Nel testo che segue ci siederemo al tavolino di un bar siciliano alle prime luci dell’alba, tra l’aroma avvolgente di un caffè macchiato e il fruscio di un quotidiano non ancora sfogliato.
Attraverso l’incontro inaspettato tra una giovane studentessa e un magistrato, questa storia diventa un viaggio intimo contro l'omertà, ricordandoci che la giustizia non è un concetto astratto da studiare sui libri, ma una promessa di coerenza e bellezza da mantenere anche a costo della vita.
Buona lettura!
Quanto dura un caffè
Guardai l’orologio per la terza volta. Era già in ritardo di mezz’ora. «A domani!» mi aveva detto il giorno prima. Tentai di ricordarmi se avesse aggiunto altro, ma no, aveva detto a domani e basta. Era sempre stato puntuale, anzi, il più delle volte era in anticipo, era sempre lui ad aspettarmi.
«Non mi perderei il caffè del mattino per nulla al mondo!» lo diceva scherzando, ma io sapevo che c’era un fondo di verità in quelle parole. In realtà, ogni giorno, ordinava latte macchiato. Quando gli veniva servito, afferrava la tazza calda e, prima che il caffè si perdesse del tutto, ne inspirava subito l’aroma, chiudeva gli occhi per un secondo appena, poi poggiava le labbra e sorseggiava con gusto. Lui sì che sapeva quanto durasse un caffè, soprattutto se si trattava di un caffè, come quello suo, destinato a perdersi nel candore del latte. Non so perché si ostinasse a ordinarlo sempre in quel modo. Veniva al bar alle sette in punto, per fare tutto con calma, «perché se cominci la giornata correndo, ti ritroverai a correre tutto il giorno» diceva.
Non avevo il suo numero, ma lui aveva il mio, gliel’avevo scritto su un tovagliolo e lui l’aveva conservato in tasca. Eppure, non mi aveva chiamata nemmeno una volta.
Quella mattina del 22 settembre, al bar c’era un brusio insolito tra i tavolini e al bancone. Ero troppo presa da mille pensieri per prestare ascolto alle chiacchiere agitate della gente. Pensavo a lui e, dopo un’ora di attesa, giunsi alla conclusione che, forse, aveva capito tutto, forse aveva intuito i miei sentimenti. D’altronde, non sono mai stata brava a nasconderli. Forse non voleva che immaginassi qualcosa che non esisteva, anche se, nonostante i moti interiori che mi si scatenavano dentro in sua presenza, non mi ero mai illusa. Lui non mi aveva mai dato motivo per farlo, anche se era stato sempre difficile capire cosa gli frullasse nella mente. Gli avrei confessato tutto quando sarebbe arrivato, quella mattina ero andata al bar con quelle intenzioni. Eppure, non mi avrebbe mai piantata in asso in quel modo. Me lo avrebbe detto in faccia che non mi ricambiava, e lo avrebbe fatto con quel tono sommesso ma deciso al contempo, ne ero certa. Solo, credo, quella sarebbe stata l’unica volta in cui non mi avrebbe guardata negli occhi.
Decisi di ordinare il caffè che avrei dovuto prendere con lui, quello che lui avrebbe fatto mettere nel suo latte. Cominciai a sorseggiarlo, e non mi sembrò mai così amaro come quel giorno. Stavo per poggiare con una smorfia la tazzina sul piattino, quando il mio sguardo, senza che volessi, si posò sul giornale del giorno già stropicciato, perdendosi tra l’inchiostro nero di parole e immagini. Accadde tutto in un lampo. Ricordo a malapena un tremore alle gambe e alle mani, la mia tazzina rovesciata sul quotidiano e l’alone del caffè che si espandeva veloce sulle parole, poi, la vista mi si annebbiò.
Frequentavo il bar sotto casa mia da qualche settimana e lui lo trovavo già lì, ogni mattina. In giacca e cravatta, i capelli neri sistemati con la riga da un lato, quello sinistro, un giornale, una matita per sottolineare, la sua valigetta ai piedi e il suo fedele latte e caffè. Se ne stava seduto al solito tavolino vicino alla vetrata, come se volesse assistere al risveglio frenetico del mondo. La notte buia senza stelle e senza luna dei suoi occhi, sembrava penetrare silenziosa nel profondo di ogni anima e percepirne i misteri ancor prima che essi si svelassero. Solo le sue labbra lo tradivano, allargandosi in fugaci sorrisi in segno di approvazione, o increspandosi in contemporanea alle sopracciglia quando qualcosa non lo convinceva.
Il giorno che udii per la prima volta il suono della sua voce fu una di quelle mattine di fine luglio, in cui l’aria, appesantita dai raggi già cocenti del sole, faceva fatica a entrare nei polmoni. Avevo appena preso una tazzina di caffè freddo tra le mani e mi stavo dirigendo al
mio tavolo, mentre lui era indirizzato verso il bancone. Il liquido nero oscillava da un bordo all’altro della tazzina, cercai di non farlo andare oltre, ma d’un tratto, schizzò via, andandosi a versare sulla camicia bianca di quell’uomo, bianca come il suo latte, e come quel latte, ora, macchiata.
«Tranquilla!» disse, rispondendo al mio viso schiaffeggiato dal senso di colpa. «Basta una lavata e via! E poi, ci voleva un po’ di refrigerio in una giornata come questa!» aggiunse, sorridendo.
Qualche goccia di caffè, oltre a essersi impregnata sulla sua camicia, era scivolata anche sul mio tavolo e sul libro su cui stavo studiando.
«Diritto penale!» esclamò, dando un’occhiata alla copertina.
«Sì, sono al secondo anno di giurisprudenza» risposi, poggiando la tazzina al centro del tavolo.
«Interessante! E così vieni a studiare qui al bar!» disse, mentre con le sue dita affusolate afferrava un lembo della camicia e la scuoteva per farla asciugare.
«A casa non riesco a concentrarmi! Praticamente, fuggo ogni mattina».
«Non hai l’accento siciliano».
«No, sono piemontese. Vivo qui con la mia famiglia da due anni. Quando terminai il liceo, mio padre fu trasferito qui in Sicilia per lavoro».
«Ti laureerai a Palermo, quindi?» chiese. Un cameriere gli porse un panno umido per passarlo sulla macchia.
«Sì, anche se la laurea è ancora un traguardo lontano per me. Tu, invece, di cosa ti occupi?» gli chiesi. Mentre strofinava con forza sulla camicia, ruotò il polso, dette un’occhiata al suo orologio e sgranò gli occhi d’improvviso.
«Scusami» disse, portandosi una mano sulla fronte «È tardi, devo andare!». Si diresse di gran corsa al suo tavolo, prese il giornale, afferrò la valigetta, salutò me e tutti, e andò via.
«Arrivedecci, sua signorìa!» gli rispose il barista, mentre asciugava un bicchiere.
Sua signorìa, due parole che continuarono a fare eco nella mia mente, mentre lo accompagnavo con lo sguardo fuori dal bar. Presi a cercare quella signorìa nei gesti e negli oggetti che gli appartenevano. Non sapevo quanto gli fosse costata la valigetta, né tantomeno gli abiti o le scarpe che indossava. Per un istante, mi convinsi che fosse tutta roba di marca, seguendo quello che consideravo il mio infallibile istinto. Era per quel suo fare delicato di poggiare la ventiquattrore sul sedile posteriore della macchina, come fosse un oggetto fragile - io, al posto suo, gliel’avrei gettata sopra, senza nemmeno guardare -, o il suo modo di sistemarsi il nodo della cravatta e di stirarsi la camicia ancora umida. Cose da ricchi, pensai subito, e per un nanosecondo, me lo immaginai imprenditore di qualche importante azienda, o semplicemente erede di terreni e ville con piscina, uno di quelli che però si camuffa con la timidezza. Quello fu il primo pensiero che associai alla parola che pronunciò il barista, fino a quando lo vidi entrare nella sua auto, cui, non so come, non avevo fatto caso prima, una vecchia Ford fiesta rossa, che di signorìa, aveva ben poco, anzi pareva si fosse mangiata tutta quella che avevo notato fino a quel momento.
Ci incontrammo l’indomani mattina, e l’altra successiva, e l’altra ancora, così per un mese circa. Ci vedevamo ogni giorno, ma solo quell’oretta presto al bar, che, con il passare del tempo, cominciò a sembrarmi un misero mucchio di minuti che correvano veloci e si trasformavano in secondi. Avevo provato più di una volta a invitarlo a casa mia, ma lui non aveva mai accettato. In principio, avevo creduto fosse sposato, ma non portava la fede e non mi pareva tipo da nasconderla quando usciva di casa. Poi, pensai che fosse per il fatto che io ero più piccola rispetto a lui, ma non sapevo ancora che fosse un ventennio a separarci, e tra l’altro, nemmeno quella poteva considerarsi una scusa plausibile, perché quando stava con me, avevo l’impressione che ci stesse bene. Per questo, in seguito lo inquadrai nella classe degli uomini fissati col lavoro. Era vero, il suo misterioso mestiere gli concedeva poco tempo libero, ma io ero dell’idea che se si vuole, il tempo lo si trova. In ogni caso, mi sbagliavo ancora una volta e di grosso nei suoi riguardi, ma non lo sapevo ancora.
«Allora, cosa stai studiando?» mi chiese una mattina.
«Ci tieni davvero a saperlo? L’associazione di stampo mafioso» dissi, facendo una smorfia.
«Wow!» esclamò, appoggiandosi alla spalliera della sedia, mentre il suo sorriso, nato fresco e spontaneo, gli si congelò d’improvviso sulle labbra, attraversato come da una folata gelida, la stessa che gli vidi negli occhi.
«C’è un articolo, il 416 bis, che non riesce a entrami in testa. E poi, questa omertà... Perché non dire silenzio e basta?» sbuffai.
«Forse perché è una parola più complessa!», mi rispose lui. «Forse non vuol dire solo tacere».
Lo guardai accigliata.
«Odio questi termini astratti! Io sono una persona concreta!» dissi, pensando allo shopping che mi attendeva nel pomeriggio con la mia migliore amica. Quello era essere pratici, abbinare scarpe e borse ai vestiti!
«Davvero credi che omertà sia una parola astratta?» mi chiese, avvicinando il busto al tavolo e appoggiandovi sui gomiti. Quel suo modo di guardarmi mi mise a disagio.
«No... Cioè sì! Di certo non la sento tutti i giorni!».
«Vero, la parola no, ma la sua essenza sì, di continuo!».
«Che vuoi dire?».
«Guardati intorno, sei in Sicilia! La mafia è nata qui!» disse, allargando le braccia. «Ma prova a immaginare di chiedere a un siciliano cosa sia la mafia. Sai cosa potrebbe risponderti? Che la mafia non esiste, oppure farebbe un sospiro e direbbe ‘E che ci possiamo fare?‘ E altri ancora ti direbbero addirittura che alcuni mafiosi sono persone perbene, o degli ottimi vicini di casa... Qui la gente - ma bada, non tutti - è abituata a convivere con la mafia! Questa è una forma di omertà! L’omertà non è solo tacere, non è solo silenzio. Talvolta è un atteggiamento, un comportamento, altre volte è una vera e propria mentalità che ti condiziona la vita. A volte è una libera scelta, altre sembra essere una scelta obbligata. Omertà vuol dire negare l’esistenza di una realtà, nonostante la sua evidenza. Significa “non ho visto niente, non so niente, non ho sentito niente”, perché non voglio vedere né sentire, anche se ho visto e sentito e, quindi, so. Dietro l’omertà si nascondono svariate emozioni di paura, di timore, che spingono la persona a non parlare. Omertoso può esserlo un appartenente all’associazione, ma anche una qualunque altra persona che non ne ha niente a che vedere. Persino io, potrei esserlo».
«E io?» chiesi timidamente.
«Sì, anche tu. Per esempio, mettiamo che tu voglia aprire un locale, un negozio, un’attività». M’immaginai dentro a una boutique e sorrisi. «Dopo tante fatiche e burocrazie varie, finalmente il tuo sogno si realizza. Ma un bel giorno, mentre stai lavorando, vengono a farti visita due uomini ben vestiti, tutti in tiro, che, con tono gentile e cortese, ti dicono che da quel giorno in poi devi pagare loro una ‘tassa’, altrimenti ti fanno chiudere il locale. Tu cosa faresti in questo caso?». Mi fissava a braccia conserte.
«Be’, io, gli direi di no e li manderei via a calci nel sedere» risposi. Lui rise, poi, tornò a farsi serio in volto.
«Ma per chiudere il locale, loro intendono bruciarlo, o bruciarti l’auto o uccidere un tuo parente».
«Allora, andrei a denunciarli!» mormorai.
«E se loro stessi ti minacciassero di non provare a coinvolgere la polizia?». Rimasi in silenzio, mentre lui mi fissava.
«Allora... Forse... Pagherei!» balbettai, e tornai a posare i miei occhi sul tavolo rotondo di metallo.
«E diresti a qualcuno che paghi il pizzo?».
«Credo... di no!» dissi. Avevo sentito parlare qualche volta di pizzo, di sfuggita alla TV, ma non mi era mai balenato nel cervello di chiedere cosa fosse. Io, l’unico pizzo che conoscevo era quello della biancheria intima e dei vestiti.
«Ecco, vedi, anche questa è una forma di omertà!».
«Ma è legittima, perché mi hanno minacciata e io ho paura».
«La paura è legittima, ma l’omertà no, l’omertà non lo è mai!» rispose lui, con un tono fermo e al contempo pacato che mi fece rabbrividire. Era la prima volta nella mia vita che ero coinvolta in una conversazione seria, una di quelle che ero sempre solita snobbare, una di quelle che consideravo da adulti. E mi sorpresi per non essermi lasciata andare nemmeno a uno sbadiglio. Ero abituata a tutt’altro, agli schiamazzi dei miei amici, alle giornate impegnate a organizzare uscite e serate. Se loro mi avessero vista lì nel bel mezzo di quel discorso da telegiornale, credo che mi avrebbero presa in giro per un po’. Ma la cosa strana era che non me ne importava niente. Quell’uomo era stato in grado di rendere concreto un concetto che per me sarebbe sempre stato considerato solo come oggetto di studio. Ho sempre studiato solo perché dovevo.
«Buongiorno, giudice!» disse una signora, avvicinandosi a lui e dandogli una pacca sulla spalla. Per poco non mi cadde la mascella nella tazzina, appena lo sentii chiamare in quel modo. Così compresi il sua signorìa con cui l’aveva chiamato il barista. Abbassai lo sguardo, non potei fare altrimenti. Per la prima volta mi vergognai di essere ignorante, e non un’ignorante qualunque, una di quelle che tra qualche anno si sarebbe pure laureata! Mi ero iscritta in legge solo perché volevo essere la Perry Mason al femminile, con un bel tailleur bianco, un paio di scarpe con i tacchi e una borsa all’ultimo grido. Ma ora, innanzi a lui, mi sentii rimpicciolire. Non fu tanto per aver scoperto la sua professione, quanto per l’uomo che pian piano si stava mostrando a me, uno di quelli che non puoi spezzare in alcun modo, perché, come un diamante, le sue sfaccettature fanno parte di un unico grande pezzo. C’era qualcosa in lui che mi scombussolava, che metteva in subbuglio le mie idee, le mie convinzioni, e, a poco a poco, anche i miei organi. Non avevo mai conosciuto quella sensazione prima di incontrarlo. Avevo provato il battito impazzito del cuore per un ragazzo che mi piaceva, avevo svolazzato fra le nuvole della testa e le farfalle dello stomaco, ma mai, giuro, mai avevo visto le stelle così da vicino, e la Terra così lontana da me, perfetta nella sua rotondità, persino luminosa e terribilmente affascinante, mentre girava su se stessa. Non me n’era mai fregato niente di lei, perché io avevo il mio mondo, il mio piccolo, minuscolo pianeta popolato dalle mie amiche e da strane amorfe creature chiamate maschi. Da quando, invece, lui era entrato nella mia vita, avevo scoperto il sistema solare e, pian piano, il pianeta Terra.
E così avevo iniziato a non uscire più tutte le sere con gli amici, soprattutto di settimana, perché ci tenevo a svegliarmi presto la mattina, e d’estate si sa a che ora vai via di casa ma non si sa quando ritorni. Prima di andare a dormire, puntavo la sveglia alle sei e mezza, ma mi svegliavo sempre con dieci minuti di anticipo, con un entusiasmo nuovo. Qualche settimana prima, invece, avrei avuto bisogno di un secchio pieno di caffè che mi tirasse giù dal letto, per trascinarmi nel bar sotto casa, convincendomi che quello fosse il modo giusto per concentrarmi. Avevo smesso di indossare magliette corte che lasciavano intravedere pezzi di carne, e le avevo sostituite con altre più lunghe o con camicie. Niente più minigonne, niente più ore davanti allo specchio a truccarmi, niente orecchini appariscenti.
Suonò il citofono.
«Scendo!» dissi.
«Ciao Ludo!» mi salutò Lidia, la mia migliore amica. «Stai bene?» mi chiese, dopo avermi lanciato quello sguardo acido che insieme eravamo solite riservare a chi non sapeva vestirsi. Mai avrei creduto che l’avrebbe rivolto anche me e, devo ammettere che non fu piacevole trovarsi dall’altra parte. Le sorrisi e ci recammo alla nostra edicola.
«Ciao Marco!» disse Lidia.
«Ciao bellezze!» rispose il ragazzo tra i giornali, anche se, nel terminare la parola, proprio quando pronunciò “...zze”, notai come il tono della sua voce fosse improvvisamente cambiato. Il suo entusiasmo si spense quando anche lui guardò i miei abiti.
«Ragazzi, ho solo messo un vestito diverso!» esclamai, alzando gli occhi al cielo non proprio limpido.
«Diverso? Ma ti sei vista? Sembri una monaca, e tu, gente del genere la prendi in giro, te lo sei scordato?» disse Lidia, accendendosi in volto. Io la guardai, ma non risposi più. «Ecco a voi le vostre, riviste!» intervenne Marco, porgendo a ciascuna il nostro almanacco della moda. Quando lo ebbi tra le mani, non mi fece l’effetto che mi faceva sempre, non provavo quella voglia matta di correre a casa, chiudermi in camera, strappargli via il cellofan in cui era avvolto e sfogliare a una a una le pagine, cercando, tra i volti delle modelle, tracce di me. Se prima quella rivista era la Bibbia, i cui insegnamenti seguivo alla lettera, ora mi sembrava di avere tra le dita solo un mucchio di fogli di carta su cui erano stampate foto di donne sconosciute che non avevano niente da dirmi o da insegnarmi.
Allungai un braccio e la riconsegnai a Marco, il quale, prima di afferrarla, mi fissò da sotto le sue folte sopracciglia nere che si avvicinavano sempre più al naso, corrugandosi. E schiuse le labbra, quando mi vide optare per una rivista di attualità. Lidia, non osai guardarla nemmeno. Durante il tragitto verso casa, non ci rivolgemmo la parola, ma non fu necessario perché sapevo cosa provava lei nei miei confronti, lo sentivo come se me lo stesse ripetendo di continuo, con quel passo svelto e il capo rivolto fisso sulle vetrine che ci scorrevano accanto.
In altre circostanze, mi sarei sentita mortificata e le avrei chiesto persino scusa. In quel momento, invece, mi parve buffa e per poco non scoppiai a ridere. Sul serio se la prendeva per così poco? Ma tornai subito seria. Fino ad allora io avevo vissuto seguendo una corrente, un fiume in piena che avevo sempre chiamato libertà, ma che in realtà di libero non aveva nemmeno un briciolo. Erano i miei genitori che mi lasciavano davvero libera, e io me ne ero sempre lamentata, ed erano, invece, i miei amici quelli a cui dovevo rendere conto e ragione se, per caso, mi fossi allontanata dal loro modo di vedere le cose, o dal loro modo di vestire.
Era come se fossi inciampata e, a causa della caduta, fossi uscita da un’ipnosi. Mi parve di vedere con chiarezza ogni cosa, come se guardassi tutto e tutti dall’esterno, e ciò che vedevo non era amicizia, ma una specie di setta in cui dovevi fare, dire, muoverti e vestirti come gli altri. Si parlava di divertimento, di feste, balli, shopping, risate. Pensavo a questo mentre camminavo in silenzio accanto a Lidia incollerita solo perché avevo scelto di indossare altri abiti.
D’un tratto, in lontananza, mi parve di vederlo... Sì lo vidi, vidi lui. Mi fermai di colpo, senza nemmeno avvertire Lidia. Lei si accorse di me dopo qualche metro e tornò indietro.
«Ma che hai?».
Non le riposi, ma rimasi a fissare quell’uomo che stava cambiando la mia vita, o forse, senza saperlo ne stava spremendo l’essenza.
Quando tornai a casa, afferrai il telecomando del televisore. Subito dopo, giunse mio padre che si accomodò sulla sua poltrona. Mi guardò, non era abituato ad avere compagnia mentre guardava la TV. La accesi e mi misi a cercare ciò che avevo sempre voluto evitare per “non rovinarmi le giornate”: un telegiornale.
«Il tuo solito latte! Ma... aspetta! Ci hai messo del caffè?» disse un suo collega, ridendo.
«Sì, è da un po’ che glielo metto». Sorrise, arrossendo.
«Ah, ma allora anche tu sei corruttibile!». Risero.
«Ma no, sto solo cercando di capire quale sia il significato nascosto del caffè» scherzò. I suoi colleghi ci salutarono e si allontanarono.
«Il significato del caffè?» gli chiesi.
«Sì, perché, vedi, il caffè non è credibile. Spesso veniamo attratti dal suo aroma, ma il suo sapore non è mai lo stesso. È per questo che io lo preferisco nel latte» disse e ne sorseggiò un po’. «Sai, invece, cos’è credibile? Il mandorlo!». Aggrottai la fronte. «Sarai stata ad Agrigento qualche volta?».
«Sì, certo!» risposi.
«Bene. I mandorli abbondano nella Valle dei Templi. Nel mese di febbraio sono rivestiti di fiori, e hai visto quanto sono belli? Poi, a settembre, ci donano le mandorle, i loro frutti. Questo vuol dire che hanno mantenuto la loro promessa di bellezza. E allora, possiamo dire che la loro è una bellezza autentica, perché sono stati credibili!».
Sul giornale, sotto l’alone del caffè, riuscii appena a leggere poche parole.
“Un altro giudice al massacro”.
Lui aveva mantenuto la sua promessa di bellezza. Lui era stato credibile.
Autrice: Naila Carlisi Vita
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