Eco di Bergamo Pagina degli spettacoli del 25 luglio 1998 (Ripubblicato il 28 settembre 2026)
“L’America? Un film in Harley Davidson” Di Roberto Barzi
Una moto, un amico e via, sulle ali della libertà. Era davvero fantastico vedere Captain America e Billy sfrecciare lungo valli e deserti in sella alle loro Harley Davidson, in continua ricerca di avventure negli USA degli anni ‘60.
“Easy Rider” è stato e rimane tuttora il film di una generazione ribelle a ogni convenzione sociale, anticonformista in politica e soprattutto antimilitarista, la quale desiderava sfuggire alla realtà quotidiana per arroccarsi in un mondo nel quale la fantasia fosse davvero al potere e l’amicizia rappresentasse il fulcro della rivolta per la libertà. Un’amicizia totale, virile, proprio come quella dei due centauri protagonisti. O per lo meno, così doveva apparire agli occhi degli spettatori.
In realtà la faccenda prese una piega ben diversa: tanto per cominciare Peter Fonda e il geniale Dennis Hopper – che è soprattutto un validissimo pittore –, amici nella finzione cinematografica, durante la lavorazione (ma soprattutto dopo il lancio e la definitiva uscita del film) litigarono brutalmente, venendo persino alle mani, per usare un eufemismo. Troppo simili nei loro ego per andare davvero d’accordo, troppo irruenti e megalomani per sopportarsi a lungo. Ciò nonostante, i due attori riuscirono nell’impresa, per alcuni versi titanica, di elaborare la sceneggiatura e di dirigere “Easy Rider”.
Il progetto nacque per puro caso da una fantasticheria di Peter Fonda mentre, nel 1967, era impegnato in un raduno di centauri per propagandare il film “The Trip”. Perché allora non girare un lungometraggio basato ancora una volta sulle motociclette e i loro fanatici guidatori, ma non con la consueta banda di teppisti drogati e violenti, bensì con due vecchi amici decisi a compiere – come fece un giovane Ernesto Guevara, attraversando su di una moto, con un suo amico, tutto il Cile – l’attraversamento dell’America a caccia di avvenimenti di ogni genere e forse persino alla ricerca di se stessi?
Fonda ne discusse con Dennis Hopper, conosciuto come aiuto-regista sul set di “The Trip”, il quale aveva fatto esperienze similari come attore nel mitico “Gioventù Bruciata”. I due parvero intendersi alla perfezione e cominciarono a plasmare l’idea iniziale: il loro doveva essere un film radicalmente pazzo ma allo stesso tempo poetico, visionario ma pure impegnato, divertente e umoristico quanto tragico.
Avevano solamente bisogno di un autentico sceneggiatore: lo trovarono in Terry Southern. I tre si misero immediatamente al lavoro in un vero e proprio stato di ebbrezza, e non solo artistica. Furono protagonisti di un’opera nata in mezzo a numerosi imprevisti, fra incidenti, dimenticanze, scene girate in tutta fretta e furia e con un copione appena decente. Ne venne fuori un piccolo grande capolavoro che, ironia della sorte, sembrava appositamente studiato a tavolino nei minimi particolari. Fu molto apprezzato dalla critica pur – e come potevano mancare? – tra mille polemiche, ed ebbe anche generosi incassi. Ma Southern non vide mai e poi mai i dollari promessi, se non 350 miseri dollari per ben dieci settimane di elaborazione. Era naturale che lo scrittore intentasse una causa ai “soci”, in particolare ad Hopper, che negò qualsiasi suo merito artistico.
Southern è morto senza un quattrino nel 1996. Fonda si ritirò in un aristocratico silenzio. Ora, pettegolezzi e testimonianze scaturiscono incessantemente come un fiume in piena in vista del prossimo trentennale di “Easy Rider” (1999). Si tratta di accuse e nuove verità indagate e accertate da scrittori come Peter Biskind nel suo libro “Easy Riders, Raging Bulls”, o da giornalisti del calibro di Mark Singer in un recente pezzo polemico sul New Yorker.
Autore: Roberto Barzi
Pagina Substack dell’autore: Roberto Barzi
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