Tra le strade coperte dalla salsa a Cali, il silenzio soffocante delle amache nella giungla di Tayrona e il profilo di una Medellin sospesa tra progresso e contraddizioni, il protagonista intraprende il viaggio più difficile: quello verso l’interno di se stesso. Attraverso incontri illuminanti, cadute malinconiche, paure paralizzanti e una costante ricerca di autenticità, queste pagine raccontano il passaggio dal bisogno di controllare la vita alla scelta coraggiosa di viverla. Un’esplorazione aperta sull’Amore, sulla Bellezza che sta scomparendo e sul senso profondo di restare umani.
Buona lettura!
Giorni colombiani
09/08/2025
Ora è più facile riallacciarmi. Stavo salendo sull’aereo in direzione Panama City, su un Boeing della Copa. Ero molto emozionato, geograficamente mi sarei trovato in un altro posto magnifico.
Non nascondo però un’assurda paranoia per una macchina fotografica dimenticata nel bagaglio da stiva.
Lo dico perché, nonostante le rassicurazioni della hostess, sono rimasto paralizzato al mio posto per i primi venti minuti di volo pensando davvero al peggio.
Mi sono però ricordato quanto mi fosse facile ingigantire paura minime e rendere reali pensieri che hanno solo la pretesa di esserlo, pretesa irrealizzabile.
Non so come questo discorso con me stesso abbia funzionato, ma mi sono addormentato pochi minuti dopo, ritrovandomi dopo 6 ore e mezza a Panama.
Mi guardavo intorno. L’aeroporto era circondato da una giungla che sembrava vergine.
Panama, se non ricordo male, è un luogo con una natura che, effettivamente, sembra strepitosa, ma negli anni si è ridotta a crocevia di ogni tipo di persona: le navi in transito da qualsiasi paese del mondo, americani in partenza per stupide crociere per il Caribe, ma soprattutto poveri migranti che la sorte ha costretto a camminare e camminare verso gli Stati Uniti attraverso il Darién, la lingua di terra che collega il Centro America al Sud.
Non esistono dati certi, perché tutte le persone che compiono la traversata si trovano in una condizione di clandestinità, ma pare che in tanti muoiano, mangiati dai flutti o stremati lungo il cammino e, in entrambi i casi, mai ritrovati e da tutti dimenticati.
Io mi incamminavo da un Terminal all’altro per prendere l’ultimo aereo per Cali e mi sono imbattuto in un piccolo memoriale di veri e propri desaparecidos.
Tanti avevano un viso dolce e malinconico, con uno sguardo il cui orizzonte sembrava non poter superare il domani.
Questi, in particolare, al loro domani non sono mai giunti, fermi ad una foto che i familiari mostrano a chiunque nella speranza che il proprio caro riappaia, riemergendo dall’oblio della terra.
Ironico, pensavo, più ci si avvicina agli States, più questo tipo di contraddizione, questo tipo di ingiustizia, si rende più triste, più opaco.
Vittime di un sistema, timidamente ricordate nel tunnel di un aeroporto, venivano fugacemente osservati da turisti la cui unica differenza stava nel possesso di documenti regolari; in altre parole con un po’ di soldi in più.
Comunque, prendo il mio aereo verso Cali.
L’aereo, in decollo, fa un paio di manovre, permettendomi di vedere una distesa di grattacieli che si ergevano nella città. Un’altra aspirante metropoli che cerca di rendersi indistinguibile da tutte le altre; ciao, Panama.
Arrivo a Cali, supero i controlli e, in men che non si dica, mi trovo davanti a casa.
Valeria, e da quel momento io con lei, siamo ospitati da Jeferson, un dolce colombiano che vive in un quartiere abbastanza povero: la Colombia è divisa in 6 classi di reddito, in cui il numero 6 include le persone più ricche; il quartiere in cui ero ospitato era di livello 2.
La casa, però, aveva tutte le varie comodità tranne l’acqua calda e si poteva bere dal rubinetto, cosa che mi terrorizzava un pochino.
Poco dopo ci trovavamo al mercato pieno di verdura, frutta esotica e pesci appesi. L’odore era tutto sommato piacevole.
Al ristorante aspettavo impaziente il cibo, una trota ricoperta di salsa di chontaduro, un afrodisiaco naturale secco e dolce, dal sapore simile a quello della zucca.
La mia fame agiva da ingrediente che insaporiva ulteriormente il piatto, su cui mi sono lanciato.
Quell’esperienza, più che gastronomica, era anche emotiva: il cibo così buono, la limonata così rinfrescante, la compagnia così deliziosa, davvero faticavo a non piangere.
Il Brasile aveva affamato cuore e stomaco, e questo mi pareva un ottimo inizio. Mi sembrava, in quel momento, che a Rio e São Paulo non avessi mai mangiato.
Pensavo a questo e intanto camminando la città mi passava davanti.
Jeferson ci guidava attraverso e ci raccontava ciò che vedevamo. La statua di una donna mi aveva particolarmente colpito: era vestita di nero in seguito al massacro di studenti universitari poco tempo prima.
Ogni paese racconta la medesima ingiustizia che eterna si ripete, ma ad alcuni luoghi nessuno sembra interessarsi.
Ero dolcemente avvolto da una strana sensazione.
Passeggiavo per un quartiere coloniale, le case basse e colorate, e mi sembrava che l’anima del paese si stesse affacciando verso di me. Era una sensazione dolcissima, di unione potente. La Colombia è una terra ancestrale, in cui l’impronta indigena soffia ancora, orgogliosa, nel vento.
Dà sapore al caffè e al cacao, marca le labbra della gente, rende le donne fiere e orgogliose.
[. .. ]
Come nell’amore, i colombiani vivono la loro vita molto lentamente, accelerata soltanto dalla Salsa, che pulsa nelle vene e che suona tutto il giorno dalle casse di case e negozi.
Del giorno dopo, la cosa che ricordo sono dei fagottini, fritti con dentro carne e patate, immerse in varie salsine, piccanti e non, comprati ad una sorta di banco molto informale nel piccolo patio di una casa.
Il cibo colombiano non deve essere mangiato in solitudine: queste fritture sono un’esperienza religiosa che alimentano speranza nel genere umano.
Sì, in quel momento ero davvero felice. Mi sentivo di nuovo parte di qualcosa, e ciò che entrava nel mio corpo era delizioso.
La sera ci siamo ritrovati in un bar di salsa.
Ero molto infelice, poi felice, poi di nuovo depresso.
Mi sentivo come se stessi osservando gli eventi che vivevo dal di fuori, come uno spettatore. Mi guardavo ballare timidamente la salsa e mi sentivo ridicolo.
Per un po’ mi sono tirato fuori da questa situazione spiacevole ballando con un’israeliana strepitosa nel fisico e nel ballo, ma questo ruolo di spettatore di me stesso è ritornato poco dopo, da me stesso assegnato.
Provavo quasi rabbia. Sembrava che Jeferson ci provasse con Valeria, e che per farlo mi escludesse.
Questa impressione si è trascinata fino a Salento, una piccola località turistica nella Valle del Cocora.
Il paese era stupendo: piccole case colorate che risalivano verso una piccola piazza, gremita di ristoranti tipici e persone che visitano la via principale.
Ma questa sensazione continuava ad aggrapparsi a me. Mi sentivo quasi fregato: ero in Brasile fino a due giorni prima, e l’idea di raggiungere Valeria mi aveva riempito di gioia.
La realtà, però, era un po’ più deludente.
Lei era sempre la donna sensibile e capace di scandagliare le anime altrui che avevo conosciuto la settimana prima, ma tutto il resto, soprattutto il resto della compagnia, mi stava un po’ stretto.
Mi stavo rendendo antipatico, e l’Aguardiente serale mi ha trasformato in un essere malinconico. Parlavo di uno sciamano che mi aspettava da qualche parte e ci credevo davvero, come d’altronde ci credo tuttora.
Forse è un bisogno di autenticità, forse altro.
Ma la malinconia galoppava e si faceva sempre più grande. Ero davvero antipatico e mi dispiaceva per queste persone che non mi avevano fatto nulla se non farmi pensare.
Tornato a casa ho acquistato un biglietto del bus, che sarebbe partito per Medellin l’indomani. E così si chiudeva il capitolo di Salento, durato un battito di ciglia.
Ora, può essere che ciò che abbia descritto ora fosse la verità, o forse no.
E’ probabile che mi stia mentendo, che sarei dovuto rimanere con queste persone — che ora mi mancano — e che questa storia indichi che non sono in grado di reggere la frustrazione, la noia.
Non lo so. Parlavo di ciò che sentivo a Valeria e, con la sua solita dolcezza ed empatia, mi ha risposto che è normale attraversare un momento di tristezza in un viaggio intenso come questo. Io non lo so.
Non ero in grado di dare ragione di niente. Non avevo, non ho risposte per ciò che vivo: penso che le emozioni debbano essere vissute e io davo tutto me stesso per farlo. La vita è troppo reale, troppo irrazionale, incontrollabile.
Mi godevo il silenzio verso Medellin, mentre il bus passava tra le montagne.
Questa valle è grezza. Il verde degli alberi dà spazio a elementi di esotismo che nell’insieme fanno di questa regione un luogo unico.
Anche qua i sapori delle empanadas mi riempivano il cuore.
In bus mi faceva compagnia il diario della motocicletta di Che Guevara, in cui ponevo le mie speranze di viaggiatore.
Ma già ero arrivato a Medellin.
E’ una città enorme, incastonata tra le montagne a 1600 metri di altezza.
Anche qua, palazzi di cemento che, a quanto pare, la rendono la città più all’avanguardia del Sud America.
Io ero, sono ospitato in un piccolo quartiere sulla Carrera 70 chiamato Belèn.
La famiglia che mi ospita è particolarmente ospitale, religiosissima: la casa è piena di immagini di Cristo.
José, il mio amico, non conosce molto Medellin.
La sta scoprendo insieme a me, ma abbiamo idee diverse sul turismo. Speravo in qualcosa di più autentico.
La favela in cui sono stato non era altro che una spettacolarizzazione della povertà, da cui si vedeva la città e i suoi palazzi, che non le faceva particolarmente onore.
Ma la Colombia, in fondo, è la terra dei maghi e delle streghe, un’atmosfera ancestrale pervade ogni angolo del paese e tutti i pori della mia pelle ne sono trafitti.
Cercavo un’esperienza, che fosse anche solo una conversazione, con uno sciamano o un indigeno che mi raccontasse la Storia della sua terra rubata, che ancora gridava chi era.
Ma niente, un’altra volta la mia ingenuità mi ha spinto verso città di palazzi in vetro e cemento, turisti ignari e percorsi tracciati.
Cercavo un’alternativa a un mondo fatto di plastica, di profitto fine a se stesso, di palazzi che si slanciavano in altezza non per avvicinarsi a Dio, ma per sfidarlo.
Eppure tutto ciò che ho trovato mi pareva una traccia di luoghi gloriosi e nulla più, che morivano lentamente in cerca di un ultimo riscatto, come una donna povera che muore sperando nel perdono o in uno sguardo di commiserazione che si perderà nel vuoto e nel mistero che ci circonda.
Viaggiare mi ha portato ad essere disilluso, ad avere poche aspettative in questo mondo coperto di poltiglia grigia che fa boccheggiare ogni essere che non accetti questo vomito del profitto.
Signori, credetemi: la Bellezza sta morendo, ed è colpa nostra. E’ colpa di chi la cerca altrove e chiama Bellezza questa bruttura che i soldi hanno costruito, costruito, costruito.
Ma la Bellezza era lì davanti a loro, in una distesa di palme, in un fiume che scorreva lento, in una nuvola che copriva dolcemente una vetta.
Hanno rubato tutto, hanno depredato e ucciso la terra di persone che non hanno altro luogo in cui andare, e noi abbiamo pensato che è giusto essere animali nel nome di qualcosa che chiamiamo Progresso.
Eppure non penso che sia tutto perduto.
Il mio è un disfattismo sterile che solo i vanagloriosi come me si permettono, rendendo tragico il finale di un libro che può essere scritto in mille altri modi.
Il disfattismo fa perdere di vista l’amore per questo mondo, che è la cosa più importante, mi pare.
Questi pensieri, queste nuove idee, hanno avuto origine dall’esperienza con una ragazza, i cui dettagli terrò per me, una vera e propria situazione ridicola.
In qualche modo, mi ha messo davanti alla superficialità di ciò che stavo rincorrendo e non sono più riuscito a tornare indietro.
Se n’è andata da casa mia, verso la mezzanotte, e mi sono sentito con il mare in tempesta.
Tutto il giorno seguente ho cercato di riflettere sull’accaduto, con più onestà, più attenzione.
E, in fondo, mi è sembrata colpa mia.
Fino a quella situazione incredibile, tragicomica è arrivata la mia passione, fin lì la mia capacità di raggiungere compromessi, spinto da dubbi e insicurezza.
Probabilmente, anzi sicuramente, esiste un altro modo per stare bene.
Esiste una Vita in cui non mi inserisco in uno schema che inietta dentro di me idee a me aliene, per me innaturali.
Il punto è che io stesso ho accettato di giocare a questo gioco, facendomi trascinare lontano da me.
Se smettessi di giocare, se vivessi secondo il mio Spirito, secondo l’Amore, secondo Verità, qualcosa cambierebbe e sarebbe stupendo.
“Andrea, mi hai dato l’impressione di voler vincere e non imparare”, diceva Valeria, e mi sembrava ora così vero, così significativo. Stando con me una settimana, piena d’amore ed aperta al mondo, mi ha indovinato senza sforzi.
Forse pretendo di imparare senza vivere, riempiendo una scatola vuota di sentimento, di Amore.
L’amore mi è sempre sembrato un mostro strano.
I sacrifici di mia madre mi sono sempre parsi come dei favori. Ma ora mi è chiaro.
Amare significa uscire fuori di sé, abitare nel Tu, renderlo Noi, tornare dentro di sé amandosi attraverso gli altri; significa farsi trasportare dal mondo ed esserne sempre sorpresi.
Sì, il mio problema è stato vivere costantemente in prima persona giudicando, non vivendo, con schemi altrui.
Io ho sempre pensato la Vita, anche ora, circondato da Bellezza e dolci opportunità di Vita.
Ma la Vita si vive, così come l’Amore.
Sì, l’Amore non può essere definito, può solo essere vissuto.
Per amare serve smettere di guardare il buio dentro di sé e avere il coraggio di guardare l’imperfezione di questo mondo. L’amore inizia quando si squarcia il velo delle proprie proiezioni e si vive, vive, vive in tutte le proprie contraddizioni, le proprie brutture e quelle altrui.
Quando ci si apre alla diversità, alle altrui idee, alle altrui speranze si prova Amore.
Penso questo, pervaso da uno strano e intenso sentimento che è Amore e Vita.
Ho passato giorni tristi e piatti, nell’attesa di poter di nuovo volere, volere e controllare.
Ma con questo nuovo sentimento ho solo desiderio di conoscere ciò che sta per accadere e coglierne la bellezza, il Dramma. Ho solo voglia di improvvisare, godendomi anche la noia
15/08/2025
Gli ultimi due giorni sono stati relativamente piatti, eppure mi sono sentito bene.
Arrivato a Santa Marta, mi sono fatto subito portare in ostello.
Questo occupava un palazzetto coloniale, che si alzava su tre livelli e una sorta di mezzanino in cui ospitava il bar e una piscina piccola, elegantissima.
Su un lato, c’era un altro piccolo rialzamento da cui si poteva vedere la città.
Santa Marta sorge sul Caribe. Non ci ho pensato, nonostante fosse ovvio, ma il clima è tropicale e, dunque, caldo e particolarmente umido.
Appena fuori dall’aeroporto, un’ondata di calore umido subito mi ha assalito, ma in quel momento mi era piacevole.
La città si sviluppa su una sorta di lingua, che continua fino al salire delle montagne, da cui è disegnata.
E’ un po’ desolata ma molto bella, con case colorate la cui vernice sbiadiva progressivamente.
La sera ho cenato con un professore universitario di Padova.
Oltre a lui, ho trascorso un po’ di tempo con un gruppetto formato da un tedesco che sembrava estremamente represso, un americano folle e follemente patriota seppur non repubblicano e un tunisino piuttosto simpatico.
In generale, però, sono rimasto da solo.
Seduto sul piccolo piano rialzato sulla terrazza, guardavo il sole morire lentamente, mentre il cielo imbruniva fino a diventare nero.
Il contrasto di luce era stupendo, quasi spettrale.
Una brezza oceanica mi scompigliava i capelli e mi rinfrescava, asciugandomi il sudore accumulato dall’arrivo in città.
Mi sentivo vivo, e ogni tanto un sorriso spontaneo decorava il mio viso.
La festa nell’ostello affianco a cui sono stato invitato sembrava gremita di gente, ma in quel momento mi sembrava di avere tutto ciò di cui avevo bisogno, seppur il mio umore fosse piuttosto malinconico.
La mattina dopo ero su un bus in direzione del Parco Tayrona, che si estende su vari monti sacri alle quattro popolazioni indigene che ancora abitano la zona, discendenti dell’antica popolazione dei Tairona.
I Conquistadores li costrinsero a migrare, e i primi contatti coi legittimi abitanti della Terra sono stati piuttosto violenti.
E così, questo luogo ancestrale, in cui gli spiriti coesistevano con uomini e giaguari, è in realtà, oltre al secondo parco più visitato in Colombia, adesso una terra sporca di sangue di innocenti che da secoli e secoli abitavano la terra loro rubata.
Si può immaginare che queste popolazioni non siano contente dei visitatori, dalla pelle e cultura troppo simili a quelle di chi uccise i loro avi tempo addietro.
Una conversazione con loro è difficile da intavolare. Ciò che, invece, è più facile fare è comprare da loro una noce di cocco o una spremuta d’arancia per permettere loro di respirare un po’, visto il rifiuto del parco a condividere con loro i profitti derivanti dal turismo.
Solo due settimane l’anno, il Parco viene chiuso per dare la possibilità alla popolazione locale di ricaricare le energie del luogo.
Ho letto che i giaguari riappaiono in questo periodo, nel silenzio magico di questa terra.
Comunque, ero in viaggio verso un ostello alle porte del Parco.
Non sono stato deluso: è nascosto in mezzo alla giungla, seguendo le sue salite e le sue discese.
Il caldo è asfissiante, ma ora che scrivo e il crepuscolo si approssima, la temperatura è piacevole.
La mia camera è all’aperto, alla fine di una breve salita. Da lì si vede tutta la giungla e i vari monti intorno. Dal mio letto, protetto da una zanzariera, sonnecchiando ho visto una scimmietta che i clienti possono nutrire con banane.
Anche qua sono da solo.
Non è che abbia dimenticato ciò che scrivevo ieri, anzi, prima del prossimo incontro mi sto ascoltando, cercando di indovinare dove il mio stomaco mi voglia portare.
Non è male, perché tutto questo è reale e vivo ciò che mi capita nella sua unicità, cercando di amare ogni momento. Ciò che ho davanti rende facile farlo.
E’ un luogo per rilassarsi, parlare a bassa voce dando libertà ai propri pensieri.
E’ vero che si percepisce un’anima, una sorta di Pachamama che evapora dal suolo e lo trascende.
Cerco di farmi trasportare da essa. So che presto sarà il momento di parlare, e ne sono lieto.
Domani camminerò fino a Cabo San Juan, nel cuore della foresta.
16/08/2025
Alle 7. 30 del mattino ero già sveglio, in direzione del Parco. La colazione all’ostello era costosissima, e il fatto che fossimo ignorati dai baristi ha convinto me e il mio amico a cercare da mangiare sul cammino.
E’ stata una scelta azzeccata perché per 2 euro mi sono preso un’empanada con patate e formaggio e un’enorme tazza di caffè.
L’entrata era piena di turisti e sembrava che gli italiani rappresentassero la fetta più sostanziosa delle persone in fila.
L’ingresso è costosissimo per gli standard colombiani, circa venti euro.
Un bus ha portato me e il mio amico all’inizio del cammino, 3 km più avanti.
Appunto, non ero solo: la sera prima avevo conosciuto un inglese per metà indiano e una tedesca, già persa di vista perché il giorno dopo sarebbe partita per Cartagena.
Era folle, sembrava fatta, però era interessante: viaggiava da due anni e mezzo e non aveva alcuna voglia di fermarsi.
Sembrava che il suo perdersi per il mondo fosse una sorta di capriccio e non un vero piacere, per quanto viaggiare sia in ogni caso un’esperienza stupenda.
Mi parlava di certi suoi conflitti con la famiglia, del suo non saper evitare certe reazioni.
Di certo la capivo, ma era sconfortante sapere che anche alla sua età, trentuno anni, certe dinamiche non trovassero una fine.
Insomma, mi ha fatto pensare che anche viaggiare possa essere più una fuga che una scoperta di sé.
Forse questa possibilità mi inquieta perché io stesso, talvolta, temo di non scoprire… ma no, è di nuovo poco Amore e poca apertura!
Comunque, inizio questa strana avventura con l’inglese, che faccio fatica a decifrare ma che, nei suoi silenzi, mi incuriosisce.
Il percorso è tracciatissimo, e in lunghi tratti è rialzato da una pedana in legno.
La situazione del Parco è desolante: il turismo è ferocissimo, la mole di gente è al limite dell’imbarazzante,
In alcuni punti ci si doveva fermare perché il solito gringo scattava foto ostruendo il passaggio.
I vari gruppi di colombiani, però, non erano da meno nella loro maleducazione: in mezzo alla giungla, dove l’ideale è di chiudere la bocca facendo parlare la natura, non smettevano di ciarlare.
Dall’alto, verso la spiaggia Canaveral si vedeva tuttavia un paesaggio mozzafiato: onde di acqua blu che si trasformavano in spuma di mare prima di infrangersi sulla spiaggia, subito interrotta da un’enorme distesa di giungla che proseguiva fino alle vette delle montagne antistanti.
L’incontro con gli indigeni venditori di cocco è stato un po’ triste, ma molto interessante: parlavano castigigliano controvoglia, ma sentirli discorrere nella loro lingua era bellissimo.
Avevo una gran voglia di far loro domande, ma né il mio spagnolo né la loro natura schiva suggeriva un possibile scambio e, dunque, ho proseguito.
La camminata è cortissima. Dopo poco eravamo già arrivati, ma a Cabo San Juan le amache erano già tutte occupate e siamo tornati indietro.
Il posto in cui dormiamo è in mezzo al niente.
Il calore è insopportabile, e dopo un ceviche delizioso ci siamo letteralmente lanciati in mare stando a lungo in ammollo. L’acqua era bella ma piena di alghe.
Col ragazzo inglese condivido molto silenzio, ma non è imbarazzante. Mi sembra che tutte le lingue che parlo si risolvano in un uno strano confabulare.
Ero abituato allo spagnolo e ad un po’ di tedesco a Medellin, e adesso parlo confusamente anche in italiano.
In spiaggia, pensando alla noia che ho provato gli ultimi giorni, con un pochino di angoscia, ho aperto Latinoamericana e come al solito ho trovato nel Che varie rassicurazioni: pur in compagnia, descriveva molto spesso giorni e giorni di niente, di pura noia, e a quel punto mi sentivo in grado di andarci attraverso con una certa serenità.
Tutto sommato, venire al Parco è stata un’esperienza interessante, che però mi ha reso un’altra volta ancora più cosciente dei rischi del turismo di massa.
In città colme di cemento è visibile direttamente soltanto il lievitare dei prezzi, ma qui il problema è davvero grosso: il Parco di Tayrona è un’altra terra rubata, in cui l’atmosfera magica è completamente mortificata dal vociare ingiustificato e altisonante di una costante mandria di turisti.
Gli indigeni, cui solo per due settimane è restituita l’area, sono veri e propri ospiti in casa propria.
Immagino la loro sofferenza per la morte dei loro dei, uccisi dai passi cafoni dei visitatori paganti.
Sento poca speranza in queste terre. In Asia sentivo che tutto era ancora da conquistare, ma qua sembra tutto destinato a tramontare.
Servirebbe un’altra coscienza, un loro sistema in cui non siano vittime. Non lo so.
Mi trovo in un paradiso perduto e ne sono perfettamente cosciente.
Forse l’unica speranza, l’ultimo gioiello ancora vivente, seppur in pericolo, è l’Amazzonia.
In ogni caso, il Sud America è un luogo in cui vale la pena ritornare, forse con una mente, la mia, un po’ più adulta, decisamente più aperta.
18/08/2025
La notte a Tayrona è stata durissima.
Poco dopo aver finito di scrivere, sono tornato in camerata — una serie di amache — per prendere il caricatore del telefono e le sigarette. Ad aspettarmi, però c’erano varie blatte intorno alle amache. Scappato a gambe levate, mi sono dovuto fare grande forza per coricarmi. Una donna mi ha prestato il suo repellente, ma non mi ha tranquillizzato particolarmente.
A questo si aggiungeva la cronica e intrinseca scomodità dell’amaca, che mi ha fatto attendere ore prima che, pieno di sonno a quel punto, mi addormentassi.
Ma il cammino verso il sonno è stato durissimo: il pensiero che una blatta mi saltasse addosso era così forte che il mio corpo mimava passi di insetti sulla pelle, cui reagivo con particolare spavento.
La mattina presto eravamo già in cammino. Il mio Spirito era un po’ a terra: mi sembrava di aver sbagliato a fermarmi al parco la notte.
Con questi pensieri camminavo lungo il sentiero. Ho chiesto a Miles, questo il nome del mio amico inglese, se credesse in Dio, ma la conversazione è stata breve e poco interessante.
Poco dopo, però, ci siamo trovati di fronte ad un bivio: un pezzo di sentiero proseguiva dentro la giungla, l’altro era al sole. Uniti ad altri due olandesi, perduti come noi, abbiamo proseguito dentro la giungla.
Il percorso era estremamente fangoso e non c’erano cartelli né turisti.
Il mio sconforto, quinto, pesantissimo compagno, piano piano rallentava per perdersi nella foresta: finalmente stavo facendo qualcosa di diverso, perduto nella giungla in Colombia, senza la minima idea di dove stessimo andando, ma decisi a non tornare indietro.
A questa sensazione di piacevole tensione, si è aggiunto un paio di indigeni che hanno condiviso il passo con noi, prima di superarsi e sparire di fronte a noi.
Alla fine, affogando nel nostro stesso sudore, sporchi, abbiamo trovato il giusto sentiero e dopo poco eravamo all’entrata del Parco.
Questo saluto a Tayrona, dopo un cammino silenzioso e incerto, mi ha fatto sorridere, pensando che per ogni cosa è lecito sperare.
La prossima fermata era Palomino, un minuscolo villaggio nella desolatissima regione della Guajira. Solo 100 km ci dividevano dal Venezuela, 5 ore da Maracaibo.
Giorni dopo, mi sarebbe stato raccontato che Palomino, in realtà, è un piccolissimo crocevia controllato dalle FARC, dei gruppi di guerrilleros rivoluzionari, e che l’amico della persona che mi raccontava questa triste storia, , in seguito ad un battibecco durato tre mesi, è stato fisicamente prelevato e picchiato per un giorno intero, dopo averlo costretto al pagamento di una sorta di multa e avergli impedito, per tutta la settimana precedente, di uscire dal villaggio.
Ero quasi spaventato dalla mia ingenuità: sentivo, effettivamente, una voce che mi spingeva ad andarmene ma più per una questione di opportunità che di pericolo.
Questo gruppo si serviva delle receptionist e, in generale, di tutti i lavoratori presenti al villaggio per tenere d’occhio persone sgradite, e a me sembravano semplicemente i soliti colombiani un po’ pigri ma che in realtà nascondevano un servilismo imposto.
Comunque, andiamo in ostello, che sembrava più un resort, ma per 8 euro a notte ero più che felice.
A Palomino non c’è assolutamente niente da fare, ma rilassarmi in spiaggia guardando il sole morire lentamente, mentre silenzioso inonda il cielo di sangue era molto rilassante, soprattutto dopo la fatica del giorno prima.
La sera, mentre il temporale rombava sul Caribe, finivo Latinoamericana con molto dispiacere.
Cerco ancora di avere lo stesso atteggiamento del Che, attento alle dinamiche sociali di ciò che lo circondava, ma oggi, guardandomi intorno, sembra tutto diverso.
I Latini tentano di essere come noi e attendono pazientemente il momento in cui anche per loro girerà la sorte.
E’ difficile avere una conversazione politica con loro, che per questo cercano di camuffare e nascondere le ingiustizie che ogni giorno subiscono.
Ma ancora aspetto il vecchio, che parlando al cuore indicherà il mio destino di guerriero.
Sembra un finale, ma mancano ancora dieci giorni.
Dopo Palomino, un bus per 3 euro ha portato me e Miles a Santa Marta, ancora leggermente allagata dall’acquazzone del giorno prima.
Sembra ci sia poco da fare qua, ma la città, una delle primissime colonie di sopravvivenza dei Conquistadores, mi affascina moltissimo: l’architettura coloniale si è mantenuta intatta e l’aria triste e carica di un passato che non vuole dimenticare mi riempie i polmoni.
Stasera è festa e questo è quanto.
Ci sono varie inquietudini che vorrei condividere ma non ho tempo per svilupparle.
20/08/2025
La sera dell’ultimo aggiornamento ho visitato una terrazza di un ostello; la musica, ora salsa ora occidentale, pompava nelle casse.
La birra non mi aveva fatto alcun effetto, eccetto un aumento della già abbondante sudorazione.
Dopo poco ero già in ostello a fumarmi una sigaretta e rilassarmi con le persone con cui sono stato quella sera.
La mattina io e Miles abbiamo vagabondato per il vecchio mercato: i cani, le verdure, i pesci che marcivano al sole e ancora gli inviti della gente a comprare qualsiasi tipo di cianfrusaglia, il vociare e i clacson, l’odore della benzina e il rombo dei motori delle motociclette rendevano l’esperienza del mercato quasi stressante, ma di certo affascinante: il mercato sembra una piccola cartolina dal passato, una sorta di crocevia in cui ognuno cerca il proprio espediente per concludere la giornata dignitosamente.
Ma, allo stesso tempo, i visi delle persone erano stanchi, un po’ disillusi.
Osservavo, passandole affianco, gli occhi di una signora, grassa e vestita di una gonna a fiori, appollaiata su uno sgabellino, intenta a sciacquare una mole di lime.
Sembrava davvero esausta e senza il tempo per pensare ad altro che a quella manciata di pesos in cui sperava.
Il nostro è un sistema che ruba vite all’ultimo anello della catena. E’ sbagliato pensare che non ci curiam di loro.
Noi vogliamo che rimangano così, poveri ed esausti, perché la loro miseria, lo sfruttamento che subiscono alimentano le nostre vite: il nostro benessere trae sostegno da anime morte, questa è la verità.
E ancora più rabbia mi cresce dentro se penso a questi disgraziati indigeni, trattati come oggetti nel migliore dei casi, come attrazione turistica nel peggiore: al museo dell’oro, che pure sorgeva dentro una splendida e antica casa coloniale, una sezione sulle tribù indigene della zona raccontava poco o niente sulla cultura, la loro religione, le loro usanze: penso che il loro essere schivi sia più che altro causato dal nostro completo disinteresse nei loro confronti.
In generale, l’impressione è che si parli di loro con lo stesso atteggiamento con cui si lancia schizzinosamente la moneta nel bicchiere di un senzatetto.
Poco dopo il mercato ho conosciuto una svizzera tedesca grazie alla gattina dell’ostello.
Non era molto bella, seppur con un fisico naturalmente tonico. Aveva capelli sporchi, caratteristica che caratterizza tutti nella zona del Caribe, dove il calore e l’umidità condanna ad un’igiene lacunosa; le sue guance erano leggermente scavate, forse digrignava i denti nel sonno. Ma, tutto sommato, mi piaceva, e il suo carattere eclettico insieme a quella connessione spirituale che è difficile spiegare, ci ha fatto trovare subito.
Si è unita a me e Miles e insieme abbiamo continuato il viaggio senza meta pomeridiano: siamo finiti in un ristorante che, ad una prima occhiata, sembrava solo autentico, ma ben presto si è rivelato essere un luogo scarsamente igienico: nella lonza mi sono trovato una mosca, aggiunta al piatto che mi ha convinto a non continuare il pasto.
Il viaggio è proseguito a Taganga, una spiaggia situata alla fine di una baia piuttosto stretta, verso Tayrona.
Nuotavo in acqua, circondato da colline verdissime: cani randagi distesi sulla sabbia, come me si godevano la temperatura che scendeva e si faceva sopportabile.
L’acqua era bella e guardare la sua pelle incresparsi dolcemente mi rilassava.
Intanto il sole spariva dietro l’orizzonte, tingendo di rosso fuoco il cielo.
Questo era forse il tramonto più spettacolare che avessi mai visto: il cielo sembrava quasi infuriato, e le nuvole che facevano da decorazione al cielo parevano piccole saette insanguinate.
Era bello ed ero contento di condividerlo con queste due persone.
Ora sono già in aeroporto, di ritorno verso Medellin, dove finalmente incontrerò Valeria.
Miles è decollato poco fa. Dopo quasi una settimana insieme, ho capito che è solo molto riservato: ha vissuto tante storie, ma invece di parlarne preferisce viverne di nuove.
Io mi sento meglio. Approfitto di questa nuova solitudine come una pausa per pensare un po’ a me, rielaborare certe esperienze, trovarne un significato.
Giunge il momento nella propria Vita in cui certe Verità diventano tali quando acquistano forza emotiva. La vita non sente ragioni, la vita vuole solo sentire.
E, dopo questa settimana, ho sentito che è inutile cercare continuamente amicizie o semplice compagnia.
La connessione cerca se stessa e sempre si trova.
Torno a Medellin già pieno: le persone cui la mia anima si è davvero legata sono una scarsa manciata ed è molto soddisfacente.
Ho sempre detto che viaggiando da soli non si è mai soli, riferendomi a continua compagnia. La verità, però, è che non si è mai soli perché ci si porta dentro l’anima di chi si ama.
Ho abbandonato la speranza perché non mi interessa.
C’è solo tanta curiosità.
Sento che, intanto, inizio a prendere lentamente congedo da questo strano paese, meraviglioso, magico. Ma non è ancora finita.
24/08/2025
Medellin… una distesa di palazzi che conquistano piano piano la montagna.
Tantissime volte, ormai, ho percorso il tratto di strada che separa l’aeroporto dalla città: dopo una galleria il profilo della città assalta gli occhi, e ogni volta sembra che la città abbia risalito un pochino di più i monti che la circondano.
Ad ogni modo, ho poco da dire su questi giorni a Medellin.
Ero molto spesso solo, girovagavo per qualche oretta senza meta e con sempre meno curiosità.
Purtropppo bisogna credere a chi sostiene che Medellin sia festa e prostituzione.
L’unica vita possibile è quella notturna: considerando che i musei sono, oltre che male organizzati, anche poverissimi, di giorni la cosa più interessante da fare è osservare lo skyline di questa città rossa dallo sfondo verde degli alberi.
Il ragazzo che mi ospitava era a lavorare ma non mi dispiaceva: la sua compagnia mi era scomoda e la sua fidanzata tedesca era per me insopportabile. Era fuori luogo, antipatica e con una sessualità repressa che emergeva in piccoli gesti che, invece di poter suscitare una qualche eccitazione, erano assolutamente ridicoli e infantili.
Oltre a questo, era religiosissima, di una fede ostentata, bigotta, poco attuale.
Penso a Daniel, il mio amico diacono, e nonostante il suo ruolo risulta sempre umile, quasi secolarizzato. Il suo rapporto con Dio è davvero pieno d’amore eppure così pensato, ragionato.
Così, dopo tre notti a Medellin, era finalmente giunto il momento della sua ordinazione.
La cappella era in una sorta di collegio liceale.
Era il mio compleanno e mi sono svegliato nervoso: dovevo raggiungere il mio amico a Rionegro e non avevo voglia di parlare con lui e la fidanzata, soprattutto in tedesco.
Avevo soltanto piacere a condividere un momento importante per Daniel.
La celebrazione è stata emozionante, un po’ lenta, ma vedere tutta la ritualità dispiegarsi era molto interessante.
Ho incontrato personalità genuine e calorose. Ricordo ancora la conversazione a tavola con un sacerdote, Allora quando diventi santo, non lo so, scherzo io, senza dirgli che non sono cattolico per non ferirlo, ci provo ma arranco, devi amare fortissimo per diventare santo, dice lui. Sentir parlare continuamente di Amore nel periodo in cui più di tutti rifletto su di esso mi fa pensare che non sia una coincidenza. .
Intanto alcuni mi parlavano di un certo italiano che faceva volontariato nella scuola da un anno.
Un tale Stefano, se non sbaglio.
Il mito cresceva intorno a lui e la mia curiosità con lui. Fantasticavo sulla figura di quest’uomo, che m’immaginavo imponente, alto, con capelli neri e riccioluti,
Invece mi presentano un ragazzino basso, abbastanza magro con dei piccoli boccoli biondo scuro che si fanno sempre più radi.
Non ero deluso, ero solo divertito da questa figura con cui, però, mi sono sentito subito legato da un’energia fortissima: egli stesso era curiosissimo di questo italiano in visita, ed era contentissimo di parlarmi.
Mi parlava del suo volontariato come di una sosta nell’Eden, ed effettivamente, guardandomi intorno, non aveva tutti i torti: la scuola era costruita in una zona verdissima e silenziosissima, che invitava alla meditazione.
La sensazione in quel luogo paradisiaco era che una sorta di divinità ne avesse autorizzato la costruzione.
Dopo pochi minuti ci stavamo già congedando e, con questo sentimento di pace, io, la tedesca e il mio amico abbiamo guidato fino a El Retiro.
La buona predisposizione per il mondo mi ha reso amabile fino a sera. Mi era improvvisamente ritornato un ottimo tedesco.
Ero davvero sorpreso da questo comportamento quasi infantile, ma che mi rivelava che, in fondo, non avevo nulla contro queste persone se non una mancanza d’intesa, che è poi ben più comune di un buon rapporto con le persone.
Tolto questo velo di menzogna che mi aveva accompagnato i giorni precedenti, mi era anche facile notare il mio rapporto col tedesco: estremamente emotivo. Saperlo o non saperlo, in quel momento, mi sembrava una questione di umore.
Però stavo bene, questa banalissima rivelazione mi aveva ricordato che la vita che sto vivendo è una mia scelta praticata e rinnovata con fatica e costanza.
Poco dopo passeggiavamo per questo villaggio dell’Oriente di Antioquia.
Era freschissimo, già diventava buio. Il paese era molto bello, di architettura chiaramente coloniale e, quindi, basso, antico, colorato.
Mi ricordava Salento, il paese in cui sono stato con Valeria due settimane prima, ma più bello, più autentico. Io e la tedesca eravamo gli unici bianchi in questo posto che sembrava una meta di nicchia per soli colombiani.
Intanto, trottava nel mio corpo una pesantissima e deprimente tristezza: quel giorno, il 23 agosto, era il mio compleanno e, come ogni compleanno, la vita presenta il conto.
Avevo appena compiuto ventun’anni e mi sentivo nella stessa, identica situazione di quando ne avevo 19.
Avevo le stesse paure, le stesse contraddizioni. E’ da Marzo, all’incirca, che provo a convincermi che questi due anni di Giurisprudenza, la mia Vita a Padova mi abbiano insegnato qualcosa.
Avevo le mie ragioni, la ragione aveva i suoi argomenti, eppure il mio cuore si sentiva fermo ad anni prima, non credeva a nulla cui la razionalità provava a piegarlo.
Trattenevo a stento il pianto. Pensavo al ritorno, alla scelta definitiva tra Milano e Heidelberg, alla ricerca della casa che avevo trovato e che mi era stata strappata senza un motivo apparente.
Mi trovavo nella stessa, paralizzante incapacità di scegliere.
Di nuovo, non ero in grado di sentire ciò che volevo.
Insomma, mi era, un’altra volta ancora, impossibile riconoscere la verità.
E per questo ero triste, triste di subire di nuovo un futuro che, magari, mi sarei imposto mentendomi o semplicemente aspettando troppo a lungo perché la vita non scegliesse per me, nella sua cecità.
Pensavo a questo, ma la dolcezza della gente che mi circondava faceva sparire le lacrime e i loro conati.
Ero stanchissimo, e finalmente era ora di dormire.
La mattina dopo, definitivamente congedatomi dal mio amico e la sua famiglia, sono tornato a Medellin per un’ultima notte prima di finire il viaggio a Bogotà.
Ero emozionatissimo: in ostello mi aspettava Valeria, trovata mentre beveva un caffè al bar dell’ostello.
Ricordare, riordinare, scrivere tutte le cose che ci siamo detti è impossibile, ma il miracolo di ogni incontro con Valeria è che ci si sente accolti, ascoltati e, mutualmente, si è pronti e lieti ad accogliere ed ascoltare.
Non sto dicendo che abbia avuto con lei solo conversazioni intelligenti o profonde, perché non sono né intelligente né profondo.
Quello che intendo comunicare e che spero di trasmettere, è che con questa incredibile persona non esiste giudizio e così i miei pensieri, le mie paure superano i bordi di quel fiume in piena che, in quel momento, era la mia mente.
E’ stato proprio con lei che il mio cuore, dopo due anni, ha trovato le proprie ragioni.
Ragionavamo sulla tristezza del giorno prima e mi sono reso conto, finalmente, che qualcosa è cambiato.
Ho commesso errori, ho avuto, ho ancora le solite paure di sempre, ma ho vissuto, ho vissuto davvero tante, stupende esperienze.
Il viaggio è una piccola, rapida metafora di questa vita: il miglior viaggio è quello poco organizzato, in cui si sceglie poco, si vive molto e con i luoghi scoperti si vivono le risposte, o semplicemente il momento.
Non essere ossessionato dal prendere decisioni, devi vivere, mi diceva.
Sì, adesso ero convinto.
Ho il desiderio di studiare filosofia, di scrivere un libro, ma il proprio destino giunge a sé per vie imperscrutabili, che si possono solo vivere.
Forse non c’è nulla che si debba davvero imparare, probabilmente bisogna solo perdersi per il mondo e vivere ciò che si presenta.
Mi tornava alla mente Tiziano Terzani che, in punto di morte, ha fatto scrivere al figlio che la grande difficoltà è riconoscere che il Mondo, così com’è, è bello.
Non è un mondo giusto, e certamente bisogna pensare, bisogna lottare, ma riconoscere la Bellezza che già esiste vuol dire rinunciare, una buona volta, ad essere umano, troppo umano e voler sempre signoreggiare su ogni cosa.
Mi sentivo, per un attimo, in pace, avevo voglia di ascoltare, di lasciarmi trasportare dal mare di questo essere.
Sono uno spazio pieno di sangue e di contrari obbligati a coesistere, ma in quel momento era bello. Ero tutto ed il contrario di tutto, in relazione con tutto il resto e, finalmente, mi sentivo in equilibrio.
Eravamo io e Valeria, di nuovo al bar.
Mi sono ricordato della storia d’Amore che Valeria aveva avuto, il mese prima, con un brasiliano del deserto che l’aveva lasciata completamente a pezzi. Non so perché non le avessi mai chiesto di raccontarmi la storia di questo rapporto ma, finalmente, quel giorno si è aperta spontaneamente.
Penso che, quando si è ciechi, sia necessario conoscere molte parole e saperle utilizzare perché le nostre emozioni siano carpite da chi ascolta.
In quel momento, invece, Valeria stava quasi in silenzio. Diceva poche parole, ed erano i suoi occhi a raccontare una storia dolorosissima fatta di attesa, illusioni, delusioni.
La guardavo negli occhi, che invece guardavano altrove, e attraverso di essi io vedevo quello che lei raccontava. Potevo vedere il deserto attraverso cui ha camminato per sei giorni, sotto il sole cocente e l’acqua delle piccole lagune in cui si fermava.
Respiravo questa atmosfera magica, la sabbia bianca e il calore marziano.
Provavo la speranza con cui, di notte, sgattaiolava nell’amaca dell’uomo, semplicemente condividendo il sonno.
Sentivo la tristezza, l’attesa con cui poi, lo aspettava a casa, dopo il trekking, sperando di partire per il viaggio che si erano promessi di fare e per cui, dopo due anni, si sono incontrati.
Provavo nello stomaco la delusione con cui se n’è andata dopo dieci giorni di clausura, senza nemmeno un saluto.
Io stesso attraverso il suo mondo cui gli occhi mi avevano dato accesso, provavo però un amore puro, malinconico per quest’uomo sensibile e stroncato dal lavoro.
Valeria, a quel punto, si rende conto che questa è una sua narrazione e che, nonostante la presenza di lui sia ancora forte, la storia appartiene al passato.
I suoi occhi si riempiono di lacrime, e io ritorno finalmente dentro di me.
Mi è venuto in mente il momento in cui Tereza, giunta a casa di Tomas, si presenta a lui con l’anima che, dalle profondità delle viscere, risaliva fino alla pelle per mostrarsi nel suo splendore e legarlo per sempre a sé.
Era la prima volta che mi capitava, ma in quel momento anch’io ho visto la sua anima; lei, penso, ha visto la mia e, insieme, si sono abbracciate per un solo, sufficiente, drammatico attimo.
Era già pomeriggio e lei doveva partire in direzione Santa Marta.
L’ho guardata salire sul taxi, e quel saluto mi è sembrato un arrivederci davvero sincero.
Non ero poi così triste di separarmi da lei. Mi sentivo davvero pieno, pieno d’amore, pieno di dolci sguardi e pieno di domande senza risposta che avrebbero riempito le giornate.
Continuavo, ogni momento sempre di più, a congedarmi da questi luoghi incantati, ambivalenti.
Guardavo le luci della città arrampicarsi sul cielo già buio, mentre la motocicletta correva veloce sulla strada.
Ripensavo a Medellin, a questa strana città che mi ha annoiato a morte, ma mi ha anche fatto pensare.
Medellin è una città che non sa cosa vuole, che si espande sempre di più sperando che nel nuovo spazio di montagna conquistato si celi la soluzione alle proprie vistose contraddizioni.
La metropoli cui vuole aspirare, l’avanguardia cui cerca costantemente di accostare il proprio nome, nascondono nei meandri delle sue comunas traffico di esseri umani e degrado difficili da ignorare.
Vorrei essere gentile con i colombiani, ma li sento troppo simili a noi per non essere spietato.
Odio il loro sessismo, la compravendita che loro chiamano Amore, il ruolo umiliante cui le donne si riducono e questa strana figura che l’uomo colombiano deve mantenere di fronte a loro, come un imprenditore nei confronti della propria impresa.
Odio questa odiosa deferenza nei confronti di Alvaro Uribe, l’ex Presidente, impelagato coi Narcos negli anni ‘80, coi paramilitari negli anni 2000, che, come il Principe di Machiavelli, ha ripetutamente violato i diritti umani per risolvere l’annoso problema della sicurezza in Colombia.
Ancora, mi è insopportabile l’attacco continuo al Presidente attuale, Petro, che ha le mani legate da un sistema che la destra ha costruito in duecento anni di storia repubblicana, che non gli permette di mantenere nemmeno la più modesta delle promesse elettorali.
Eppure, questa folle città, questa pazza Nazione sono così affascinanti nelle stesse contraddizioni di un popolo erede di civiltà dimenticate, di culture perdute e ritrovate, testimone di un presente imposto, malvagio.
La Colombia è un luogo lento, lento ma paziente.
A Bogotà, dove sono volato il giorno dopo, ho amato il contrasto tra il vetro dei palazzi del centro e la calma, la miseria con cui donne e uomini inserivano piccole sfere colorate nel complicato mosaico di una collana indigena.
Affianco, sul muro, la scritta “Il centro vive”, in riferimento alla violenza che dilania il quartiere della città.
In generale, la preghiera che sembra trasudare da tutti gli angoli di questo paese, ma anche del Brasile è: restituite, restituiteci tutto.
Questi piccoli atti di resistenza nascondono una rabbia che, se prima si deve giustificare, poi si deve incanalare.
Dall’alto del Montserrate, a Bogotà, la triste distesa di marrone che copriva la città testimoniava proprio questa stanchezza di vivere contro la propria unicità, superabile masticando quel po’ di foglie di coca, deglutendo la vergogna di diversità che solo una società razzista come la nostra ha saputo imporre, digerendo quel sentimento di unità che davvero li caratterizza.
Ora, il viaggio è finito. Due notti sono volate, spinte dal vento andino e da una strana attesa che già montava.
Potrei raccontare del ragazzo che mi ha venduto cuffie false in aereo verso Miami, del terribile sentimento di appartenenza a quella latrina statunitense, della ragazza a Lisbona per cui ho perso la testa e che visiterò ad Ottobre, ma sono effetti del viaggio, doni della Vita per aver compreso alcuni suoi messaggi.
Rileggendo questo diario, io voglio che sappiate che il giovane uomo che in Sud America ha riso, ha pianto, ha viaggiato, non sono io. Almeno, non lo sono più.
Guardo chi sono stato come si guarda un bambino da lontano. Osservo le fotografie con la nostalgia del vecchio che trova un’istantanea di sé in bianco e nero, cercando di fuggire i possibili rimpianti.
E sul diario stesso: leggetelo come vi pare.
Ho impiegato molto, tantissimo tempo per rendermi conto che, forse, è più importante trasmettere un’emozione, scavare nell’uomo, piuttosto che consegnare un messaggio.
Leggete queste lunghe righe dando un significato simbolico, politico, puramente narrativo, semmai un messaggio di questo tipo sia contenuto in questo diario.
Io ho cercato di spiegarvi quanto gli occhi del vecchio me hanno visto, il cuore ha provato, la mente pensato e di dimostrarmi che anch’io, in fondo, so amare, anch’io so vivere per quanto semplice, banale, incolto io sia.
Forse sono lo stesso di prima, ma qualcosa, qualcosa di minuscolo, di nuovo, è esistito e ancora resiste.
Forse, con un po’ di speranza, basta questo.
Probabilmente la vita mi smentirà.
Ma, intanto, viviamo.
Andrea
Autore: Alekos Fogli
Pagina Substack dell’autrice: Fogli al Vento
#ScritturaCreativa #SubstackItalia #ScrittoriEmergenti
Ti è piaciuto questo racconto? Se vuoi aiutarci a stampare la rivista cartacea e a finanziare il nostro progetto, offrici un caffè! ☕



Bellissimo! Mi sono trovata a viaggiare con la mente anche io!