L’arresto di Nicolás Maduro per mano statunitense è solo uno degli ultimi tasselli di un mosaico geopolitico in rapida evoluzione. Nelle ultime settimane, tra le crisi in Iran e l’accordo strategico sulla Groenlandia, l’equilibrio della lotta per l’egemonia mondiale sembra aver subito un’accelerazione improvvisa. Sotto la superficie delle dichiarazioni politiche, si muovono logiche di puro interesse economico.
La situazione è tuttora molto intricata e non sempre i media riescono a fornirne un quadro completo. In questo articolo, suddiviso per capitoli, cercheremo di dare un senso a ogni cosa perciò seguiteci fino alla fine.
Il fronte energetico: Venezuela e Iran
L’intervento in Venezuela non risponde solo a questioni di stabilità regionale. Il Paese è uno dei principali fornitori di petrolio della Cina: estromettere il regime di Maduro significa, per Washington, privare Pechino di una risorsa vitale e, contestualmente, assumere il controllo di enormi giacimenti.
Lo scenario si ripete, con sfumature diverse, in Iran. Colpito da un’inflazione che da 8 anni sfiora il 40% e da una svalutazione cronica del Riyal - nascosta agli occhi del mercato -, il regime di Teheran vacilla sotto il peso di proteste interne e isolamento internazionale. Il punto di rottura è ancora una volta l’energia: non potendo vendere il petrolio all’occidente a causa di un embargo commerciale, l’Iran alimenta l’economia cinese attraverso una “flotta fantasma” di navi mascherate che aggirano le sanzioni USA, vendendo greggio in valuta cinese a prezzi scontati. Per gli Stati Uniti, neutralizzare questo asse significa colpire il cuore finanziario del “Dragone”.
Il “Caso Groenlandia” e il compromesso di Davos
Al World Economic Forum di Davos, Donald Trump ha ritirato la minaccia di dazi contro l’Europa dopo aver siglato un accordo con la NATO. Sebbene la sovranità resti formalmente danese, l’intesa garantisce agli USA due pilastri strategici:
Difesa: Il via libera a basi e installazioni radar per il cosiddetto “Golden Dome” (lo scudo spaziale americano).
Risorse: L’accesso esclusivo all’estrazione di terre rare e minerali critici, fondamentali per l’industria high-tech, escludendo di fatto l’influenza di Russia e Cina.
Dunque non si può certo negare che Trump non abbia ottenuto ciò che voleva, senza usare la forza.

Il Board of Peace e la diplomazia "a pagamento"
A completare questo quadro di ridefinizione degli equilibri mondiali c’è la nascita del Board of Peace, presentato anch’esso al World Economic Forum di Davos nella settimana del 19-23 gennaio.
Non si tratta di una semplice commissione diplomatica, ma di un organismo presieduto a vita da Trump che mira a scavalcare l’ONU nella gestione dei conflitti, a partire dalla ricostruzione di Gaza.
La vera particolarità del Board è la sua natura transazionale: la partecipazione sembra avere un prezzo. Per ottenere un seggio permanente, i Paesi sono chiamati a versare contributi miliardari, trasformando la pace in un’operazione finanziaria gestita secondo principi di libero mercato
L’interdipendenza forzata tra UE e USA
Nonostante le tensioni, la rottura tra Europa e Stati Uniti resta un’ipotesi remota per ragioni di bilancio. Gli USA sono il principale partner commerciale extra-UE: vantiamo nei loro confronti una bilancia commerciale positiva di circa 200 miliardi di euro annui. Ciò si traduce in un avanzo commerciale a nostro favore, con un volume di esportazioni superiore a quello delle importazioni. Un divorzio economico significherebbe prezzi alle stelle, economia in recessione e disoccupazione di massa, tutti problemi che i nostri governi non possono permettersi.
C’è poi il nodo energetico: dal 2022 il gas americano è diventato il sostituto vitale delle forniture russe. Ipotizzare una riduzione di questi flussi, anche parziale, significherebbe esporsi a un’impennata dei prezzi e a una crisi di approvvigionamento senza precedenti, data l’impossibilità di reperire rapidamente alternative valide sul mercato globale.

Tuttavia, il legame è a doppio filo. Washington non può ignorare quello che Macron definisce il “bazooka commerciale”: 500 miliardi di euro in scambi che gli USA non potrebbero rimpiazzare facilmente, senza contare la dipendenza delle “Big Seven” tecnologiche americane dal mercato europeo.

Inoltre, gli Stati Uniti a chi venderebbero il petrolio in eccesso ottenuto dall’acquisizione delle piattaforme di estrazione venezuelane?
Un’altra “bomba” economica riguarderebbe le Treasury Bills: se l’Europa smettesse improvvisamente di comprare titoli di stato americani, i tassi di interesse negli USA salirebbero, destabilizzando l’economia globale. È un equilibrio basato sulla fiducia nel sistema del dollaro.
La Costituzione come faro
In questo clima di tensioni, il Capo dello Stato ha ribadito con fermezza la posizione dell’Italia, richiamando ai valori fondamentali:
“Il faro della diplomazia italiana è la Costituzione. Tutelare sempre l’UE, senza regole condivise il mondo rischia di tornare alla barbarie.”
“Si avverte il dovere che si eviti che il percorso compiuto dalla comunità internazionale nei decenni che hanno fatto seguito alla Seconda Guerra Mondiale venga cancellato.”
Resta aperta una domanda cruciale: in un mondo dove la forza sembra prevalere sul diritto, quale strategia dovrebbero adottare i nostri rappresentanti per tutelare gli interessi nazionali senza rinunciare ai principi democratici?
Voi che ne pensate? Fateci sapere la vostra opinione.
Autore: Marco Bonaita


