“L’è andai l’ultoèm di pensiunav da serie A, un toc ad la Mott che la gh’è pù.”
Così un noto ristoratore commentava la dipartita di un mottese doc, recentemente scomparso. Un pezzo di qualcosa che non può più tornare.
Con lui, in questi mesi del 2026, se ne sono andati altri di una Motta che non c'è più.
Non si tratta di essere nostalgici, né di recriminare sul mutamento dei tempi, visto che i defunti non erano giovanissimi e il tutto fa parte del naturale scorrere della storia, ma un fatto è indubbio: ci sono persone che, in una piccola realtà come la nostra, hanno lasciato un segno tangibile del loro passaggio, nella mente e nei sentimenti di chi li ha frequentati.
Quasi tutti li conoscevano perché loro conoscevano quasi tutti, perché avevano in fondo quel senso di appartenenza alla nostra comunità in cui si erano sempre ritrovati.
Cose semplici magari banali ma che svuotano la scatoletta dei ricordi di ciascuno di noi.
Chi riparando semplicemente qualcosa, chi offrendo un gelato, chi dando una mano in parrocchia senza chiedere niente, pronti ad offrire il loro servizio dove ce ne fosse bisogno.
Anche solo per scambiare qualche era chiacchiera al bar o in piazza….
Forse ricordandoci di loro si dovrebbe provare a ricreare quel clima di solidarietà e accoglienza che ci ha sempre contraddistinto, magari dando prima di chiedere, ascoltando prima di parlare, capendo prima di giudicare. Accompagnando, dove possibile, i gesti con un sorriso.
Hanno sempre descritto il popolo mottese come un gruppo di persone chiuse, restio ad accettare i nuovi arrivati ma se pensiamo a questi nostri concittadini che ci hanno salutato, forse è vero il contrario.
Arrivederci protagonisti di un bellissimo passato, addio pezzi di quel mondo che siamo stati. Vi sia dolce l'acqua del fiume.
Autore: Il Gallo


