Ora che gli agenti dell’ICE stanno ufficialmente iniziando a lasciare Minneapolis, possiamo provare a trarre qualche conclusione sulla vicenda.
Innanzitutto, bisogna dire che, fin dal principio, l’operazione è stata soprattutto di facciata. In Minnesota, infatti, la percentuale di immigrati irregolari è la metà rispetto alla media nazionale. Tuttavia, negli ultimi anni i media conservatori statunitensi hanno dipinto Minneapolis come pericolosa e problematica e questo per due motivi principali. Il primo è che la città è quella in cui, nel maggio 2020, George Floyd venne brutalmente ucciso da un poliziotto in servizio. Da allora, prese piede un movimento che portò l’amministrazione comunale a ridurre decisamente il numero di agenti, che attualmente sono circa 600 per una popolazione di quasi 450.000 abitanti.
Il secondo è che il Minnesota è, in assoluto, lo Stato americano più storicamente legato al Partito democratico. Addirittura, nelle elezioni del 1984, fu l’unico a non votare per la rielezione di Ronald Reagan. Se si aggiunge che il suo attuale governatore è Tim Waltz, candidato vice-presidente della sconfitta Kamala Harris, il quadro si completa: Minneapolis e il Minnesota sono il perfetto esempio dell’America anti-Trump e, proprio per questa ragione, il luogo ideale in cui dare inizio a quella che, nelle intenzioni del presidente, sarà “la più grande operazione anti-immigrazione della storia.”
In occasione dell’annuncio del ritiro dei suoi uomini, il responsabile della sicurezza delle frontiere, Tom Homan, ha rivendicato i 4.000 arresti effettuati e ha affermato che “ora il Minnesota è meno un santuario di criminali.” Si è però ben guardato dal fare cenno a ciò che di cui tutti parlano da più di un mese, ossia il fatto che i suoi agenti hanno ucciso a colpi di arma da fuoco due cittadini statunitensi, Renée Good e Alex Pretti, nel contesto delle manifestazioni anti-ICE dello scorso gennaio.
Il risultato, ovviamente, è stato che le proteste si sono fatte ancora più intense e anche numerose personalità pubbliche hanno sentito il bisogno di prendere posizione. Una su tutte Bruce Springsteen, che ha scritto, registrato e pubblicato in tempi record la canzone "Streets of Minneapolis" (il cui titolo fa eco alla sua hit degli anni ‘90 "Streets of Philadelphia") e ha autorizzato l’utilizzo di "Born in the USA" come colonna sonora di un nuovo video contro l’ICE.
Un’attenzione mediatica che ha costretto Trump a fare una parziale retromarcia, anche se probabilmente è troppo tardi: secondo un recente sondaggio di Ipsos-Reuters, infatti, il 58% degli americani ritiene che gli agenti si siano spinti “troppo oltre”. Un risultato sicuramente diverso da quello in cui sperava il presidente degli Stati Uniti, che ha sempre fatto della lotta all’immigrazione uno dei suoi capisaldi.
Autore: Emmanuel Beccarelli


