La donna che uscì dal portone propagò rumori di solitudine e di grandi disillusioni. Cosa aveva incontrato sul suo cammino? L’erba fresca di rugiada o chiodi all’insù? Tutto si semplifica ad una complicata questione di sensorialità. Tutto sta nell’uso che si fa dei piedi.
L’uso delle campanelle, a questo si riduceva il suo mondo e alla pletora di ricordi che ne scaturiva. Aveva dodici anni quando sua madre, dal letto di morte, le utilizzava per chiamarla quando necessitava di qualcosa. L’atmosfera si era fatta angusta e lei, remissiva e silenziosa, accorreva con passo emergenziale. La sua intera esistenza aveva ruotato attorno alle campanelle: quella della madre, quella della ricreazione, quella della messa, persino quella della sveglia. Il suono vi rimbombava nella mente di giorno, e riaffiorava di notte nei momenti in cui sentiva che era troppo. Persino quando si spruzzava il profumo pativa un potente richiamo all’eco di una campanella.
Sua madre l’aveva resa insicura; titubante sulle scelte importanti e frettolosa su quelle pericolose. Quanto possono pesare le responsabilità? Si occupava di lei da sempre, e poiché il cancro l’aveva scovata, ancora di più. Ne raccoglieva i cocci quando rincasava ubriaca e barcollante. Odiava sentirla biascicare frasi incomprensibili e preghiere sconnesse. La sua presenza, asfissiante e cruciale, era il perimetro entro cui razzolava, sola e stanca.
Quando la madre morì, l’abbigliamento trasandato e colorato con cui si presentò al funerale produsse una consistente massa di critiche. Rimasta sola con il pezzo di marmo raffreddato dal gelido inverno e dal cadavere indurito, defecò una di quelle risate che terrorizzarono gli uccelli circostanti. Quando andò via, lasciando accanto alla tomba le scarpe che la madre le aveva ceduto anni prima, si sentì stranamente in trappola. Aveva sognato quel giorno ogni giorno, mentre puliva le piaghe da decubito doloranti sulla schiena di lei. Si spaventò. Fu così che il suono delle campanelle le entrò nella carne. Come una soffiata su una formica. Peggio dell’odio sull’amore.
Quando tornò a casa si sentì vuota, come il letto della madre. Vi accarezzò le coperte e ci si avvolse dentro. La campanella, rovesciata tra le increspature piene di briciole. La prese. La osservò. Qualcosa mancava. Aveva giurato che mai più ne avrebbe toccata una e ora si ritrovava l’oggetto che più detestava tra le mani, ancora. La fece suonare, presa da un bisogno malsano di rassicurazioni. Raccattò il cellulare; una vecchia notifica dimenticata da giorni con un messaggio registrato: sua madre la torturava anche da morta. Cancellò il messaggio.
Passò due giorni lì dentro, nella sporcizia e la puzza delle coperte, silenziosa, con lo sguardo vacuo. La camera era piena di oggetti. Iniziò a contarli e a raggrupparli in gruppi da tre. Faceva spesso esercizi mentali: la aiutavano a rimettere ordine e a sentirsi al sicuro. Il sole era alto nel cielo. Spalancò gli occhi per osservarlo e contare i secondi di resistenza, come per sfidare se stessa. Li chiuse quasi subito, pieni di lacrime com’erano e solo per raccoglierli in nuovi gruppi mentali come con gli oggetti, ma questa volta in insiemi da due.
Era in momenti come quelli che sentiva la vita bruciare. Andava a fuoco se arrivava il nero. Era avvolta da un’enorme tavolozza di infinite sfumature di buio. Non sapeva gestire l’oscurità e il vuoto le bucava l’anima. Si accasciò a terra, in posizione fetale: dormì per diciotto ore.
Quando si svegliò era di nuovo giorno. Vomitò: era gravida di immondizia. Come ripulire un’anima? Era forse vero che lo spirito corrispondeva ad un contenitore infinito?
Uscì di casa come stava: misera. Non aveva nemmeno la forza di aprire il portone; un inquilino lo fece al suo posto. Vagò per la città, con la campanella ancora in tasca. Ad ogni passo un sommesso din don. Si perse in quella città di cui conosceva ogni singola pietra. I piccoli rintocchi, dentro e fuori sé stessa; catatonica.
Autrice: Federica Vacca
Pagina Substack dell’autrice: Federica Vacca
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