Parcheggio. E’ l’una e trenta di notte. Sono stanco, stanco e molle, rigido però, nella ferma convinzione di essere stanco, sordido e stanco.
La giornata mi è pesata in grembo come una mozzarella indigesta e speluccando quarti d’ora di sonno non mi sono ripreso. Ho solo sudato, sudato e sfiammato una fitta al fianco, chissà che cazzo ho! Comunque ho parcheggiato, e sono ancora lì, ho appena messo fuori un piede dalla macchina, in rotta con il classico movimento ridicolo e scomodo che tutte le auto ti fanno fare.
Quell’accasciarsi a gambe lunghe quasi sembrasse di dover partire sparati da un razzo in direzione tendone del circo e il successivo rimettersi in piedi, come fossi un ottantenne che cardiopatico tenta di scavallare la vasca da bagno, forse più un vallo di Adriano, forse avendo anche una punta di diabete.
Sto comunque scendendo dalla macchina, che mentevanesia e vagabonda che ho…basta!
Chiudo la vettura, mi godo il clack. Sembra tutte le volte di spezzare le ossa ad un povero uccello, o di fendere ad incisivi una fresca carota. Chissà perché me lo godo…
Piomba nel buio la luce del mio cortile, la lampada a led montata dal mio caro nonnino sembra un faro, i primi secondi sono debilitanti e nauseabondi, uno è obbligato a porre gli occhi al suolo se non vuole ritornare a casa cieco, anzi se vuole ritrovare la strada di casa.
In quell’istante, sì, proprio in quello, in cui le pupille si dirigono a terra, tra una piastrella muffa ed una muschiata si rintana, fermo fermo sia mai che non lo vedi, uno schifoso sgorbio di cioccolato, uno scarafaggio!
Bestia immonda e tremenda, ringrazio ogni giorno per le loro dimensioni, se fossero stati grandi come un gatto penso che l’essere umano non si sarebbe mai evoluto, solo per colpa del ribrezzo che emanano e della vergogna di condividere il mondo altolocato con loro.
L’analogia è chiara. Infame Kafka e i suoi romanzi. Mi obbliga a vederlo con occhi diversi, forse anche con una punta di rispetto, chissà, potrebbe essere mio padre. Oppure mia nonna. Magari seduta sul water per fare pipì si è trasformata e caduta nello sciacquone è stata poi non trovata e scaricata vorticosamente verso il tombino che si afaccia nel mio cortile. Funzionerà davvero così il mio scarico?
Kafka o no; nonna, papà, sindaco o prete che sia, quello scarafaggio non è solo e io, solo estanco, non sono il solo ad averli in cortile. Tutta Motta li ha in questo periodo. Forse i collezionisti di insetti potrebbero esserne contenti. Ogni anno avrebbero la possibilità di scambiare il proprio gioiellino imbalsamato con un esemplare più maestoso, ma io no, a me fanno schifo e basta.
Autore: Federico Maiocchi


