Nel testo che segue ci sposteremo tra i monti di Savoca, in una Sicilia sospesa nel tempo, fatta di strade diroccate, gelsi succulenti e un pane posizionato al centro del tavolo come una cosa sacra.
Tra i ricordi lucidi di un’infanzia felice e la nostalgia della vita di campagna, questa storia è un invito a rallentare la nostra corsa quotidiana. Ci spinge a riscoprire il valore profondo del saper aspettare, ricordandoci che le cose più preziose — proprio come i frutti più alti di un albero o le feste di paese — richiedono pazienza per essere davvero assaporate.
Imparate l’arte dell’attesa e... buona lettura!
L’estate da zia Nina
In un piccolo paese di provincia sorgeva, nascosta da un albero di gelso bianco e uno di fichi scuri, la casa della zia Nina, sorella di nonna Palma, madre di mia madre. Era un edificio arroccato tra i monti di Savoca, un po’ usurato dal tempo e costruito prima della guerra dai nonni dei nonni.
Un tempo, quando io e la mia famiglia vivevamo ancora in Sicilia, passavamo le estati là. Mia sorella Valeria, più grande di me di quattro anni, si arrampicava sul possente arbusto per raccogliere i gelsi più alti, che di solito erano i più succulenti e maturi. Io rimanevo in terra nella speranza che, ogni tanto, un frutto cadesse fra le mie mani.
Ricordo ancora che, prima di partire dal nostro paese, zia Nina ci chiamava cinque o dieci volte per assicurarsi che il viaggio proseguisse correttamente, dato che lei ci aspettava sin dalle sei del mattino e noi, puntualmente, arrivavamo poco prima delle dieci. Era un tempo infinito, perché la zia ci vedeva una o due volte l’anno e conosceva il sapore dell’attesa: camminava a piedi su strade diroccate per andare in cima al monte, ad ascoltare la messa e faceva pellegrinaggi al santuario della Madonna di Tindari sin da bambina. Erano ore interminabili quelle di una volta, dove per ottenere qualcosa dovevi sudartela: la guerra, la carestia, erano tutti eventi che avevano lasciato il sapore dell’attesa, quella che, io e mia sorella, non avevamo mai conosciuto.
Zia diceva il rosario dalle tre di notte, era sempre stata credente e, con la saggezza di chi aveva settanta anni, ci spiegava il valore della preghiera. Ci interrogava spesso sulle parabole, abbandonandosi a qualche sgridata se non avessimo dato la risposta giusta. D’altronde io e mia sorella non vedevamo l’ora di andare lì per divertirci, non per pregare. Ma il gusto di vedere zia era anche quello e in un certo senso, noi, insieme a lei, apprendevamo l’arte dell’attesa: prima di scendere al mare, dove non c’è sabbia, ma solo rocce e sassi, aspettavamo che zia Nina ci desse il suo consenso; prima di mangiare dovevamo pregare e prima di scendere al paese dovevamo chiederle il permesso.
Ricordo che poco lontano da casa della zia c’erano rovi di more, con cui da bambina mi sporcavo le mani nell’intento di raccoglierne i frutti. Erano buone e avevano il sapore della mia infanzia, delle mie vacanze estive, fatte di attese e di preghiere. Ricordo ancora il sapore del pane, quello che andava posizionato al centro del tavolo perché “creato da Dio!”. Rammento con non poca nostalgia le corse per il paese, l’attesa nel vedere la “Lucia” nella sua magnificenza! Tutti in paese aspettavano la festa di Santa Lucia, un evento in cui una bambina veniva vestita di bianco, come rappresentazione del martirio della Santa. Erano altri tempi, ma i ricordi sono ancora lucidi nella mia memoria. Rammento inoltre di quando andavamo a Tindari, per vedere la madonnina e mangiare cannella ricoperta di zucchero possibilmente rosa, che era ed è tutt’oggi il mio colore preferito.
L’arte dell’attesa non aveva prezzo, eppure l’estate andava così, a rilento; forse anche per questo era bello andarci. Adesso che vivo in città ed ho ventidue anni viaggio ancora, ma nulla può sostituire le more, l’odore della strada di campagna, i pellegrinaggi e i gelsi di zia Nina. Rimpiango con nostalgia quei bei tempi ed ogni volta che ricordo riaffiorano al cuore tutti i momenti di un’infanzia passata felicemente e all’insegna dell’attesa, quella da cogliere e apprendere.
Autrice: Ilaria Carla Gambera
Pagina Substack dell’autrice: Ilaria Carla Gambera
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Ho gli stessi ricordi, anche se in un posto diverso... Segni indelebili, per fortuna, che ci ricordano come eravamo nello stato di innocenza infantile... ❤️