Un caffè lasciato bruciare sul fuoco, la pesantezza dei ricordi e la sensazione costante di essere osservata da una finestra.
In questo racconto toccante e malinconico, la voce intima di un’anziana donna dà forma al dolore sordo per la scomparsa del marito. Tra il rapporto delicato con la figlia Lola, una memoria che sfuma pian piano e la fatica quotidiana di abitare una casa improvvisamente troppo vuota, emerge un ritratto commovente sulla solitudine, sul peso dell’assenza e sull’incapacità di ricomporre la propria vita quando l’amore se n’è andato prima della testa.
Buona lettura!
La vicina mi spia
La vicina mi spia.
Mi spia dalla finestra, vedo sbucare quella testa riccia ad ogni occasione. Un rumore, la mia radio accesa, le notizie in tv. Il telegiornale mi ripete cose che non voglio ascoltare, ma quasi tutto è meglio del silenzio in fondo, non credi?
In ogni caso mi spia, ne sono sicura. E sono convinta che mi giudichi, mentre segna i miei orari sul quaderno rosa che le ho visto fare un salto a comprare lo scorso mese.
Mi chiedo poi quali orari? Non imposto la sveglia, mi vesto un giorno sì e qualcuno no, qualcuno resto a letto. Qualche volta la pesantezza del suo sguardo mi tiene sdraiata, nascosta nelle lenzuola. L’estate sta iniziando, il caldo comincia a farsi sentire e non si addice ai brutti pensieri.
Non ne avrei così tanti se solo la smettesse di guardarmi.
Saranno mesi che non esco di casa. Resto come la polvere al suolo, mi poggio un poco di più ogni giorno. Forse dovrei pulire, riverniciare, cambiare il copri divano. Forse è solo preoccupata, in fondo sono una vecchia pensionata che continua a bruciare il caffè ogni mattina.
E’ che mi perdo, non lo faccio apposta.
Metto la moka, accendo il fuoco, e poi quello scricchiolio del calore mi culla, mi porta via. Inizio a pensare al Madagascar, al mare che non mi bagna i piedi da un po’, alla macchinetta Canon arrugginita, a te che sei lontano.
Da quando mi hai lasciata sola il caffè non è buono uguale. Tu sapevi dividerlo perfettamente per due, mischiavi col cucchiaino anche il mio zucchero, equilibravi quantità e dolcezza, come hai sempre fatto in tutto. La nostra vita insieme in generale.
Ora sono anziana e rimbambita, e brucio il caffè. Tanto che lo bevo a fare? La stanchezza mica ti abbandona con una o due tazzine in corpo.
Magari prima o poi la vicina chiama qualcuno e mi portano via, a giocare a burraco con quelli che la testa l’hanno persa prima dell’amore. E si arrabbiano se il compagno usa una pinella dove non servirebbe.
Io ho perso prima l’amore, invece. La testa se ne sta andando pian piano. Ho perso te. E con te la capacità di camminare, da quando la strada non la percorriamo più tenendoci per mano. Ho perso pure la voglia di comprare la frutta al mercato da quando ho capito che quella matura la sapevi scegliere solo tu, mentre la mia marcisce e basta. Ho perso gli occhiali, non leggo più. Ho perso la fede mentre mi ostinavo a grattare via quella macchia nell’angolo del bagno, quella che mi rimproveravi di lasciare lì appositamente, perché dava colore a quel bagno troppo limpido scelto da te. Ci stava bene un po’ di giallo.
Comunque te ne sei andato e volevo farti un regalo, volevo farti vedere che le cose alla fine le so fare, che non le lascio a metà. Volevo restituirti il tuo bagno bianco, invece ho perso la fede e la macchia è rimasta lì. A farmi presente che fallire è l’unica cosa che sono ancora capace a fare.
Eppure da vecchi è difficile fallire.
Ogni tanto Lola viene a trovarmi, mi ricorda di essere ancora in vita. Entra e lancia la felpa sul divano sporco. Sbuffa, fuori fa caldo. Mi dice che è preoccupata. E io le rispondo che anche io lo sono, perché la vicina mi spia, ormai da un po’ troppo. Dovremmo chiamare la polizia.
Allora il suo sguardo si addolcisce. Le faccio pena, credo.
Mi dà un bacio sulla guancia e ci sediamo l’una accanto all’altra. Le chiedo come va il lavoro, se Mauro la tratta sempre bene, se i bimbi hanno già scoperto la monotonia della vita.
“Non essere drammatica mamma! Hanno 12 anni, la gioia li deve perseguitare ancora per un po’. E poi la vita non è monotona, è la testa che la rende tale.”
Penso che invece lo sia eccome, sennò chi me la spiega la voglia di quella donna riccia ad impicciarsi ogni giorno di quello che faccio? Fosse entusiasta della sua di vita, non avrebbe interesse in quella di una vecchia che borbotta.
La monotonia io l’ho conosciuta da quando mi hai lasciata sola. Non mi ero accorta di quanto colore portassi con te, anche se la casa l’hai dipinta tutta di bianco. Io sono grigia e incurvata, come i miei capelli, come la mia schiena. Non voglio il bastone che Lola continua a portarmi sperando che lo accetti. Voglio il tuo braccio a sorreggermi, non una stupida stampella. Però l’anca mi fa male, sai? Forse avrei dovuto operarmi quando insistevi. Ma non potevo rischiare, no no. Non potevo lasciarti solo per primo. Il tuo cuore era troppo delicato per restare a metà.
Me lo sono preso io il dolore per te, per la mia anca, per la vita rimasta spezzata.
Le lenzuola non si stendono bene senza il peso da entrambi i lati, mi sembra che anche le gambe del tavolo stiano cedendo da una parte, a forza di mangiare sulla stessa sedia.
Alla fine Lola se ne va, dispiaciuta. Mi sono di nuovo ingabbiata nei pensieri. Mi parla, ma ho smesso di ascoltarla.
Prima di chiudere la porta mi guarda, nello stesso modo in cui mi lanciava l’ultimo bacio mentre entrava in classe.
“Mamma, manca tanto anche a me il papà.”
Sento solo il rumore della maniglia, non la sto più guardando. Gli occhi tristi di una figlia non si imparano a sostenere nemmeno dopo cinquant’anni.
Resto io, con il caffè bruciato e la vicina che mi spia.
Autrice: Maia Biginelli
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