Nel racconto proposto oggi entreremo in una storica caffetteria parigina, tra il profumo dei croissant appena sfornati e la luce timida delle otto del mattino.
Attraverso gli occhi di un giovane medico e lo sguardo rubato a una sconosciuta, questa storia diventa un viaggio nostalgico sulla bellezza dei dettagli e sull’arte dell’osservare, ricordandoci che certi incontri silentemente fugaci sono destinati a lasciarci un segno, anche quando sfumano senza fare rumore.
Buona lettura!
La ragazza delle otto
Quella mattina Parigi sembrava non voler smettere di piangere: pioveva ininterrottamente dall’alba ed Étienne, incurante dell’acqua che gli avrebbe rovinato il lungo cappotto marrone a cui teneva tantissimo, uscì comunque per fare colazione.
“Tanto con questo tempo... non ci sarà nessuno” aveva pensato il trentenne, mentre a passo felpato cercava di raggiungere quella caffetteria tra la Rue Montffard e la Rue Devois, a cui era affezionato.
Al Maison du Cafè, aveva dato il suo primo bacio, conosciuto i suoi colleghi di lavoro mentre era una matricola al primo anno di medicina e, per pagarsi il monolocale vicino all’università, serviva nel fine settimana infiniti vassoi di caffè macchiato e brioches appena sfornate. Lì si era anche lasciato con Ruby, una collega di corso, con cui aveva condiviso qualche esame di anatomia, le visite al Louvre e poco altro.
Étienne arrivò in caffetteria e con grande sorpresa trovò il locale pieno. Scelse accuratamente in quale angolo adiacente alla porta lasciare l’ombrello prima di entrare e chiedere al proprietario, il signor Louis, se quel tavolino fosse già occupato.
Il giovane medico, ogni mattina, prima di entrare in ospedale, passava di lì: stessa colazione, stesso posto, davanti alla vetrata. Non era un orario qualsiasi quello, era poco prima delle otto. Il momento perfetto in cui i raggi del sole, ancora timidi, iniziavano a scaldare le tazzine, disegnando riflessi dorati sulla ceramica e sulle briciole del croissant. Étienne, pensava che quel posto fosse solo suo, che in qualche modo, nonostante i turisti, i parigini e le coppie in una fuga d’amore, nessuno aveva mai davvero compreso la bellezza di quell’angolo del locale, che apriva su uno scorcio di Parigi. Ma in quella domenica piovosa la vide per la prima volta: un ragazza con un cappotto marrone e i capelli scompigliati, come se quella mattina avesse avuto cose più urgenti da fare che guardarsi allo specchio.
Non l’aveva mai vista prima; era lì ferma, con la tazzina immobile nel piattino che ogni tanto sfiorava delicatamente con le dita, prima di berne un sorso e perdersi in quel mondo fuori. Non possedeva una bellezza che attirasse immediatamente lo sguardo, eppure Étienne non riusciva a smettere di osservarla. Cercava di leggere il giornale, ma le parole scivolavano via lentamente. La guardava di sfuggita, come se osservarla per più di due minuti significasse rompere qualcosa di estremamente fragile. Qualcosa di lei lo attraeva. Forse quell’eleganza di bere un banale cappuccino, forse il modo in cui rimaneva in silenzio ad osservare il mondo fuori, per ritrovare sé stessa.
Le settimane passarono, Étienne e quella giovane ragazza con un naso all’insù che le incorniciava perfettamente il volto, si ritrovavano sempre lì: stessa ora, stesso posto.
Lui cominciò a immaginarsela in infinite storie di ritorni, partenze, di attese o semplicemente di modi: per imparare a stare da sola senza temere gli attimi di vuoto. Voleva parlarle, chiederle chi fosse, se avesse imparato da qualche parte quel portamento innato, se fosse un’eleganza destinata a svanire o a resistere nel tempo, così magnetica da far innamorare chiunque la incontrasse.
Poi arrivò la primavera e di quella giovane donna, seduta in quell’angolo di “Maison du Café”, non c’era più alcuna traccia. Étienne ci tornava ogni domenica alle otto, come se la sua presenza bastasse per farla ritornare. Ma poi realizzò di non essere mai stato parte della sua storia, di essere rimasto soltanto un osservatore silenzioso.
Autrice: Sofia Campoli
Pagina Substack dell’autrice: Sofia
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