Nel testo proposto questa settimana ci troveremo a fare i conti con la nostra capacità di abitare il futuro. Anticipiamo ansie, risposte e palazzi non ancora costruiti, mentre il corpo resta indietro, schiacciato dal peso del “cosa succederà”.
Tra paranoie adulte e ricordi d’infanzia, questo testo è un invito a fermare i pensieri, per provare a fare la cosa più difficile di tutte: guardare fuori dalla finestra e vedere, finalmente, solo ciò che c’è.
Spegnete i pensieri e... buona lettura!
L’attesa
Dove sono mentre aspetto?
Quello che non sarà mi condiziona, mi rovina la giornata, mi agita in coda al supermercato, mi restringe i metri quadri dell’appartamento, mi fa dimenticare le chiavi. Non mi fa vedere.
Da bambino un bosco non era un bosco: era una foresta selvaggia di un mondo inventato, era l’inizio di un’avventura incredibile. Allo stesso tempo, però, quei rami mossi dal vento non erano rami: erano mani pronte a braccarmi, da cui dovevo scappare.
Adesso la fantasia del fanciullo si è deformata in profetica paranoia inventata.
Un evento futuro m’irrigidisce le spalle, mi fa digrignare i denti la notte.
Eppure non so cosa succederà. Sono qui, sto facendo altro. Ho la testa nel futuro e un corpo lasciato indietro, schiacciato.
L’appuntamento con quella ragazza sarà l’inizio di una storia d’amore? Il lavoro si complicherà? Quel fastidio alla gola peggiorerà rovinandomi la vacanza o passerà prima?
Guardo dalla finestra e vedo un cantiere, penso al palazzo che ci sarà, alla famiglia che abiterà l’ultimo piano. Penso al Sole che ora illumina un piccolo orto, ma che sarà in ombra appena la casa verrà terminata.
Eppure adesso non ci sono che due buche.
Vorrei tanto vedere quello che c’è. Non dedurre, non immaginare. Solo guardare fuori dalla finestra.
Autore: Davide Campa
Pagina Substack dell’autore: Davide Campa
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