Seconda metà degli anni ‘80.
Il torneo di calcio a 7 “Buratti Mario” alla memoria, o, se preferite, il torneo “dei bar”, era uno degli eventi più gettonati del Giugno Mottese e richiamava numerosissimi spettatori, non solo locali, presso il campetto del centro sportivo.
Era un'occasione per divertirsi guardando partite spesso fantozziane, dove un po’ tutti si mettevano in gioco, e un’occasione per fare socialità. Vabbè dai, anche per tacchinare visto che a bordocampo si trovavano tantissime tifose…
In quelle sere estive il centro di gravità del paese diventava il rettangolo di gioco, non certo verde perché da anni sullo stesso non si vedeva traccia di erba e solchi, buchi e dislivelli aumentavano l'imprevedibilità delle contese e la lotteria degli infortuni.
Alla competizione partecipavano le squadre allestite non solo dai bar nostrani, tra i quali c'era una accesa rivalità sportiva e non, ma anche quelle messe insieme dalle diverse realtà locali, dall'assicurazione alla ditta di giardinaggio, dalla latteria al ferramenta.
Si trattava di una competizione aperta a tutti, con buona pace dello stato di forma degli atleti, e ci trovavi dal campione dilettante al killer prezzolato, massacratore di caviglie altrui, per la gioia del reparto di ortopedia del vicino “Carlo Mira”.
L’unico divieto era riservato ai professionisti, dalla serie D in su ma, in genere, nessuno di questi veniva a giocarsi la carriera, soprattutto senza essere pagato.
Con un po’ di difficoltà avevo allestito la squadra del “Bar dell'Oratorio”, con il placet di don Roberto, coadiutore che di tutto si occupava tranne che di pallone, che aveva posto per l’allestimento della stessa il vincolo della “frequentazione”.
In parole povere gli atleti dovevano essere di provata fede cattolica, praticanti e abituè della parrocchia. La cosa non era di poco conto visto che, già da allora, i personaggi con quei tre requisiti, in grado di essere schierati, si contavano sulle dita di poche mani.
Sulla carta non eravamo neanche male: io avevo da poco appeso gli scarpini al chiodo per motivi di studio ma mi tenevo in forma allenando gli allievi del CDG, Alberto e Giuseppe militavano in compagini di seconda categoria, Toto il portiere in una di terza, Gigi, Meo e Walter nell'Under 19 della Mottese mentre il resto della rosa era completato da ragazzi degli allievi e pedatori del campo di Paletti (sport di cui i mottesi rivendicano ancora oggi l’ invenzione anche se attualmente non viene praticato a causa della nascita dei campi da calcetto che ha comportato la scomparsa dei paletti stessi).
Naturalmente i maggiorenni del gruppo si erano autotassati per mettere insieme la quota di iscrizione, visto che il perenne segno rosso sul bilancio del Centro della Gioventù vietava uscite non indispensabili.
La parola passò al campo.
Durante la fase a gironi qualche crepa nel gioco si era palesata subito, visto che nessun componente della nostra squadra giocava abitualmente su campi di dimensioni ridotte, fattore non proprio trascurabile.
C'è calcio e calcio, 7 giocatori non sono 11.
Nonostante le difficoltà iniziali, avevamo superato il girone grazie a due pareggi a reti bianche e un perentorio 3-0 ai danni della compagine del “Bar Grattacielo”, frutto della tripletta di Luigi e della pochezza degli avversari.
Così ci si era illusi che le cose stessero cominciando a ingranare ma l'ottimismo si scontrò contro la dura legge del gol o meglio quella degli sgamati torneisti.
Ci toccarono gli ottavi di finale contro il “Bar Buteghin”, squadra tra le più accreditate per la vittoria finale.
“Ma si dai… non sono più giovanissimi… fa caldo… c'è la giochiamo…sicuramente corriamo più di loro…”
Sì, certo, corriamo ma a vuoto!!
Fu un vero incubo calcistico.
Loro schieravano Ciano, Bean, Taio, Cina, Libe..il meglio in circolazione. Cinque minuti ed eravamo già sotto di tre gol.
Loro, esperti di tornei estivi, ci avevano fatto girare come trottole senza farci vedere palla o meglio facendocela a vedere solo per raccattarla in fondo alla rete e per ricominciare da centrocampo.
Da ultimo difensore me li vedevo sbucare come fantasmi da tutte le parti senza capirci un tubo.
Noi sudati morti, loro freschi come rose.
Grazie al cielo decisero di non infierire, limitandosi per il resto della partita ad un palleggio da ola, interrotto solo da una goffa autorete di Meo.
Quando mancavano una manciata di minuti al fischio finale, Bean commise un tanto palese quanto volontario errore di misura, per consentirci di fare il classico gol della bandiera.
Purtroppo fece male i calcoli perché la sfera di cuoio fini sui miei piedi, quelli quadrati di uno stopper, non certo quelli raffinati di un centravanti.
Così si vide il pallone oltrepassare la rete di recinzione e finire nella proprietà delle Gege, tra muggiti, belati e starnazzare di oche.
Mi venne il tragicomico sospetto di averne abbattute un paio e la paura di veder comparire una delle due sorelle con un forcone in mano.
In ogni caso la partita finì tra risate e pacche sulle spalle con il pubblico ad applaudire tanto i vincitori quanto i vinti…e i tacchinatori di professione a tacchinar le dame della tifoseria.
Quello era il clima degli anni ’80 nel nostro paese, bello come del resto tutta Motta in quel periodo storico.
La memoria potrebbe ingannarmi ma la squadra del “Bar Buteghin“ vinse il torneo e don Roberto fece lo sforzo di chiederci come era andata giacché mai si sarebbe recato in un luogo di tanta perversione sportiva.
Almeno quello ce lo doveva.
Autore: Il Gallo


