Quante volte ci siamo trovati a fare i conti con la paura, la colpa e il bisogno di trovare riparo quando il mondo ci appare troppo grande e ostile?
In questo testo intimo e vivido, l’autore esplora il peso delle trasgressioni infantili, il fascino magnetico del pericolo e la scoperta dolorosa della responsabilità e della fragilità altrui. Una riflessione lucida e commovente che mette in discussione le nostre piccole grandi colpe, ricordandoci l’importanza di fare i conti con i propri errori e con il modo in cui scegliamo di custodire i ricordi.
Buona lettura!
Una preghiera per T-Rex
L’età è quella di quando dici di non credere più alle favole e in cuor tuo speri di sbagliare. I bambini avranno pur il diritto di sbagliare, no? Vivevo con i miei genitori in una struttura mastodontica color mattone che, oltre all’appartamento di famiglia, ospitava altri due appartamenti, uffici e due magazzini dell’azienda di mio zio - si occupava di qualcosa legato all’illuminazione stradale. Tutta la zona era un comprensorio industriale e al civico dopo il nostro si trovava il meccanico di paese. Era un uomo dal sorriso gentile, quasi materno, in contrasto con la divisa da lavoro, una tuta macchiata d’olio di motore e dall’odore sempre così pungente da questioni tra maschi. Aveva il suo capannone centrale, dove scivolava sotto le macchine con i suoi arnesi e le sue soluzioni, uno spiazzo anteriore, dove i clienti lasciavano i bolidi acciaccati in attesa delle cure necessarie, e il retro, l’unico spazio in cui la vegetazione cresceva senza regole, relegato a quelle che io chiamavo le carcasse, carrozzerie e scocche arrugginite dal tempo e dalla pioggia.
Stavo giocando a calcio. Lo spazio aperto intorno alla nostra struttura era, per ragioni legate al lavoro di mio zio, una distesa di cemento larga qualche metro, attorniata da tettoie sotto cui si ammassavano macchinari e strumenti di vario genere, tutti polverosi e per molti versi misteriosi. Mi ero irritato perché non riuscivo a completare un giochetto in palleggio e allora avevo tirato il pallone verso quei macchinari con più forza che potevo e questo si era infilato in qualche angolo nascosto. Dopo qualche sbuffo e un po’ di autocommiserazione, mi infilai alla ricerca tra una ruspa e un fascio di cartelli stradali. Il sudore della maglia attirava il terriccio e la polvere grigia del cemento. Quando riuscii a intravedere il pallone, la mia attenzione fu catapultata su una nuova carcassa parcheggiata nel retro del meccanico. Era un maggiolino bianco, marrone sul tettuccio mangiato dall’incuria, ma con ancora il volante e, al posto delle ruote, quattro blocchi di cemento a tenerlo in posizione. A dividermi c’era solo una rete, non troppo alta, e una piccola distesa di erbacce, interrotta qua e là da una colonna di pneumatici e un albero di trasmissione. Il sole cadeva sul maggiolino come fosse un dono divino, come fosse davanti ad un’apparizione. Mi era già presa la fissa di provare a salirci.
C’era solo un problema: il cane.
Il meccanico, per proteggere la proprietà, teneva un alano dal manto marroncino, che aveva la testa -all’epoca, ma probabilmente anche adesso- più grande della mia. E fosse stata solo la testa…sembrava un incrocio con il tirannosauro di Jurassic Park. In qualche occasione, quando stazionava sullo spiazzo anteriore, ben controllato dall’andirivieni del suo padrone, cercavo di provocarlo, fissandolo e tirando il pallone contro la rete nella sua direzione. Come essere chiusi in una fortezza di massima sicurezza e urlare a chi è da basso: Dai, fatti sotto! Il cane mi fissava e mi pareva avesse gli occhi insanguinati di rabbia; a farmi paura non era il solo abbaiare, ma quando, abbaiando e sbavando una cascata famelica di saliva, si metteva sulle due zampe, spingendo con le altre due sulla rete che si piegava come fosse carta. A quel punto me la squagliavo a gambe levate dentro casa.
Decisi di studiare un piano, anche se forse il termine è esagerato: uno stratagemma, ecco (forse è esagerato anche stratagemma). Il pomeriggio successivo seguii con la coda dell’occhio i movimenti dell’animale, e quando mi parve ben disteso e sonnecchiante nello spiazzo davanti, feci una corsa, mi infilai tra i macchinari e scavalcai la rete - il mio peso non riusciva a piegarla tanto quanto quello del cane. I passi sulle erbacce caddero pesanti. La portiera del maggiolino era solo socchiusa, quindi ci entrai senza l’ufficialità di un invito. C’era una leggera puzza di zolfo. I sedili erano squarciati e la mia chiappa destra sentiva lo scheletro ferroso sotto il rivestimento. Ma il volante era di un marroncino chiaro luccicante e la visuale, anche se coperta da una nebbia di ruggine, era perfetta. Mi immaginai di guidare ad una gara di rally, governando con i miei gorgoglii il rumore del motore, probabilmente assente sotto il cofano.
Quasi mi soffocai dal terrore quando lo vidi. A passo pigro, l’alano superò l’angolo e diede un’annusata all’aria. Poi voltò il muso e io abbassai il corpo con la stessa veemenza dei cartoni animati alla Tom&Jerry. Inglobato sotto il cruscotto come un feto, aguzzai le orecchie per percepire eventuali fruscii sospetti della vegetazione. Riuscii a trattenere lo stimolo a tossire, dovuto ai residui dell’aria, fino a che feci partire un gemito dalla gola. Poi fuggirono due colpi di tosse. Mi misi una mano davanti alla bocca. I battiti del cuore facevano vibrare anche i miei piedi. Lo sentii avvicinarsi. Chiusi gli occhi e mi ripetei che ero al sicuro. Al sicuro, al sicuro, al sicuro. Bastava non fare rumore. Mi venne da tossire di nuovo e strinsi i denti fino a far sanguinare il labbro inferiore. Quando mi passò il pizzicore, scivolò via come un premio anche l’incedere caotico delle sue zampe. I miei occhi sbucarono da sopra il volante, il minimo per avere un accenno di visuale. Il cane era accucciato, sempre vicino all’angolo da dove era sbucato: stava prendendo il sole. Restai così, con le mani salde al volante, per...mi parve un’eternità, ma possono essere stati dieci minuti come un’ora. Il cane venne richiamato da un fischio e sparì oltre il capannone. Non ci pensai due volte. Scesi dal maggiolino e, questa volta a passo spedito, saltai oltre la rete. La maglietta, agganciata involontariamente ad una sporgenza, mi si strappò.
Provai di nuovo a stazionare nella carcassa, immaginando di essere un pilota pronto all’imminente derapata. La verità era che ormai la vedevo come una sfida tra me e l’alano. Per quanto tempo riuscivo a fregarlo? Mezz’ora? Un’ora? Di più? Un gioco pericoloso, e proprio per questo una calamita per le mie ambizioni. Non ci incontrammo più –lo stratagemma funzionò meglio in seguito, anche perché avevo studiato gli orari in cui il cane si piantava sul davanti- ed ero riuscito a stare nel maggiolino fino a un’ora e due minuti senza il rischio di essere azzannato.
Un pomeriggio di aprile contornato da un cielo grigio e umidiccio, invitai a casa i miei amici Lucio e Gianmarco. Un po’ per farmi vedere da Gianmarco, il più ardito e sconsiderato dei tre, raccontai delle mie visite oltre la rete. Non ci volle molto, uno sguardo d’intesa, un sorriso d’assenso: eravamo già pronti ad infilarci nel maggiolino.
“T-Rex non lo vedo”. Lo avevamo soprannominato così. Distesi a pancia in giù, ci eravamo nascosti dietro dei tubi di metallo lunghi qualche metro, consegnati il giorno prima a mio zio. Lucio utilizzava un finto binocolo pescato da una rivista di caccia e pesca. “Confermo! Non è in vista”. Si era messa a cadere una leggera pioggerellina che poteva essere scambiata per un’umidità piuttosto consistente. Con la vista frugai tra le nuove macchine parcheggiate, l’andirivieni dei proprietari che lasciavano le chiavi e mimavano i guai sotto il cofano al meccanico. Ma niente: T-Rex non voleva fare la sua apparizione sul palcoscenico. “Poco male…Ci andiamo lo stesso”. Lo sguardo di Gianmarco era fiero, gli occhi guardavano l’orizzonte con il portamento di un eroe mitologico. “Non so se…Se è sul retro ad aspettarci?”. Non potei fare a meno di domandarlo. “Ci armiamo!” propose Lucio. Gianmarco annuì, e devo dire che neanche a me l’idea sembrò da buttare. Scandagliammo la zona degli attrezzi di mio zio. Gianmarco optò per un tubicino di acciaio, io scelsi una bomboletta spray di vernice nera, e Lucio, approfittando dello spago del binocolo, agganciò alla schiena un cartello stradale rosso con su scritto STOP. “Guarda che T Rex non sa leggere” gli feci notare. “Voi avete scelto armi d’attacco…questa sarà la nostra arma di difesa. Il nostro scudo”. La spiegazione sembrava avere senso, quindi tacqui in segno di rispetto.
Ci appoggiammo alla rete. “Ecco il maggiolino!”. Non c’era il sole a renderlo un’apparizione celeste, ma accese lo stesso l’entusiasmo nei nostri occhi. Guardammo a destra e sinistra, come prima di attraversare una strada. C’erano il manto d’erba non tagliata, pneumatici, l’altra carcassa di una Fiat Panda, un albero curvo. Un colpo di vento smosse l’erba. “Siamo sicuri?” stavo per chiedere, ma ingoiai la domanda e sullo stomaco sentii tutto il peso della paura. Cercai di buttarlo fuori in un lungo espiro. Data l’esperienza, dovevo essere il primo a scavalcare, quindi agganciai le mani ai fili di ferro della rete.
Arrivammo al maggiolino con dei movimenti guardinghi. Il vento e i conseguenti fruscii dopavano i nostri sensi di allarme. Facemmo attenzione a non pestare rametti secchi o qualsiasi altra cosa potesse creare più rumore del necessario. Non pensai alla portiera, forse perché, muovendola sempre e solo dopo aver controllato la distanza di sicurezza da T-Rex, il suo clangore da vecchio rottame non poteva far danni. L’irruenza con cui Gianmarco la aprì scaturì come un segnale d’allarme che fece svolazzare due uccelli appollaiati sul ramo dell’albero. Ognuno specchiò la propria disperazione sul volto dell’altro. Il primo verso fu un rantolo seguito da un leggero guaito. Lo vidi, tra la Fiat Panda e l’albero; mi fissò per un istante come fossi una semplice sorpresa. Poi lasciò andare le fauci, i muscoli delle gambe, e divenni una preda. “Dentro! Dentro! DENTRO CAZZO!”. Gianmarco si catapultò sul sedile assente del passeggero, io mi accucciai sulla zona del cambio. Lucio, nella fretta, non spalancò completamente la portiera –si bloccava naturalmente a poco più di metà- e il cartello stradale che teneva agganciato alla schiena si incastrò. Quando T Rex arrivò, vedemmo il metallo del cartello stradale sporgere in avanti. Il rumore era quello di un carnivoro affamato davanti al suo banchetto. Fortuna volle che -come aveva ipotizzato Lucio- tra noi e lui ci fosse uno scudo. Le fauci del cane, le gengive rosse, i denti bianchi e rabbiosi, trovarono lo spazio per infilarsi appena sotto il cartello stradale. D’istinto Gianmarco prese le caviglie di Lucio e allontanò i piedi dai morsi a catena che grondavano una bava dall’odore di marcio. Allungai il braccio, presi la mira con la bomboletta e schiacciai forte sulla bocca aperta dell’animale. La puzza di vernice sostituì il marcio. Si sentì un guaito lancinante, una terribile offesa, e il cane scappò via. Per qualche minuto si sentirono solo i nostri respiri e qualche colpo di tosse. Ci muovemmo prima di esserci ripresi completamente: dovevamo fare in fretta. Spingemmo forte la portiera, corremmo senza guardarci attorno e scavalcammo la rete in contemporanea.
T-Rex si riprese in poche ore. Il meccanico lo aveva lavato, pensando si fosse infilato in qualche antro troppo sporco. Decisi di non far più visita al maggiolino. Forse ritenevo di aver raggiunto il massimo risultato senza incidenti: insomma, l’obiettivo non era certo farmi azzannare un polpaccio. Non badai più a T-Rex per due mesi, fino a quando non dovetti andare dal meccanico su richiesta di mio padre – non ricordo esattamente i motivi. Era disteso all’ombra, vicino alla cuccia nello spiazzo anteriore. Probabilmente il meccanico notò il mio interesse. Disse che stava male, che era vecchio e che aveva avuto un grosso guaio all’anca. Chiesi se mi potevo avvicinare. Il meccanico mi accompagnò. T Rex alzò di nuovo la testa e mi guardò. La rabbia era svanita, o almeno, così mi sembrava; al suo posto c’era una vivida impressione di resa. Mi accovacciai e allungai il braccio, il palmo aperto rivolto all’insù. T-Rex lo annusò e mi diede due leccate. Sorrisi, e lui poggiò di nuovo la testa sulla freschezza del terreno.
Cominciò a rimbombarmi per la testa quel verso che aveva fatto scappando, dopo la spruzzata della bomboletta. Quanto dolore gli avevo causato? Non era una bastonata, ok, ma in fondo eravamo stati noi tre –io, Gianmarco e Lucio- a invadere il suo territorio e lui non stava facendo altro che difenderlo. E io gli avevo riempito il naso e la bocca di chissà quali sostanze tossiche. Volevo ottenere il perdono – lavarmi la coscienza, più che altro- e fare qualcosa di buono per T Rex, dopo avergli fatto qualcosa di cattivo. Dato che non avevo grandi spazi di manovra sulle malattie e la vecchiaia, mi venne in mente la grande pratica diffusa tra adulti in questi casi: la preghiera.
I miei erano dei cattolici di superficie; mi portavano a messa solo un paio di volte l’anno – Pasqua e Natale - e io non azzardavo alcuna lamentela: tutte quelle prediche non avevano mai convinto il mio lato più oscuro. Decisi allora di rivolgermi a mia zia, frequentatrice assidua della parrocchia e credente fino alla punta dei capelli, che portava sempre ben ordinati fino alle spalle.
“Si può pregare per un cane, zia?”. Avevo bussato al suo appartamento e lei mi aveva portato in cucina, dove stava finendo di cuocere il ragù di carne. Ero seduto al tavolo, con davanti dei biscotti tondi al cocco e una tazza di thè, i cui fumi erano addolciti dal miele. “Si può pregare per qualsiasi essere vivente, tesoro”. Le si appannarono gli occhiali spessi, che a me ricordavano più la maschera di un supereroe. “E gli fai un favore?”. Anche se non riuscivo a vederle gli occhi sotto le lenti, la zia si girò e mi fissò. “Non c’è favore migliore!”. Inzuppai un biscotto e lo mangiai, bevvi del thè per sciacquare la bocca. “Potresti pregare insieme a me per un cane?”. A quel punto, nonostante le lenti ancora coperte di condensa, interpretai lo sguardo di mia zia come pieno di curiosità. Si lavò le mani sotto il rubinetto e si asciugò su un canovaccio legato in vita, su cui era disegnato un papavero giallo. “Certo, tesoro! E’ il cane di un tuo amico?”. “Quello del meccanico”. “L’alano?”. Annuii. “Sta…sta poco bene?”. “Dice che è vecchio e che ha un grosso problema all’anca, il meccanico”. Mia zia poggiò i gomiti sul tavolo, intrecciò le dita e alzò le mani sotto la luce della lampada. “Fai così”. La imitai. Chiuse gli occhi, e li chiusi anch’io. “Mio Signore…”. “Mio Signore…”. “Fa che…ha un nome?”. “T-Rex” dissi a occhi chiusi. “Fa che T-Rex, che è un cane tanto tanto buono…”. Mi ritornarono alla mente le scene di quando piegava la rete con le zampe anteriori. Aprii gli occhi e dissi: “Non è proprio buono”. Anzi, pensai che, nonostante la razza, era proprio un bastardo purosangue. Dopo un attimo di silenzio, mia zia domandò: “E’ un cane cattivo?”. Appoggiai la bocca alle mani, il pensiero mugugnava dalle labbra. “Diciamo che era un cane da guardia”. Quindi mia zia si schiarì la voce e sussurrò: “Va bene”. Abbassò la testa, chiuse gli occhi. La imitai di nuovo. “Mio Signore, fa che T-Rex, un cane…fedele ai suoi insegnamenti”. Mi sembrò una frase molto saggia, quindi la ripetei, dando il benestare. Gli augurammo di guarire appena possibile e sentii l’ingombro del ricordo di quel lamento -quel dolore di cui ero stato responsabile- squagliarsi in mezzo al vapore della stanza.
Morì quattro giorni dopo, e la mia fiducia verso il Signore non ebbe impennate. Venni a conoscenza, tramite mia madre, che il meccanico di lì a poco avrebbe preso un altro cane, e allora, questa volta per commemorare davvero T Rex, presi dal cassetto la maglietta che avevo strappato sulla rete durante la mia prima incursione nel maggiolino. Scavalcai di nuovo il nostro confine, e lasciai il cimelio -lo strappo bene in vista- disteso sopra il volante. Avevo capito che le favole c’entravano poco con la realtà, ma avevano a che fare con il modo di ricordarla.
Autore: Leonardo Beraldo
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