A Motta Visconti la musica non smette di far discutere e di rimanere al centro di dibattiti da bar e piazze del mercato.
Uno degli ultimi argomenti è chiaramente Processo alla Musica, lo spettacolo teatrale, alias concerto, che il Cineteatro Arcobaleno ha ospitato Venerdì 29 maggio, in occasione della prima serata del Festival. Assistendo personalmente alla rappresentazione e non tentando di parlare a sproposito senza averla vista, posso affermare che Processo alla Musica è soprattutto un’idea intelligente.
Quante volte ultimamente, soprattutto negli ultimi vent’anni, ci si è chiesti se la musica contemporanea potesse almeno scalfire la statua colossale che sorgeva poco dietro le sue spalle e se effettivamenti con il passare del tempo non avessimo perso davvero la capacità di sfornare sonorità di valore e rilievo? Beh lo spettacolo ci permette di fare chiarezza sul tema.
Si ripercorrono le età del suono, partendo dal natante in fasce, gli anni 30, fino al giovane e bronzeo virgulto, i meravigliosi anni 80. La dama bianca della canzone, ingabbiata e ammanettata dalla censura, tenta di sgomitare per espandere il suo eco e per attingere direttamente alla Libertà. Lai Rai, imperterrita, scatena un quarantennio di tagli, cancellature e imbavagliamenti, impedendole di menifestarsi pienamente.
Proprio attraverso il concetto del manifesto, la musica riuscirà finalmente a sgominare le malvagie spire della Rai censuratrice, diventando punta di diamante e arma per movimenti studenteschi, bellici e politici. Dalle gole si espanderà un canto di pace, che userà la musica come mezzo di comunicazione, facendo tremare tutto ciò che rappresentava il vecchio autoritarismo e permettendo al nuovo e imbelle di avanzare, anzi di danzare. La censura si eclissa, i limiti e gli schemi pre fabbricati cadono, ma ora cosa ci resta, la musica liberata da manette è realmente libera?
Mi permetto di affermare che mai come in questi tempi la musica sia il fantoccio di una società indottrinata dal soldo e che fare musica non significa più, molto spesso, comporre per tramandare, ma semplicemente scarabocchiare per guadagnare.
Il problema non è la mancanza di censura, è l’incapacità di evadere dalla prigione del denaro.
Autore: Federico Maiocchi


