Una lettera indirizzata a chi sembra non voler rispondere, le finestre di una casa di campagna spalancate sull’estate e il vocio di un piccolo borgo che insegue le sue verità.
Tra ricordi d’infanzia, incomprensioni familiari e l’ombra di un’assenza che pesa come un macigno, le parole di un’amica di sempre ricompongono a poco a poco il mosaico di una vita inquieta, tracciando il confine sottile tra la fuga, la resa e la riconciliazione.
Buona lettura!
Sono stata da te
Sono stata da te, ieri pomeriggio sono passata a vedere se eri in casa.
Mi sono incamminata e, ringraziando il fisioterapista, non ho faticato nel compiere la distanza che sulla brecciolina porta fino a te.
Amo quell’ultima curva annunciata dalla bouganville che esplode vivace oltre le mura del conte, il vicino che critichi e che, secondo me, invidi oltremodo.
Avrei voluto scambiare due parole, sei diventato un tal musone, che una musona come me non può che provare interesse nel cercarti e nel parlarti. Ho notato, che le imposte sul lato strada erano aperte, infuocate da questa strana estate che sarà meno pazza di quelle che verranno in futuro. È possibile che tu fossi dentro, è possibile che non avessi voglia di parlare.
Ti capisco e non mi sono allarmata affatto, perché è già successo che ti negassi in presenza, solo per la noia di sostenere i soliti argomenti. Sei tornato avvilito dal tuo ultimo viaggio e ti volevo portare un saluto, tuo malgrado siamo vicini e dovresti fartene una ragione.
Sono rimasta a guardare le tue finestre, certa che tutto andasse bene, me ne sono andata in paese. Avevo voglia di un buon formaggio, nonostante il medico me lo abbia sconsigliato.
Convivo con i fastidi di stomaco da quando avevo quindici anni e, col tempo, ho scoperto che a lacerarmi dentro non sono i cibi, ma le persone e le aspettative che nutro.
Avevi una faccia così buffa la scorsa settimana, ti ho ascoltato e mi ha fatto piacere vederti ancora combattivo nella desolazione. Ho pensato e ripensato a te in quella stanza del notaio, ho pensato e ripensato alla tua delusione. Un vecchio cantante diceva che “è del mondo che sono figli, i figli”, figuriamoci i nipoti amico mio.
Discutere di soldi con chi ha lavorato poco ed ereditato tanto è frustrante. La povera Lidia sarebbe stata più ferma, non avrebbe perso le staffe come sai fare tu e non avrebbe regalato alla nipotina la metà dell’appartamento che non le spettava.
Ti sei fatto coglionare e hai fatto bene. Ragionare con gli avidi non è possibile. Mio marito ti avrebbe dato ancora del matto, fosse vivo quel matto di mio marito. Volevo dirti che non meriti il bel giardino che ti circonda, dovresti curarlo di più. Il viaggio ti deve aver stancato molto e conosco le tue lunghe giornate che seguono episodi di stress, come quello che hai provato da quel notaio, ma adesso è tempo di curare il tuo perimetro e lasciare i fatti strani della città alla città. Disfarsi di una proprietà è stata la scelta giusta, a cosa servono del resto i mattoni in più, hai fatto beneficenza a tua nipote. Spero solo che sarà felice e saprà apprezzare l’ennesimo dono. Dicevo che devi curare il tuo perimetro e, quando ti stanchi di scrivere, vienimi a portare una cosa bella, una cosa che trovi per me. Non lo farai, accamperai ancora scuse sul fatto che io ho buon gusto e che rischieresti di deludermi.
Lasciamo stare. Michael passerà di qui verso le sette, al termine del suo solito allenamento in bicicletta, gli consegnerò questa lettera da portare a te, mi auguro che te la porga tra le mani.
Le gambe sono stanche e, adesso che l’estate sta finendo, sento la penombra che si mangia la strada oltre il vigneto. Sai che l’incombere dell’autunno mi ha sempre angosciata. Non ti infastidire a leggermi, porta pazienza per chi, volendoti bene, porta pazienza con la tua maleducazione. Vorrei solo saperti sereno oltre il fuoco di quelle finestre, oltre le quali fai trincea delle tue amarezze. Non sei l’unico ad essere nato sensibile, non sei l’unico a pensare che il mondo non s’impegni a cercare le strade per andare d’accordo. Aspetto tue notizie, spererei di vederti arrivare con quella bella camicia di lino, l’unica che hai vestito nelle ultime settimane. Capirei che è ancora tutto a posto e che hai ancora voglia di sperare.
È venuta Nicoletta, è venuta per parlarmi con la fretta di chi deve ripartire. Usava una finta cortesia, faceva domande banali sul dove avrebbe potuto trovarti e lo chiedeva mentre cercava, rovistando in un borsone di Chanel, un buono sconto per una grande catena di profumerie. La mattina seguente al sopralluogo, aveva già pieni i bagagli da caricare sulla Range Rover che le regalasti una decina di anni fa. Mi sembra di capire che ti sei preso un po’ di tempo libero da noi. Breve o lunga che sarà, questa pausa pesa sul respiro.
Se volevi farci sapere quanto contasse la tua presenza, sappi che sei uno stupido e sei riuscito nell’intento; ora torna e smettila di giocare se di un gioco si tratta.
Nicoletta non ha capito chi sei, è tremendamente disordinata e mostra sempre un’aria stanca.
Tua nipote fuma, stringe la sigaretta tra le labbra, la schiaccia e la marca col rossetto scuro e ride nervosamente per tornare seria ed impacciata quasi subito. Non ama le mie considerazioni, non so che essere fredda con chi mostra una finta disperazione.
Sono gentile, ma i miei silenzi, quando la conversazione stagna, infastidiscono i fragili e i leggeri. Conosci il mio amore per te, conosci questo amore grande di amica o qualcosa di più.
Io non sono preoccupata se la tua, come credo, sia stata una scelta presa in libertà. Non credo tu abbia commesso un suicidio e il fatto stesso che ti stia scrivendo è la testimonianza che ti credo vivo o che mi comincio a disperare.
Il paese no, qui ti credono tutti morto per via di quella proverbiale depressione che ti ha, dicono loro amico-amore mio, caratterizzato sempre. La tua depressione era la loro scemenza, avrei voluto ribattere.
La tua depressione era guardarli mosche prigioniere di un bicchiere capovolto. In ogni caso i carabinieri sono stati molto gentili, sono dispiaciuti e ti cercano perché a loro manca la tua leale rissosità e quell’affrontarli ogni giorno imputandogli ogni cosa storta del creato. È venuto anche il Capitano Marchese, temevo dovesse riportarmi la notizia del rinvenimento del tuo corpo sotto qualche viadotto; invece era affranto e cercava di ragionare con me di dettagli che potessero aiutarlo a capire dove venire a prenderti, dove poterti salvare. Anche lui sostiene che tu sia vivo, sapeva del tuo vizio di tenerti dei contanti, soldi che non sono stati rinvenuti in casa.
Anche su questo Nicoletta sperava altro, ma come può esserti parente quella cosa lì? È secca, magrissima nel corpo e vuota dentro. Sono convinta che aperta, perdonami l’orrore di questa immagine, Nicoletta non ospiti neanche gli organi e tantomeno un cuore.
Michael ancora si allena e ancora si ferma da me, sperando in buone notizie. È simpatico Michael, sogna di essere riammesso in squadra a 35 anni, la squalifica per doping non lo ha fermato. Il suo obiettivo è disputare il prossimo Tour de France, se realizza questo sogno non ha altro da chiedere al mondo. Che stoffa, che carattere e che forza si porta dentro, convinto com’è di aver subito un’ingiustizia. Vorrei che il tempo si fermasse per lui e che le sue gambe non invecchiassero, che gioia sarebbe se ce la facesse; intanto suda, fatica e ci crede, pedalata dopo pedalata. Parlando di chi sa fermare il tempo, ti pregherei, se ti potessi consegnare questa lettera, di considerare questa necessità, per molti, di rivederti e riparlarti. Io non mi sono fermata nel fare, tengo sempre la casa in ordine. Ho i miei impegni, caro il mio musone, e non mi distrarrai con questa inscenata di una finta morte. Mi spiace molto per il tuo giardino, il capitano Marchese mi ha garantito che, finiti gli accertamenti, avrò il permesso di innaffiare e curare il tuo verde. La nipotina non ha posto problematiche, l’importante è che non entri in casa. Vedrai che farò un bel lavoro con la tua terra, anche il conte si è offerto di darmi una mano.
Erano le dieci del mattino quando la tazzina del caffè si è abbandonata all’aria che la trascinava veloce sul mio marmo. Hai fatto macchiare il pavimento e hai fatto tremare le mie mani, hai fatto mancare il respiro e, se non fosse stato per la gentilezza del capitano Marchese, forse anche la mia ceramica sarebbe andata in cento pezzi.
Mio dio che dolore, mio dio che hai fatto. È tardi e forse è già domani mentre scrivo, mentre comunque ti scrivo. Il Marchese mi ha detto dell’isola, mio dio, come sei tornato indietro nel tempo. Hai voluto morire dove costruivi i tuoi sogni, era così banale cercarti in quel luogo dimenticato.
Nicoletta è di nuovo per queste stradine, non mi interessa la questione notarile, spero solo di vederla sgommare via, spero si levi una nuvola di polvere e se ne vada al diavolo. Sommata a tutte le amarezze che sottolineavi e di cui avresti anche potuto evitare di fare proprie, Nicoletta non sembra sapere di essere un’assassina. Se poi capisse il male che ha fatto, il male che ha fatto anche a sé stessa, tirerebbe dritto senza mai ammettere di essere nociva.
C’è stato tutto quello che si deve fare a latere di una tragedia. Il piccolo borgo si è commosso, ci sono state manifestazioni di affetto, belle parole e poi tutto è tornato come prima. La gente ha lasciato l’orecchio teso alle cose frivole, quello che riguardava l’aspetto economico, quello che riguarda le cose, maledette le cose! Io non ho gioito delle tue ripicche nei confronti di Nicoletta. Penso, e te lo avrei detto sul muso, che avresti dovuto affrontarla da vivo; invece sei scappato all’altro mondo per farle un dispetto.
Sei sempre stato un po’ coniglio. Brontolavi, minacciavi e poi scappavi sempre quando c’era da darle sul serio, su questo mio marito aveva ragione. Eravate gemelli di utopia, ma straordinariamente lontani nella pratica. Io mi sono permessa di stare in silenzio, non mi sono mai fatta coinvolgere nel ciarlare e non mi hai fatto felice negando a Nicoletta l’immediata disponibilità dei tuoi terreni. Se è vero quello che si spettegola in paese, non sono sicura che accetterà la sfida di vivere qui, dove il telefono a malapena riceve e si sente niente del rumore della città. Quel rumore è una consolazione per chi non vuole ascoltarsi dentro, una scusa.
Questa bella natura forse le darebbe l’occasione di divenire migliore, lo è stato anche per te.
Ti ricordo convintamente urbano nelle prime settimane del tuo soggiorno, quando fingevi di non volermi sedurre. Questo contesto ti ha fatto cambiare prospettiva, hai capito quello che anni prima avevo capito anche io: i nostri intrecci di sofferenze sono inezia nell’universo, siamo spettatori di questa provincia meravigliosa chiamata pianeta Terra, è nostro dovere provare gratitudine e vivere ascoltando il consiglio di questa grande madre che ci accoglie.
Al dolore non serve un palcoscenico, il dolore grida dentro e in me c’è un gran vocio.
Hai ragione, due anni senza scriverti sono tanti. Oggi torno sui miei passi, non prendere questo mio gesto come un cedimento. Semplicemente ti ho portato rancore, vero che non mi fa onore, hai scelto di andartene sul lato oscuro della luna senza neanche avvertire del viaggio. Ti ho giudicato e ti ho messo via, ho pensato a me ed ho pensato ai vivi, perché bisogna sempre impegnarsi per migliorare questo ambiente che ci circonda. Tua nipote ha superato da poco quella fase di fatica, durata due anni, in cui non parlava mai di te. Una sera era tardi che erano solo le otto e mezza, ma era tardi perché aveva faticato davvero tutto il giorno a raccogliere le olive. Non è una festa la raccolta, non lo può essere quando il cielo è un muro di nebbia che ti bagna dall’alba fino al tramonto, che non ti è dato sapere che avvenga. Fa le cose quasi da sola, è una testarda e si fa aiutare solo per caricare le grandi casse sul furgone che a sera metterà in coda al frantoio. Le ho portato una zuppa, le ho portato un po’ di amicizia. Aveva un filo di febbre e qualche brivido, le ho detto che avrebbe potuto rimandare di qualche giorno, ma da tempo si è messa in testa di non smettere mai. È stato mentre il fuoco scoppiettava che prima di ridere ha pianto un minuto. Non ho fatto neanche a tempo a chiederle cos’era stato che ho capito e le ho dato una carezza su quella testa da maschiaccio che le fanno quei capelli corti. La sua pena, la tua pena è stata accettata e compresa. Adesso, ovunque tu sia, la devi perdonare per essere stata come gli altri. Ora la devi liberare e non fare tante storie, fantasmino pesante dalle gambe magre che non sei altro.
Dalle la felicità che si merita, io credo che tu solo lo possa fare, Nicoletta lo merita. Ora ti saluto, non ho intenzione di scriverti più, non ti voglio rifugio o ossessione. Davanti a casa mia, la dovresti vedere, scava in alto il cielo la betulla. Gli acciacchi mi hanno lasciata in pace da tempo, passo molte ore della mia pensione ad ascoltare la natura, a considerare ogni evento il momento più dolce della giornata. Il destino delle nuvole, l’impegno di una formica che si carica una briciola del mio pane, lo sguardo buffo di una capra che mi fissa, l’affetto smisurato dell’egoismo di un gatto, per me pari sono al mio spazio in questo luogo e in questo tempo.
Sono felice ritenendomi uguale ad ogni forma di vita vicina, sono felice che niente di me prevalga a danno di questo equilibrio. Michael ha perso il suo sogno, scoprendo poi di avere già vinto l’ambizione più grande, quella di unirsi al vento in ogni sua pedalata. Ciao!
Autore: Leonardo Caponi
Pagina Substack dell’autore: Leonardo
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Intensa e leggera, una lettera 'impossibile', e proprio per questo ancora più toccante.