La nuova chiesa di qui, la nuova chiesa di là, l’altare nuovo di su, l'altare nuovo di giù, e “se ca ‘l custa?” e “se ca na tuca, a la fin, pagà?”
“Paga Pacchiuni o il PNRR??”
Din don dicono le campane tirate a nuovo e collocate nella nuova Notre Dame (parroco dixit ) che in esclusiva avremo solo noi nella pianura Padana.
Al Picchio tutta questa storia importa poco ma un aspetto della questione gli passa da un orecchio all'altro, scombinandogli la logica dei pensieri.
Cosa sarà stavolta di così importante?
Beh cari lettori, si tratta del nuovo altare.
“Ma cùme- dice la gente- cal vègg l’av bon pù?”
Chiedi di qui, ti informi di là, il vostro investigatore alato ha scoperto che quello vecchio l’av propi bon pù e non per questioni di senescenza.
In realtà perché, udite udite, non è mai stato consacrato!
Sì, cari parrocchiani, siete stati battezzati, comunicati, cresimati, sposati ed è stato dato l'estremo saluto ai defunti da un altare che non aveva i requisiti per la consacrazione.
Non per materiale né per foggia, nemmeno per questioni estetiche ma semplicemente per questioni di forma, intesa come me ca l’è fai.
Il nostro vecchio, caro altare era fatto da un piano di marmo posato su una sorta di capitello di muratura. Il manufatto era rivestito dai preziosi paramenti a cui tutti siamo affezionati.
“Quindi non va bene, perché?” si chiedono i parrocchiani.
In sostanza perché è rettangolare e non è conforme alle caratteristiche della nostra chiesa, fatta praticamente a elle. Così strutturato non può essere equamente apprezzato da tutte le parti del tempio.
La risposta del pratico mottese sarebbe molto semplice: ne tagliamo un pezzo e da rettangolare diventa quadrato oppure, per essere precisi, facciamo fare un’altra asse ma di forma quadrata.
Lato per lato oppure lato al quadrato, dice la onnipresente geometria.
Invece il compagno silenzioso di tante cerimonie è stato rottamato e verrà sostituito da uno più consono al polo liturgico.
Per onore di verità giornalistica, il vostro amico si è informato presso il capo indiscusso della parrocchia che a confermato che ne verrà installato uno nuovo di zecca.
Questo, progettato dal sac. Ercole Cerchia, sarà fuso in bronzo, a Roma, assemblato a Lecco e poi portato nella nostra pastorale. Correttamente quadrato, col lato di m. 1.2.
Su di esso faranno da ornamento motivi che ricorderanno per sempre ai visitatori alcune peculiarità del nostro paese.
Siamo tutti curiosi di vedere se su questo appariranno sculture di funghi, di ciliegie, di animali del bosco e magari qualche onda del fiume a fare da modanatura.
Non è che a Motta abbiamo così tante cose mettere in un altare anche perché ai caduti, ad Ada Negri e a San Giovanni abbiamo già fatto un monumento.
A ben vedere non è che il bronzo richiami molto le peculiarità della nostra terra, particolarmente povera di rame e stagno, elementi necessari per creare la lega.
Magari lo si sarebbe potuto fare con i pregiati sassi delle nostre sponde e un bel legno di quercia ma probabilmente questi avrebbero reso meno preziosa la nostra cattedrale.
Che ci vuoi fare, si dice il Picchio, lassù adorano quel po' di sfarzo che non guasta mai e magari attira qualche fedele curioso in più.
In un recesso del suo avicolo cervellino qualcosa gli suggerisce che, in un angolino del paradiso, San Francesco si sta facendo quattro risate, ricordando lo spartano altare della sua cara San Damiano.
Autore: Il Gallo


