ma non mi appartiene sempre.»
Il prato era scuro, adesso, e la siepe era nera contro il cielo, e la luna era l’unica luce rimasta sul foglio bianco che ancora non avevo toccato. Allungai la mano nella scatola. Le dita trovarono per abitudine il pervinca e poi si spostarono, un centimetro più in là.
Arancio tramonto.
Non lo conoscevo. Non sapevo che sfumatura avrebbe dato al foglio, quanto intenso fosse e dove invece sbiadisse.
Lo presi lo stesso.
Autrice: Maddalena Benincasa
Pagina Substack dell’autrice: Maddalena Benincasa
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Molto carino, anche se io vedo la luna in maniera diversa.
Per me la luna ha un'anima saggia, paziente, come quella degli amici che sanno quanto è importante l'errore, per ricominciare a sbagliare o per non farlo ancora.
Penso che la luna ci veda un po' così, il parente tonto dell'universo.
Grazie per la lettura e buona domenica! Leonardo
Bellissimo racconto! Ho trovato interessante anche il dialogo con la luna🌛mi ha fatto sorridere, ma anche pensare a quanto spesso usiamo sempre gli stessi colori per guardare le cose. E adesso mi hai fatto venire voglia di cercare il colore della luna in giapponese, geppaku, bianco lunare 😊 (lo usavano tanto in letteratura e nella poesia antica)