Una notte affogata tra alcol e rimorsi, un risveglio pesante e il fantasma costante di un passato che non vuole passare.
Nella seconda e conclusiva parte di questa toccante storia, Paolo continua la sua rovinosa fuga dal dolore, dividendosi tra le battaglie di freestyle, una vita condotta al limite e l’ombra di un amore spezzato troppo presto. Quando il 25 aprile riaffiora dal calendario con la forza di una promessa mai dimenticata, Paolo si trova costretto a smettere di scappare e ad affrontare finalmente la verità sul suo conto in sospeso con Chiara, lasciando che il dolore si trasformi nell’inizio di una possibile redenzione.
Buona lettura!
Paolo - Il destino bastardo (II parte)
“Già te ne vai? Resta ancora un po’. Potremmo di nuovo...” e la frase allusiva rimase sospesa nell’aria senza nessuna risposta. Sul letto, avvolta tra le lenzuola stropicciate, ancora sbronza dalla serata precedente, una bionda ragazza si stava accendendo una canna rimasta per metà sul comodino. Paolo neanche si girò a guardarla. Era talmente nauseato da quella situazione che non voleva scontrarsi con l’amara realtà. Se non avesse guardato, non sarebbe stato vero. Il disgusto che provava verso di lei e verso sé stesso lo portava, inconsapevolmente, quasi ogni sera, a ripetere lo stesso errore. Come se farsi male fosse giusto e lui lo avesse accettato da tempo. Aveva un conto in sospeso con la morte che teneva vicino a sé. La portava al limite, la sfidava, ci giocava perversamente ma non riusciva mai a lasciarsi andare del tutto per farci l’amore. Era un codardo. Questa era la realtà. E questa era la vita che si meritava.
Tutto quello che gli stava accadendo era colpa sua? O era colpa di Chiara? Ogni sera ripeteva lo stesso copione. Come con una vecchia musicassetta nel mangianastri, premeva il tasto play: agiva senza logica. Stop: ogni giorno diceva che sarebbe stato l’ultimo. Repeat: ogni sera riavvolgeva il nastro e ricominciava.
“La piazza”, il locale dove si esibiva nelle battle di freestyle, era sempre gremito di ragazze pronte a passare una serata con lui. Ognuna conosceva Paolo, il freestyler più bravo e bello di tutti. Le voci sulla sua storia passata e il suo stato d’animo erano passate di bocca in bocca come nel gioco del telefono senza fili. Ogni ragazza sperava di riuscire a salvarlo. Ma nessuna capiva che lui non voleva essere salvato. Lui non aveva chiesto niente. Nessun aiuto. Eppure si ritrovava al bar con l’ennesima richiesta banale sul “che fai dopo?” o “ti va qualcosa da bere?” o ancora “come sei stato bravo sul palco”. Accettava passivamente i complimenti, si sentiva costretto come un bambino forzato a non correre in un parco giochi. Le sbronze quasi sempre gratis, offerte a turno tra amici, erano un palliativo. Il dolore non se ne andava mai. Non gli dava tregua. Giorno e notte gli rimandava immagini random di lui e Chiara. Ora stavano ballando sotto la pioggia, lei leggera e fragile come una farfalla, volteggiava tra le sue braccia, in quella camicia da notte coi cuori che le aveva regalato. In un altro, nudi sotto le coperte, lui che le dedicava le sue barre migliori, un’intera canzone scritta solo per lei. Non aveva più cantato quelle strofe da quando si erano lasciati. In bicicletta per Villa Borghese a ridere sotto il sole, sfrecciavano ridendo e prendendosi in giro.
“Paolo non andare...”. Uscì di casa senza dire una sola parola. Aveva ancora la maglietta in mano e il cervello faticava a mettere a fuoco dove si trovasse. Se solo avesse ricordato qualcosa della sera precedente. Si ripeteva che era colpa di Chiara, era colpa sua se lui stava vivendo in quel modo. Lui non voleva perderla. Non doveva lasciarlo da solo. Maledetta storia!
Scese le scale di corsa e per poco uscendo dal portone non cadde a terra. Si guardò intorno alla ricerca di indizi per capire dove fosse finito. Per fortuna non erano troppo lontani da “La piazza”.
Si trovava a San Lorenzo, zona che frequentava da quando si era trasferito a Roma qualche anno prima. Il sole lo stava accecando e il mal di testa iniziò a fargli pulsare le tempie. Aveva sete e doveva pisciare. Decise di entrare nel primo bar che si trovò davanti. Ordinò un caffè, un bicchiere d’acqua e un cornetto. Lo stomaco aveva iniziato a brontolare, appena gli occhi si erano posati su quella pasticceria colorata.
Si sedette in un angolo, vicino alla veranda. Gli sembrava di aver trattenuto il respiro per tutta la notte ed ora faticava a mettere aria nei polmoni. Provò a calmarsi. Sorseggiò lentamente il caffè amaro. Sentì che il peso sul petto pian piano si alleggeriva. Addentò il cornetto alla nutella e tirò fuori dalla tasca dei pantaloni il suo piccolo taccuino. Iniziò a scrivere di getto, il cervello gli stava rimandando troppi pensieri che non voleva lasciar andare.
“Sei un fifone. Se non ti tuffi sei un codardo”. Eccola Chiara. A bordo piscina ad incitarlo di buttarsi giù dal trampolino. Lo aveva sfidato, come sempre per provocarlo e poi prenderlo in giro. Lui non l’aveva chiamata eppure lei puntuale appariva. Come sempre prendeva tutti i suoi spazi, la sua pelle, i suoi pensieri, i suoi sogni, le sembrava di sentirla nelle ossa, nella mente. Ed era proprio lì che viveva senza essersene mai veramente andata.
Guardò la cameriera solitaria che puliva tutti i tavoli sempre con la stessa pezzetta, che non disinfettava mai. Se Chiara fosse stata lì con lui, di sicuro glielo avrebbe fatto notare. Ma poi avrebbe attaccato il solito discorso sul fatto che quella povera ragazza sottopagata e senza contratto faceva del suo meglio. Lei aveva sempre qualcosa di intelligente da dire. Lei aveva sempre smosso la coscienza degli altri. Lei che lo aveva salvato da una vita di merda non sapeva che ora in quella merda ci era tornato, forse per restare. Si sentiva soffocato dalla sua stessa esistenza ma non riusciva a tornare a galla. O forse non voleva.
Chiamò la cameriera per ordinare un altro cornetto e un altro caffè. Si era ricordato solo ora che non aveva cenato e lo stomaco, nonostante fino a poco fa fosse chiuso in una morsa, si era aperto alla fame. Sprazzi della serata riaffiorarono all’improvviso. Si vergognò di quello che aveva fatto. Disturbato dai suoi stessi pensieri, li cacciò via mentre mandava giù il bicchiere d’acqua fresca. Lui non era quello. Lui era molto di più. Lei gliel’ho aveva sempre detto. E lui aveva iniziato a crederci. Solo che adesso non sapeva più a cosa credere.
La cameriera arrivò con la tazza fumante e il secondo cornetto. Ringraziò frettolosamente distogliendo lo sguardo. Aveva la costante paura di essere riconosciuto per qualche malfatto amoroso. Prese il bicchierino di caffè rovente e sussultò. Eccola lì seduta che lo guardava. Non si era accorto della sua presenza. Perché lei arrivava senza essere invitata. Lei poteva permettersi tutto quello che voleva. Lei decideva dove e quando. Semplicemente perché era l’amore della sua vita. Lo guardava senza dire niente, con quel sorriso a fior di labbra che in parte lo irritava e in parte lo rendeva ancora più dipendente da lei. Paolo non osò proferire parola, si alzò frettolosamente, pagò il conto e scappò via, il più veloce possibile dal locale.
L’aria fresca gli sferzò il viso e lo risvegliò dal torpore; anche se quel fantasma lo stava seguendo, perché lo sapeva, sentiva la sua presenza, non si girò. Accelerò il passo e pensò: “Non è lei”. Non era reale. Il cuore batteva forte, la mente si imperlò di sudore, le mani persero la presa sul taccuino che stringeva. Gli cadde a terra. E in un momento lei lo aveva raggiunto. Chiara era immobile, seduta a terra vicino al quadernino. Pensò che le allucinazioni si stavano intensificando dal troppo fumare e bere. Sbatté più volte gli occhi, ma lei era ancora lì. Nel mentre, Paolo raccolse il suo tesoro da terra, lei svanì. Tirò un sospiro di sollievo. Sapeva di avere avuto l’ennesimo crollo dovuto ai suoi eccessi. Stavolta, si disse, avrebbe iniziato davvero un percorso per farsi aiutare dalle dipendenze. Non poteva permettersi a venticinque anni di rovinarsi la vita così. Lei non desiderava questo per lui. Glielo aveva ripetuto sempre. E lui le aveva promesso che avrebbe continuato a studiare musica per realizzare il suo sogno, stando alla larga da qualsiasi droga. Ma non era ciò che aveva fatto.
Squillò il cellulare, lo prese e vide che era sua madre. Non rispose. Non voleva sentire rimproveri. In quel momento non avrebbe avuto la lucidità per affrontarla. Mentre stava per rimettere il telefono in tasca, guardò l’ora e il giorno. 25 aprile. “Cazzo”, disse con un filo di voce. Ecco perché Chiara lo stava cercando. Si avviò verso casa per prendere le chiavi dell’auto. Doveva risolvere la situazione in sospeso, ogni anno si ripeteva che sarebbe stata la volta giusta, ma non ci riusciva mai. Questa davvero lo sarebbe stata? Doveva a sé stesso un po’ di tregua.
Doveva andare da lei. Due ore dopo era vestito di tutto punto, nessuno dei suoi amici lo aveva mai visto così elegante. Solo lei e pochi testimoni in comune, quel giorno che avevano pronunciato un timido sì davanti all’ufficiale. Sua madre aveva pianto come una fontana e Chiara, un mucchietto d’ossa in un abito di seta bianca, sorrideva sprizzando gioia da ogni poro, nonostante il dolore opprimente. E non importava se i capelli non c’erano più e al suo posto aveva una fascia di seta, non importava se avesse perso tutte le sue forme o il viso fosse grigio e spento, non importava se quel giorno aveva provato a mascherare la malattia dietro un trucco impeccabile, che il rossetto rosso fosse passato su quelle labbra screpolate e senza vigore, lei era bella comunque. Lo sarebbe sempre stata. Perché le loro anime si erano trovate e amate prima che loro se ne rendessero conto: Chiara e Paolo sarebbero stati per sempre uniti. Come il tatuaggio che si erano fatti sul polso: un infinito con le loro iniziali.
Lungo la strada si fermò a comprare un mazzolino di margherite, i suoi fiori preferiti. Si avviò in quel giardino silenzioso, dove la vita e la morte si incontrano ogni giorno, indifferenti ormai l’una della presenza dell’altra. Le lacrime iniziarono a scorrergli sul viso senza che se ne accorgesse. Più si avvicinava e più gli tremavano le gambe. Era sempre così. E così sarebbe sempre stato.
Si avvicinò a lei. Ora singhiozzava fortissimo, le sue grida ruppero il silenzio che lo circondava. Un corvo gracchiò alla sua presenza. Ed eccola, pensò. Lei è qui. Lei non è più con te. Ripensò all’immagine di Chiara seduta al bar e che lo rincorreva. Ripensò al giorno che si erano promessi amore eterno e rise tra le lacrime come solo un pazzo d’amore sa fare. Si inginocchiò sulla sua tomba per posare i fiori; un sussurro impercettibile gli uscì dalle labbra: “Buon anniversario di matrimonio, amore mio, oggi e per sempre”. La foto di una Chiara, piena di vita e sorridente, sembrò muovere gli occhi e la bocca per ringraziarlo. Si sedette a terra e iniziò a parlarle di tutto quello che era accaduto, della droga, dei comportamenti con le ragazze, delle sbronze. Trovò il coraggio per lasciarsi andare al dolore. Mentre il sole riscaldava il suo viso bagnato di lacrime, si sentì meno solo. Canticchiò una canzone, mentre accarezzava la foto. Era così bella e sembrava così vivo quel sorriso che non poteva essere lei quella morta.
“Quante ne vorrei fare ma poi rimango fermo Guardo la vita in foto e già è arrivato un altro inverno. Non cambio mai su questo mai, distruggo tutto sempre, Se vi ho deluso chieder scusa non servirà a niente. Vorrei che fosse oggi, in un attimo già domani. Per re-iniziare, per stravolgere tutti i miei piani, Perché sarà migliore e io sarò migliore Come un bel film che lascia tutti senza parole...”
Sulla tomba di Chiara poche parole rubate al rapper Nesli, la stessa canzone che le stava dedicando: “Arriverà la fine ma non sarà la fine...” Chiara Gambrini 3 marzo 1999 – 25 aprile 2020
Autrice: Ivana Narcisi
Pagina Substack dell’autrice: Ivana Narcisi
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Molto bello e profondo
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