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Il tubo a raggi catodici... in musica!

Bentornati nella rubrica di Occhio alla Scienza.

Oggi vogliamo raccontarvi una curiosità che lega due mondi apparentemente molto diversi: il tubo a raggi catodici e gli amplificatori per chitarra. Seguiteci fino alla fine perché è davvero interessante.

Prima di spiegare cosa hanno in comune questi due strumenti, è bene capire un po' più nel dettaglio come fa un tubo a raggi catodici a usare l'elettricità per illuminare i fosfori dello schermo.

Quello che accade è che un fascio di elettroni viene accelerato da una forte differenza di potenziale elettrico, raggiungendo una velocità che si attesta intorno al 10-15% di quella della luce.

In questo processo, gli elettroni passano attraverso delle armature, chiamate placche di deflessione, che creano un campo elettrico capace di spostare il fascio per disegnare sullo schermo.

Le valvole che gestiscono questo processo hanno però il difetto di non essere lineari. Questo implica che all'armonica fondamentale vengono accoppiate delle frequenze pari che sporcano il segnale.

La cosa interessante è che questo fenomeno, che in elettronica rappresenta un difetto, è in realtà un pregio a livello musicale ed è stato storicamente utilizzato negli amplificatori per chitarra per le sue caratteristiche uniche.

Infatti, l'aggiunta di armoniche pari rende il suono più caldo e ricco all'orecchio umano. Questo perché inviando un segnale a 1Hz, il sistema genera una componente minore a 2Hz, che in musica equivale a dire una nota che è esattamente un'ottava sopra.

Ed ecco spiegato il motivo per cui spesso gli amplificatori a valvole degli anni '50 e '60 hanno ancora oggi un grande fascino per gli appassionati di musica.

Vi ringrazio per aver seguito questo video fino alla fine. Noi ci rivediamo, come sempre, nella prossima puntata di Occhio alla Scienza!

Autore: Marco Bonaita

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