Tra il chiarore di un’alba che sa di promesse tradite, il silenzio dei sentieri montani e l’eco lontana di canti che gridano giustizia, si consuma il risveglio improvviso di un’intera stagione.
Tra la fatica di una corsa all’ultimo scatto, l’amicizia fraterna di chi condivide un obiettivo e l’ombra minacciosa di un pericolo che avanza invisibile, le pagine di questo racconto ci trascinano nel cuore pulsante di una memoria storica collettiva, tracciando il confine sottile tra l’illusione della festa e la cruda violenza della Storia.
Buona lettura!
Portella della Ginestra
«Fifì.» Niente. Lo sapevo, era crollato con il suo solito sonno pesante. Altro che “Tranquillo, alle 3 sono sotto casa”. Non volevo svegliare il paese, provai con voce leggermente più alta: «Fiiifiiì.»
Solo un cane in lontananza ad abbaiare. Si stava facendo tardi. O veniva o sarei andato da solo. Feci un ultimo tentativo con una piccola pietra. Cercai a terra, una piccola ma non troppo, che potesse fare rumore senza spaccargli il vetro. Regolata la forza del braccio e calcolata la traiettoria, la lanciai e attesi quel “tump”.
La luce si accese: «Ma che combini?» «Io? Sono le 3:15.» «Minchia! Scusa, sto scendendo.»
Non prima di altri quindici minuti. Se non fosse stato il proprietario della macchina fotografica l’avrei lasciato lì, ma quattro occhi sono meglio di due e una foto è meglio di una storia. Appena mise piede fuori dalla porta lo presi per un braccio: «Amunì.»
Era già il primo maggio, tra poco sarebbero partiti i cortei verso la Ginestra. Se volevamo trovare la postazione migliore dovevamo correre. «Tagliamo dalla trazzera.» Oltre a essere il proprietario della macchina fotografica, a suo favore c’era che conosceva meglio di me i sentieri di montagna. Mi complimentai con me stesso per la capacità di fare le giuste amicizie.
Una prima avvisaglia di luce cominciò ad arrivare da est, spuntammo sulla provinciale. «Corriamo e tra cento metri a sinistra c’è un sentiero che porta alla cima.» «Basta che possiamo fotografare bene tutta la folla.» «Sicuro 100 lire a foto ci pagano?» «Sicuro, sicuro.»
Sotto l’ultimo “sicuro” cominciammo a sentire un suono basso e continuo che aumentava di potenza. Arrivati all’imbocco del sentiero il rumore era quasi dietro di noi. Ci nascondemmo dietro a una roccia e trattenemmo il respiro. Il rombo sincopato di due motori diesel ci passò vicino in pochi secondi. Uscimmo fuori le teste: il retro dell’ultimo furgone con uomini seduti a cassone con fucili in mano fu l’immagine di un momento che ci restò negli occhi.
Alle 7:00 arrivammo alla nostra postazione. «Tieni.» Fifì si era portato anche dei fichi. Dopo quella camminata il sapore dolce e succoso di quei frutti fu una benedizione. Cominciò a mettere a fuoco verso la zona del palco, a scattare foto di prova.
«Ma quelli chi sono?» Con l’occhio dentro al mirino della macchina fotografica, mi fece cenno verso ovest. Asciugai le mie mani sui pantaloni e mi girai verso la direzione indicata. «Non vedo niente.» «Aspetta un attimo.»
Il riflesso del sole su del metallo mi indicò l’esatta posizione. «Che vedi Fifì?» «Non mi piace.» «Ma cosa?» «Divise.» «Saranno per la sicurezza.»
Continuavo a sentire i “click” delle foto. «Quella X sulle divise non mi piace.»
“...la trionferà, bandiera rossa la trionferà...”
Poco prima delle 9:00 cominciammo a sentire il corteo arrivare. I canti festosi, le urla, e i cartelli sempre più nitidi man mano che si avvicinavano: “Viva la terra ai contadini”, “Viva la repubblica”, “Abbasso il Feudalesimo”.
Fifì scattava foto e poi si girava verso l’altro lato. Sembrava una marionetta che si muoveva a scatti prima a destra e poi a sinistra. Poi si bloccò. «Fifì!» Sembrava una statua di ghiaccio. «Fifì!» «Machemminchia!» «Ma che hai?»
Lasciò cadere la macchina fotografica e cominciò a correre verso la folla urlando con tutta la forza che aveva nei polmoni: «Curriti! Scappati!» Un secondo prima pensavo che era impazzito, il secondo dopo capii che i pazzi erano da un’altra parte.
Partirono i primi spari, mitragliatrici, granate. Ed erano da più postazioni. Io ero congelato, bloccato, immobile a bocca spalancata e piedi cementati a terra. Sentivo i vecchi canti trasformarsi in grida di dolore, pianti, urla, corse forsennate, sangue, morti.
Il pensiero di Fifì mi riportò al momento. Con angoscia cercai di scrutare, cercare di vederlo in mezzo a quella folla ormai allo sbando come un gregge con un lupo in mezzo. Gli spari cessarono: come pedoni buttati giù durante una partita di scacchi con la morte, vidi quei corpi a terra.
Cominciai a contarli. Uno, due, tre, troppi. Fifì. Le lacrime e la rabbia sgorgarono come un fiume in piena. Guardai verso quelle postazioni di morte. Tutti spariti. Mi chinai per prendere la macchina fotografica: le foto erano la mia unica arma. Un colpo improvviso arrivò su di lei prima della mia mano. Le schegge penetrarono il mio braccio sinistro. Il panico fece scattare le gambe e cominciai a correre, letteralmente per salvarmi la vita.
Arrivai in un paese a lutto e inferocito. Sentivo le voci della folla: “Bastardi”, “Assassini”, “Giuliano fu”, “Morte a Giuliano”. Passo dopo passo entrai nel mezzo di quelle persone per urlargli la mia verità:
“Sono stati i fascisti”.
Autore: Claudio Casella
Pagina Substack dell’autore: Claudio
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