Era un gennaio freddo, di quelli con un clima invernale giusto. Sulle rive del Fiume Azzurro, così caro ai suoi paesani, la natura dormiva in attesa del risveglio primaverile. Gli albori di un pomeriggio come tanti, con quella nebbia che non si sa se scende o sale e se ne sta lì, sospesa, un po’ fitta un po’ rada, a confondere i contorni dei campi, coperti ancora, in alcuni punti, dal ghiaccio notturno, invitavano gli esseri umani ad uscire di casa.
La guerra non era ancora finita ma dava l’impressione di essere agli sgoccioli, ai titoli di coda del suo devastante romanzo.
Tutto sommato il paese non ne aveva subito i colpi più pesanti e la vita, tra una cinghia tirata, qualche incomprensione tra la gente ed un po’ di paura ogni tanto, era andata via abbastanza liscia. Diciamo sopportabile.
Pietro era un artigiano: costruiva, come gli aveva insegnato il nonno, i cavagn, tipiche ceste contadine fatte con rami di salice e i scurbin, tagliati nei boschi durante la buona stagione.
Lasciato il lavoro e indossato il liso giaccone, aveva deciso di fare due passi verso la Cascina Agnella, così per sgranchirsi le gambe e meditare sulle idee che gli avevano messo in testa alcuni amici che si dichiaravano, segretamente, partigiani della Brigata Garibaldi. Giunto nei pressi della Chiesetta di San Rocchino, udì, distinto sopra la sua testa, il noto borbottio sommesso: aerei ad alta quota. Ogni tanto qualcuno sorvolava gli abitati, ma Motta non era stata mai un obiettivo dei velivoli alleati, che si dirigevano per lo più verso Milano.
Poi il silenzio fu squarciato dal rumore di una raffica proveniente dalle parti di Morimondo, dove era piazzata la contraerea alemanna FLAK. Giusto il tempo di ripararsi sotto al portone dei Pisaràl e il suono si fece più distinto, trasformandosi in una sorta di sibilo, di ronzio scoppiettante, sempre più forte.
La curiosità vinse sulla paura e Pietro, fatti una cinquantina di passi di corsa, si gettò nel fosso asciutto che costeggiava la strada.
Dal velo di nebbia emerse il P 47 Thunderbolt, con la sua scia di fumo nero, che atterrò, in modo sconclusionato, nel terreno del Paolino Scotti, abbattendo alcuni alberelli piantati la primavera precedente. L’acre nuvola si mischiò alla bruma e il nostro artigiano udì il gracchiare della radio di bordo e le parole del pilota. Pietro non capì alcun vocabolo, ma intuì che quello si era salvato. Dopo qualche istante vide indistinta una sagoma, avvolta in un giubbotto verde e protetta ancora dagli occhiali, scattare fuori dall’abitacolo e gettarsi nel fosso a pochi passi da lui.
Nella foschia intravedeva una Stella Rossa, ben distinta sulle ali dell’aereo.
Nessun dubbio: un aereo americano.
La radio smise presto di gracchiare e il pilota, ripresosi, imboccò in un baleno il sentiero che portava alla Cascina dell’Addolorata, scomparendo alla vista.
Pietro uscì dal fosso e si diresse verso l’aereo abbattuto, ma ben presto fu costretto a ributtarsi nel suo nascondiglio. La nebbia scese e l’aria si riempì di voci che si rincorrevano.
“L’è tudèsc??”
“Ma valaaaaa, ta veda no che ghe no su la crus ma la stala russa”
“Va che i rùssi rùvan no fin chi!”
“ocio, rùvan i negar! Via via!!”
Poi il rumore di automezzi carichi di uomini dagli idiomi, locali e non, che dispersero le ombre: erano arrivati i nazifascisti ancora temuti dai più e, in breve tempo, il relitto volante sparì. Qualche pezzo mancava alla carcassa, perché i rottami facevano comodo a tutti, anche ai contadini… oddio mica soltanto i rottami, qualche frammento pregiato, non si sa come, riprese il volo verso i cascinali della zona. Arrivarono anche i curiosi, così Pietro uscì di nuovo e si mischiò a loro, per controllare cosa fosse successo veramente. Serpeggiarono ordini secchi e concitati e poco dopo si videro i neri partire alla ricerca del pilota, tra scheletri d’albero e vapori di foschia. Allo stesso tempo, senza dare nell’occhio, anche alcuni partigiani fecero lo stesso, con intenzioni opposte. I primi per catturare un prezioso ostaggio, i secondi per proteggerne la fuga. Alla spicciolata se ne andarono tutti, insieme ai pezzi dell’aereo abbattuto sparsi a destra e a manca, e sul campo rimasero solo le tracce dell’atterraggio di fortuna: due solchi profondi che si perdevano in mezzo alla vegetazione.
Pietro se ne tornò a casa che già faceva buio, tacendo naturalmente sulla fuga del pilota di cui ufficialmente si persero le tracce.
Qualche sera dopo, di fronte ad alcuni bicchieri di vino, all’Osteria del Pozzo, si seppe la verità.
L’uomo si era salvato scavando una buca sotto la letamaia di una cascina e lì dentro vi era rimasto per un giorno e mezzo. Poi, con l’aiuto di alcuni compagni, era riuscito a raggiungere Abbiategrasso, cercando di ricongiungersi alle forze alleate.
Tutto sommato nessuno si fece male e l’episodio venne derubricato a piccolo incidente di guerra anche dall’anziano prevosto, Don Casarico, che però ne tenne ricordo con uno scritto ancora conservato nell’ archivio parrocchiale.
Autore: Il Gallo




Gradita lettura.
Affascinante.