Dopo un periodo un po’ travagliato, gli anni erano tornati a sorridere e a scorrere tranquilli. Passata la bufera del primo conflitto mondiale, la vita nel paese, abbracciato dal fiume Ticino, aveva ripreso la sua forma naturale. Qualcuno era rimasto sui monti, qualcuno era tornato a casa. Contadini, artigiani, barcaioli e i gestori dei vari esercizi nel paese, cercavano di riemergere dallo sprofondo degli anni bui, quelli della fame nera, con impegno, coraggio e molta fantasia.
In campagna tutto faceva brodo e quel brodo a volte era bello carico, a volte un po’ più ristretto. Tutti in una famiglia contribuivano a mandare avanti la baracca, facendo in modo che nulla venisse sprecato.
La famiglia Bordi, quella che abitava alla Cascina Bianca, era tra le privilegiate. Intorno al capofamiglia, Antonio, detto Tognu al Biund per la sua capigliatura color pannocchia matura, ruotavano la moglie Paola, detta Paolina la Lusarta per la sua mania di lavorare sempre al sole come se il caldo non la sfiorasse minimamente, due figli, Primo e Mansueto, rispettivamente di 15 e 17 anni, che aiutavano il padre nel lavoro nei campi e nella stalla e la figlia tredicenne, Maria, detta la Stissa per la sua indole un po’ bizzosa che a sua volta dava una mano alla madre nelle faccende domestiche e nella cura dell’orto.
Condivideva una parte delle fatiche quotidiane e il peso delle entrate del nucleo, il fratello di lei, Mario, che si dava da fare sul fiume col suo barcè, trasportando un po’ di tutto, dal legname ai sassi e, soprattutto nella stagione propizia, traghettava le mondine da una parte all’altra del fiume, dalle parti di Parasacco.
Non erano possidenti nel vero senso della parola ma qualcosa avevano: una ventina di pertiche di terreno fertile vicino all’Agnella, messe a mais e a pioppi, una stalla con sopra il fienile in cui dimorava una decina di vacche da latte, un orto, le galline, le oche e qualche coniglio. Da fare insomma ce n’era in abbondanza per tutti, soprattutto per tenere viva l’economia circolare dell’epoca che dava ad ogni cosa la giusta collocazione e la dovuta importanza.
Ognuno aveva i suoi compiti, tra i quali non mancavano mai i funghi e i fichi da essiccare, le noci da perticare e sgusciare, le nocciole da raccogliere, le mele da riporre nei cassettoni e il melograno da spremere.
Andavano tutti più o meno d’accordo, anche se la moglie credeva nell’aldilà, soprattutto spronata dai richiami del parroco don Luigi, mentre il marito credeva più nell’aldiquà e a messa ci andava solo la domenica perché costretto dal sentire comune. La prima curava traversie e acciacchi vari con i rosari, il secondo, in compagnia del fratello, con il Barbera e la grappa.
E proprio sui malanni, o meglio sul malanno, era inciampata, nell’inverno del ’24, la nostra famiglia. Una sera Tognu era tornato a casa dall’osteria dicendo che si sentiva “un po’ cott”. Sulle prime nessuno ci fece caso anche perché, sotto sotto, tutti pensavano ci fossero un paio di tazze di troppo consumate all’Isola.
La notte non portò consiglio e il nostro contadino si risvegliò in un bagno di sudore con le forze che sentiva venire meno. Qualche colpo di tosse e il respiro corto non lasciarono presagire niente di buono così mandarono la Maria a chiamare il dottor Lovati che, vista la temperatura a 41 e ascoltati i polmoni, emise la diagnosi: brutta polmonite, magari il mal sottile. Salicilati, sulfamidici, parfùm, panetti caldi sul torace e riposo, tanto ma tanto riposo.
“Dutur, meca femm, chi ca tira innans la baraca?”
“Riposo, tanto ma tanto riposo”.
Se i farmaci e il riposo sembravano sortire qualche effetto sul sistema respiratorio del contadino, di contro questi non riusciva a riemergere da uno stato di astenia generale, che poco era spiegabile dalla scienza medica di allora. Gambe molli, giramenti di testa, inappetenza, qualche “schirlatina” e il dottore che non sapeva più come raccapezzarcisi, visto che non conosceva microbi in grado di conciare così un uomo non più giovanissimo ma ancora prestante e robusto.
La moglie con i figli cercava di tirare avanti con l’aiuto di alcuni parenti, soprattutto per la cura del bestiame che richiedeva molto impegno.
Dopo un mese, Tognu era praticamente immobile nel letto.
Paolina convocò allora la congrega della guarigione e mise le adepte all’opera nella recita del rosario quotidiano, in una stanza adiacente a quella del malato. Anche don Luigi ci mise del suo, con impegno, ma niente sortì effetti positivi.
Alla fine consultarono la Iolanda detta la Ratavur per l’aspetto tetro che la rendeva molto simile a un pipistrello, a una creatura della notte, nota per la sua abilità nella preparazione di miracolosi intrugli. Questa, tra lusco e il brusco, fattasi raccontare la situazione, disse la sua:
“Al to home l’è un ebreon! Par guarì ta ghè da piantag sù la pall una scai dal crucefiss dal Suncin!”
Perso per perso la Maria si decise sul da farsi e disse al fratello di occuparsi della cosa. Dopo aver scaricato le mondine il lunedì col barcè avrebbe dovuto recarsi alla cappelletta del famoso crocefisso e, senza farsi notare, asportare una scheggia del legno da riporre poi in un po’ di cotone che gli aveva dato la sorella.
Il nostro barcaiolo, scaricate le donne, pensò bene di fare una puntata all’osteria dei Tre Re per bersi un bianchino prima del ritorno. Un bianchino tira l’altro e il nostro barcaiolo si scordò completamente della faccenda della ricerca del crocefisso e della reliquia artigianale. Riprese il suo barcè e, seguendo la corrente, prese la via del ritorno. Giunto ormai alle porte del paese si ricordò dell’impegno assunto con la sorella:
“Oshgnur, lasghei dust make afore! Ki ka la senta la me sural...”
Si guardò in giro e in un battibaleno prese la decisione: con il suo coltello intagliò una scheggia dal parapetto del barcè di legno e la ripose delicatamente nel cotone che teneva nel taschino che si era portato appresso.
Giunto a casa la consegnò subito alla Maria che, senza farsi vedere, la conficcò nella pelle del fianco proprio sotto l’ascella del marito. Questi tirò uno silenzioso smoccolo ma si riassopì praticamente subito.
Non si sa per quale fenomeno misterioso, ma dal giorno dopo il marito cominciò a migliorare. Naturalmente la congrega della buona guarigione continuava imperterrita la recita del Rosario credendo fermamente che l’intervento divino avrebbe potuto risolvere il problema: scheggia e Rosario erano un binomio veramente micidiale.
In una settimana l’uomo riprese a mangiare di gusto e a bere altrettanto vino. Avvertiva solo uno strano prurito sul fianco, ma non ci fece caso più di tanto finché quel lago artigianale da agopuntura si staccò da solo.
La Maria ringraziò ancora il fratello, che però rispose con un proverbio padano che recitava più o meno così: vale molto più la vostra fede nella guarigione che la scheggia di un barcè. Visto però il successo della sua artigianale reliquia, rimase nel dubbio se continuare a fare quel faticoso lavoro lungo il fiume con la barca oppure produrre artigianalmente dei talismani per la guarigione delle malattie. Impossibile!
Autore: Il Gallo
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