Cercano capri espiatori proseguendo l’opera di
autoconvincimento,
si creano palliativi mentali del tutto infondati.
“Se non ci fosse quel serpente…”, essi si dicono, “mio figlio
sarebbe pecora e non lupo”...
ridicole, mendaci speranze.
Più facile crearsi schermi, spessi e insonorizzati, tra il sé e la
presa di coscienza;
più facile condannare terzi che accettare la verità.
Con questa condanna
allontanano dalla loro psiche la consapevolezza che i loro figli
non sono ciò che speravano fossero.
“È colpa della società, è colpa del reverendo, è colpa delle amicizie,
della fortuna…” ecco ciò che essi si dicono.
Ma difficile accettare: “E’ colpa del figlio”.
Indipendentemente dalla presunta locomotiva che li traina,
troverebbero un’altra bandiera o se la creerebbero.
Dopo gli accadimenti di Bergamo, dove uno studente ha premeditato e messo in atto un accoltellamento ai danni della sua professoressa di francese, è subito sorto il dubbio su cosa avesse spinto il ragazzo a compiere un gesto così tremendo e su quali possano essere state le cause motivanti.
Se chiedessimo a Giulio Chini, poeta autore dei versi soprastanti, beh credo diverrebbe assai deciso nella risposta, senza incappare in fronzoli o in compassionevoli e stucchevoli dubbi autoimposti. Chini imputerebbe la totale colpa al figlio e se non la totale almeno la maggior parte di colpa, poiché egli aveva una possibilità di scelta. Il libero arbitrio diviene decisamente il padrone della situazione e rende facile il giudizio; in poche parole: eri libero di scegliere (trovare un’altra bandiera), allora sei imputabile.
Mi sorge spontaneo l’affermare che così, forse, è persino troppo semplice.
Se concordassimo tutti sull’esistenza del libero arbitrio, quello che spero, anche in presenza di leggi fisiche determinate da rapporti di causa effetto (causalità); se fossimo in poche parole compatibilisti, come suole chiamarli la filosofia, tutto questo non basterebbe per imputare il ragazzo. In poche parole la dimostrazione del libero arbitrio non potrebbe essere la prova definitiva che induce a puntare il dito.
Kant, che non era un compatibilista e che ha basato la maggior parte del suo sistema filosofico sulla ragione e sulle libertà individuali, ci sottoporrebbe il problema di un libero arbitrio indottrinato, o controllato. Se io, dotato di libero arbitrio funzionante, fossi obbligato da una volontà altrui a compiere un atto non sarei imputabile, poiché non sarei più libero effettivamente, ma possederei un libero arbitrio ottenebrato.
Hannah Arendt affermerebbe, a questo punto, che l’obbligo di una volontà altrui sulla nostra non è abbastanza per scagionarsi e rendere impossibile l’accusa, poiché anche se sottoposto ad un influenza decisionale esterna, io potrei comunque decidere di non ascoltarla e di non sottoporre la mia coscienza a quella dominante, qualsiasi sia la posta in gioco. Eichmann a Gerusalemme non venne condannato solo per gli ordini eseguiti, ma per l’annichilimento della sua coscienza sotto quella di un regime dittatoriale. Perciò non è abbastanza dimostrare di essere stato comandato per evitare l’accusa, poiché dovrei rispondere del mio mancato tentativo di ribellione all’oppressione.
Ora il quadro sembra risolto, aggiungendo piccole sfumature qua e là al discorso, la poesia di Chini sembra essere corretta, concreta e funzionale, tre aggettivi che sobillano le masse contemporanee. Eppure fino ad ora si è parlato di un potere annichilente esterno e concreto; ma cosa succederebbe se questa forza irrazionale erompesse da dentro?
Se il ragazzo, come dimostrato, non fosse stato obbligato da terzi a compiere questi atti, ma da una parte oscura e recondita di sé stesso potremmo insignirlo di tutta la colpa? Se una parte irrazionale di voi stessi prendesse il sopravvento nella vostra mente, vorreste che la colpa ricadesse su di voi? Se non foste pienamente voi, o non lo foste affatto e doveste combattere contro un mostro che nessuno vi ha insegnato a sconfiggere, vorreste essere imputabili?
Autore: Federico Maiocchi


