Un terrazzo affacciato sui tetti di New York, il peso delle responsabilità quotidiane di un padre single e una telefonata che spezza all’improvviso il ritmo della giornata.
Attraverso la corsa contro il tempo verso una stanza d’ospedale e il riaffiorare di ricordi che sembravano messi da parte, questo racconto ci porta a riflettere sui sentimenti taciuti, sulle seconde possibilità e su quanto basti un solo istante per rimettere tutto in discussione.
Buona lettura!
Lontano
Mi ero preso una pausa dal turno di lavoro. Ero salito al piano di sopra, dove c’era un terrazzo che dava sull’Empire State Building, per accendermi una sigaretta e perdermi nei rumori bianchi di New York, una città che amo e detesto allo stesso tempo.
Stavo pensando a come incastrare il meeting del giorno dopo con la recita dei bambini. Da quando mia moglie Patricia non c’è più, sta diventando sempre più difficile gestire Aaron e Terry.
Quando la sera non vogliono addormentarsi, sono costretto a guardare Shrek 2 con loro sul divano e poi, per stancarli un po’, comincio a rincorrerli intorno al soggiorno dicendo che me li mangerò entrambi.
Eppure sono fiero di loro.
Aaron si dedica molto al pianoforte, mentre Terry alla danza classica. Ogni tanto mi viene da piangere. Spero che un giorno possano realizzarsi davvero. Anche io volevo diventare un grande artista.
Vibra il telefono.
Guardo il numero: 1-212-562-4141.
Con il respiro teso faccio scorrere il dito per rispondere alla chiamata.
“Pronto?” dissi.
“Pronto? Mi sentite?” ripetei.
Nessuna risposta.
“Fanculo... queste cazzo di chiamate. Nemmeno un minuto di pace.”
Dopo qualche secondo il telefono ricominciò a vibrare.
“Pronto?” ripetei.
“Pronto... sì, salve. Sono la dottoressa O’Hara... la chiamo per conto della signorina Judy Black. Ha avuto un incidente—”
Le attaccai il telefono in faccia.
Presi l’ascensore, recuperai la giacca dal mio ufficio e dissi a Robert che sarei tornato subito.
Appena le porte del palazzo si aprirono, corsi verso la mia Audi TTS e guidai fino all’ospedale.
Il battito era accelerato.
Impiegai quasi trenta minuti ad arrivare.
Entrato nell’ospedale, chiesi alla reception dove si trovasse Judy.
Una donna che masticava fastidiosamente una chewing gum mi rispose: “Terzo piano, in fondo al corridoio.”
Presi l’ascensore e mi diressi lentamente verso l’ultima stanza.
Judy era rivolta verso la finestra. Quando sentì i miei passi, si voltò verso di me.
Non disse nulla.
Aveva metà del labbro gonfio e numerosi punti di sutura sul lato sinistro del viso.
Mi avvicinai a lei e provai ad accarezzarle il volto, ma con il braccio libero dai tubicini mi fermò.
“Ray, fermo... mi fa molto male. Tienimi solo la mano.”
La sua voce era roca, quasi spezzata.
I suoi capelli biondi erano ancora sporchi e incrostati di sangue, mentre il sopracciglio destro era leggermente tagliato.
L’impatto doveva essere stato violento, pensai.
Judy era stata una mia collega di lavoro. Poi si era licenziata perché voleva trovare qualcosa di più tranquillo, meno frenetico e meno impegnativo.
L’ultima volta che venne in ufficio indossava un maglione rosso scollato e un paio di jeans, rifiutandosi di mettere il solito completo elegante.
Niente tacchi. Nessun bracciale. Nessun orecchino.
Stava soltanto aspettando che il turno finisse per andarsene da lì per sempre.
Dopo il lavoro facemmo una passeggiata a Central Park, e fu lì che mi propose di frequentarci.
Io rifiutai.
Oggi, però... non lo so più.
Abbiamo trentacinque e trentasette anni ormai.
Autore: Costanzo
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