Dopo ogni spettacolo, puntuali come il pendolino, tante persone mi pongono la stessa richiesta: “Perché non tieni un corso di teatro a Motta Visconti?”. La mia risposta è sempre la stessa: non ne ho i titoli, mi manca il pezzo di carta.
Mia moglie ripeteva sempre “Sei un trascinatore di popolo e un buon assemblatore di spettacoli, ma non sarai mai un vero regista, nè mai potrai insegnare teatro.”
Aveva certamente ragione. Non ho mai fatto corsi di teatro, di recitazione, di dizione, di musica, di canto, d’ improvvisazione, di poesia, di scenografia, di regia e di tutto quanto circonda il mondo del palcoscenico. Ci sono semplicemente salito più di quarant’anni fa e non ne sono più sceso.
No, in verità sono sceso per trasformarmi in modesto regista. Naif, molto naif.
Tutto è cominciato perché mi ero innamorato di una ragazza che recitava nella compagnia della mia scuola. Con lei non è successo niente, ma in compenso mi sono innamorato del teatro e col tempo ne ho capito l’importanza per me e per chi condivideva con me questa passione. È stato veramente un’ancora di salvezza nei momenti più difficili.
Ho imparato a capire il pubblico: questo è il segreto degli spettacoli che hanno avuto più successo. La cosa però non serve ad insegnare teatro.
Ho imparato a capire gli umori e le aspirazioni degli attori, ma questo non serve ad insegnare teatro.
Ho imparato a riconoscere quando ho fatto un buon lavoro e quando no, ma questo non serve ad insegnare teatro.
Ho imparato cos’è l’adrenalina da palcoscenico, ma questo non serve ad insegnare teatro.
Ho imparato che si arriva fino in fondo, superando tutte le difficoltà, solo se si è un gruppo unito, ma anche questo non serve a insegnare teatro.
Ho imparato a usare bastone e carota e a crederci sempre, ma questo non serve a insegnare teatro. Ho imparato cosa sono “le bestie da palcoscenico”, ma anche questo non serve ad insegnare teatro.
Ho capito che vale più la pratica della grammatica, che è meglio essere più empatici che tecnici e che è meglio sentirsi dire “che bello spettacolo” piuttosto che “bravo” e questo non si insegna a un corso di teatro.
Ho imparato a gustarmi il piacere di una risata che arriva dalla sala, ma questo non è abbastanza per insegnare a teatro.
Ho imparato che la vita in fondo è una commedia, ma non serve a insegnare teatro.
Ho imparato l’importanza delle critiche più di quella dei complimenti, per poter far sempre un passo avanti, ma anche questo non serve per insegnare teatro.
Ho imparato a piangere di gioia e a commuovermi per un niente, ma questo non serve a far teatro.
Dietro le quinte ho trovato sempre gli amici più veri, ma anche questo non serve far teatro. Ho capito l’importanza fondamentale della musica soprattutto se cantata tutti insieme e chissenefrega se qualcuno stona, ma anche questo non serve a far teatro.
Ho imparato l’arte del suggerimento e quella della scenografia, progettata col Doria davanti a un pezzo di formaggio e un bicchiere di vino, ma non serve per insegnare teatro.
Ho imparato a dire “lassa stà” quando qualcuno ha scritto un brutto copione e questo va insegnato a chi vuole fare teatro. Non da me.
Ho imparato che nessuna IA potrà mai sostituire la mia gente e che il modo più bello per ricordare quelli che non ci sono più è recitare per loro, ma non serve a insegnare teatro.
Ho imparato che quelle quattro assi sono una droga e su di esse tutti hanno qualcosa da dare, l’importante è mettersi in gioco, ma non serve a fare teatro.
Ho gustato il piacere di sognare ad occhi aperti, ma mi sono convinto anche che nessun insegnante potrà mai “insegnare” a farlo, perché sognatori si nasce.
Ho imparato che i ball in bon da fa bùj, ma che il dialetto non serve per insegnare teatro.
…sono stato uno, nessuno e centomila…
Ho capito che sono semplicemente il Gallo e semplicemente il Gallo non può fare un corso di teatro.
Oh, se non volete fare un corso di teatro ma volete provare a salire su un palcoscenico venitemi a cercare, la mia porta è sempre aperta.
Autore: Il Gallo


