Fra macerie post-apocalittiche, ansie che stringono la gola e un cinico istinto di sopravvivenza, quante volte ci siamo chiesti cosa rimanga davvero dell’umanità quando ogni certezze crolla?
In Ghosts and Ghouls, l’autore ci trascina in un viaggio allucinato e claustrofobico tra le paure di un mondo sotterraneo, la ruvidità di un protagonista segnato dal passato e il bisogno disperato di anestetizzare il dolore. Un racconto crudo, ritmato e dal finale spiazzante, che mette a nudo la natura delle nostre illusioni e il prezzo d’oro che siamo disposti a pagare pur di provare ancora una vera emozione.
Buona lettura!
Ghosts and Ghouls
Gli effetti di un olocausto nucleare non sono mai così chiari. Agli inizi degli anni ‘50, il mondo scientifico si sforzava di prevederne le conseguenze: seppur contrastanti, tutti gli studi concordavano su alcuni effetti.
Allo scadere del giorno del giudizio, il raccapricciante spettacolo di funghi atomici avrebbe lasciato spazio alla terribile nube radioattiva, che poi si sarebbe propagata nell’atmosfera: l’ultima spinta l’avrebbe ricevuta dai successivi bombardamenti che ne avrebbero alimentato massa ed estensione. Sarebbero bastate poche ore per coprire il cielo.
Il risultato? Violenti tempeste simili a quelle che si scatenavano nelle zone tropicali del mondo. Uno spettacolo maestoso, se non fosse per la sua inquietante violenza.
Nuvole nere avrebbero coperto il Sole, piogge acide avrebbero distrutto i raccolti e, infine, la ricaduta delle radiazioni avrebbe cancellato ciò che rimaneva: in una parola, il Fallout. Il termine “olocausto”, dopotutto, calzava a pennello.
“Ma è soltanto un’ipotesi: una possibilità di quello che potrebbe succedere” era la frase che, più di tutte, occupava i pensieri degli scettici: l’intero mondo non avrebbe mai voluto vivere di nuovo gli orrori del conflitto mondiale. L’ultimo sembrava solo un lontano ricordo: un irripetibile errore che non sarebbe stato più commesso.
Il popolo non aveva altra preoccupazione che alimentare le proprie speranze verso un roseo futuro di interconnessioni: vivevamo nella massima esplosione del Globalismo. Tutti potevano parlare con tutti, a migliaia di chilometri di distanza: l’unica cosa che li separava era un illuminato schermo a led.
Tutto, persino l’arte, si era scrollata di dosso il peso della guerra, relegando a libri fantascientifici l’onere di raccontare di orrori sconosciuti. Ma allora perché dover temere una guerra nucleare?
Il pericolo, in realtà, era più che tangibile. La presidenza USA aveva avuto notevoli dissidi con la presidenza russa: la contesa appariva, soprattutto, di carattere politico. Si potrebbe dire che sfruttavano i loro alleati in Europa e Asia per darsi battaglia: l’obiettivo? Mostrare al mondo chi era il più forte.
Attenzione, però, non stiamo parlando di supremazia militare, economica o sociale: quella era solamente una conseguenza, un effetto delle loro politiche. La contesa era di carattere ideologico, forse, personale: sì, personale è il termine giusto. Democrazia Vs Dittatura, USA Vs Russia, Corrotti Vs Incorruttibili erano gli slogan di quel periodo: la realtà era, però, più profonda, più umana.
Era uno scontro fallico: ostentare la propria dominazione, il proprio potere, la propria virilità. Era palese che fossero disposti a tutto, anche a minacciare l’uso dell’arsenale militare più letale del mondo.
Le loro scaramucce li avevano portati spesso ai ferri corti: la crisi missilistica di Cuba, per esempio, rappresentò un momento di panico per tutte le potenze mondiali. Oppure la Corea: cazzo, la guerra di Corea ha fatto tremare.
La contesa di un confine, per uno Stato così piccolo, rischiava di generare su scala mondiale il conflitto meno desiderato al mondo: i coreani avevano dimostrato di possedere parecchio sangue freddo, seppur alla fin fine non avessero ottenuto nulla di più che la restaurazione delle precedenti condizioni. Il mondo rischiava un olocausto nucleare per il battibecco di uomini con troppi giocattoli.
Ma che idiozie dai! Alla fine che pericolo c’era: nessuno avrebbe mai scatenato delle testate mortali per un po’ di lustro e due nastrini sul petto! O, almeno, era ciò che si credeva: alcune volte non ci si rende conto di cosa l’uomo è capace quando è messo alle strette. È un animale e come tale mira, soprattutto, alla propria conservazione, condizione che lo porta a fare di tutto pur di sopravvivere.
Lo Stato dovrebbe garantirlo: l’uomo, così, è in grado di svolgere le sue quotidiane mansioni e lasciare che questi se ne preoccupi al suo posto. E se ciò non avviene? Beh Hobbes un indizio lo lascia: si torna al primitivo, uno stato naturale. Non vi è altro che lotta per la sopravvivenza.
Questa è una condizione che di per sé conduce a una sola via: la guerra. Una guerra che si consuma sia nell’atteggiamento, sempre ostile verso l’altro e l’ignoto, sia nei fatti, aggredendo per primo quando non si vuole essere aggrediti: è forse questo lo stato in cui vivevano le potenze al momento del rilascio della prima bomba a idrogeno della storia e, purtroppo, non l’ultima.
Quello stato in cui, noncuranti degli obblighi presi con i propri cittadini, si decide di far uso delle forze a propria disposizione: anche se questo significa uccidere, massacrare o, meglio, annientare ogni regola, ordine e umanità costituita.
Si sa come vanno queste cose: prima si fa uso della linea rossa Casa Bianca Cremlino, poi si cerca un tavolo di negoziazioni e dopo si arriva a rompere ogni legame diplomatico. Quella fu l’unica volta in cui il mondo intero prendeva consapevolezza di un’amara verità: la politica dell’equilibrio aveva lasciato spazio alla politica della supremazia.
Da qui le conseguenze risultarono fatali: non si sa quanti furono i bombardamenti, ma nessuno può dimenticare quei maledetti funghi atomici. Da Roma a Parigi, da Istanbul a Pechino, da Washington a San Pietroburgo, tutte le maggiori città del mondo erano state rase al suolo: il risultato di una contesa tra uomini aveva decretato la fine del mondo civile.
Era iniziata l’Apocalisse.
Da qui, tutto è molto confuso: i documenti sono contraddittori, se non, addirittura, assenti, e gli stessi superstiti non sembrano ricordare. Nessuno può, però, cancellare il raccapricciante spettacolo del fungo atomico.
La testata nucleare non fa alcun rumore: si posa come un petalo di rosa. La sordità del suo impatto ferma i cuori di chi assiste: solo la violenta luce scatenata dal suo innesco li riporta alla realtà.
La scena è simile a un quadro impressionista: colori vivaci e tenui si irradiano dal centro delle capitali di tutto il mondo, mentre un fungo di polveri e detriti si innesca al centro dell’impatto. Nessuno ha assistito mai a uno spettacolo tanto magnifico quanto raccapricciante: il mondo finisce in un quadro cromatico inquietante.
Nessun urlo, nessun grido, nessun allarme: solo totale silenzio. L’olocausto nucleare non era assolutamente come era stato descritto: era uno spettacolo tragico cui tutti assistevano inermi. Nulla si poteva fare. I sopravvissuti, se mai vi fossero stati, avevano un fardello da portare: senso di colpa, terrore e rabbia.
Improvvisamente, Jonah si risveglia: è terrorizzato. Come ogni notte, questi maledetti incubi innescano il classico iter: il cuore batte all’impazzata, la gola si stringe, le mani sono fredde e terribili scariche di adrenalina attraversano tutto il corpo.
Jonah inspira con il naso ed espira con la bocca. I pensieri si concentrano solo sul suo profondo respiro. Jonah deve continuare. Inspira profondamente ed espira rumorosamente: sa che è l’unico modo per riprendere il controllo.
Intanto, il respiro si fa sempre più profondo: il cuore batte meno forte e il sangue torna a circolare. Il respiro si fa più dolce: è di nuovo in sé.
Ancora frastornato, si rilassa accarezzandosi i capelli: è un mantra. Le dita della mano attraversano la nera chioma di un uomo poco sopra la quarantina: gli occhi scuri, scavati dall’insonnia, sono inquadrati da un viso pallido e asciutto. Lo sguardo è fisso ma vivo, quasi giovanile: se non fosse per la barba incolta, sembrerebbe un ventenne.
Jonah si alza dal letto. Si poggia sulla sedia di legno, e con rilassatezza poggia le gambe sul tavolo. Chiude gli occhi. Abbandona il braccio sinistro mentre a tentoni cerca qualcosa: ad un tratto, un sorriso compare sul volto. Ha trovato del tabacco.
Cazzo, il tabacco: nulla a fare con quello che vendevano nelle drogherie. Questo era puro, di contrabbando: qualche folle ne aveva conservato un po’ per iniziare delle coltivazioni artigianali nel sottosuolo. Alla fine, i fumatori sono dei clienti abituali, non li perdi così facilmente: dopo un olocausto nucleare, tabacco e alcool sono un toccasana.
Il sorriso diventa una risata: una sigaretta già rollata, forse poche ore prima, è afferrata da due dita. La sera, il trambusto scatenato dall’alcool aveva cancellato ogni ricordo: quale modo migliore di riprendersi, se non con una sigaretta. Quell’alcool, oltretutto, sembrava candeggina: un sapore acido era rimasto sulla lingua dal giorno prima.
Senza crucciarsi troppo, la accende: con soddisfazione, allarga le gambe e aspira. Il fumo che fuoriesce dalla bocca lo rilassa: abbandonando le mani, lascia pendere la sigaretta dalle labbra. Si stravacca completamente, mentre dondola con la sedia.
Jonah è un uomo solo: dopotutto, può permettersi di fare ciò che vuole. La bettola, che chiama “casa”, è poco vissuta, anonima: qualche cianfrusaglia qui e lì, il minimo indispensabile. Preferisce dedicarsi poco alla sua cura: è inutile.
Il momento di relax è interrotto: il signor Bianchi sta rincasando. Alle 5 del mattino, ha l’abitudine di tornare dal suo tour sessuale: la classica routine alla quale, oramai, il vicinato era abituato. Ma la signora Bianchi non è solita prenderla sportivamente.
Jonah, come ogni mattina, attende il momento in cui il poveretto si sarebbe dovuto sorbire le urla di sua moglie. In base all’umore della donna, qualcosa veniva anche rotto: alcune volte le posate, altre volte i bicchieri, alcune volte potevano anche essere le ossa del Signor Bianchi. Insomma, uno spettacolo divertente dopotutto: lo stesso sorriso beffardo di Jonah mostra una certa soddisfazione.
Bianchi, alla fine, è un povero represso, e Jonah comprende la crudeltà della sua consorte: il loro matrimonio gli ricorda perché non abbia mai avuto una relazione. “Nessuna donna è ben accetta, se non pagata” si è sempre ripetuto. Danno soltanto un mucchio di problemi: cerimonie, dolcezza, attenzioni e sentimenti sono dei doveri che non gli sono mai calzati a pennello.
Con le donne è il sesso che conta: nient’altro. Che l’amore adolescenziale e i baci sotto il portico vadano a farsi fottere: bisogna essere pragmatici. Se ci sono problemi, le soluzioni sono alcool, tabacco, sesso e violenza.
Ridacchiando tra sé e sé, Jonah riporta le gambe a terra e, con i piedi nudi, pesta involontariamente dei cocci di vetro. Forse è gin, chi lo sa: ormai qui l’alcool è tutto uguale. Viene distillato artigianalmente dal signor Bianchi: è una merda ma almeno ti ubriaca. Eccome se ti ubriaca.
Si alza dalla sedia e si dirige verso la porta di quel tugurio in pietra: proprio così, sottoterra; l’unica salvezza dalle radiazioni del mondo di sopra. Jonah, dopotutto, lì si sente anche a casa.
Cresciuto nelle periferie di Roma, era stato abituato fin da subito a far rissa: tra piccole bande e spacciatori di quartiere, era difficile sopravvivere se non avevi abbastanza fegato per lottare. Tutta un’altra pasta rispetto al timido e scialbo fratello: un topo di biblioteca, un intellettuale squattrinato e un folle idealista che avrebbe inseguito il più stupido idiota fin giù da un dirupo.
Jonah è tutt’altra cosa. La cicatrice sull’occhio sinistro ne è un esempio: anche i modi burberi e il carattere strafottente sono legati al passato turbolento di un ragazzino degli anni 2000. Nell’Apocalisse, però, come speri di sopravvivere se non così: i deboli sono vittime dei violenti.
Senza perdere troppo tempo, Jonah indossa l’uniforme: come ogni mattina, è l’ora della ronda. La solita routine: riunisce la squadra, indica i centri sospetti e invia i controlli. Un paio di pestaggi qui e lì per rabbonire i superiori, e il gioco è fatto: si ritorna a poltrire sul letto e a fumare tabacco.
Quella mattina, però, Jonah è deciso ad uscire di casa: inforca gli anfibi mezzi rotti, indossa il trench strappato, si dà una sgrullata ed è pronto ad uscire. Puzza ancora di alcool ma poco importa: è lui che comanda.
Fermo davanti alla porta, è pronto ad afferrare la maniglia: tira un sospiro deciso. Apre.
Un vastissimo dormitorio si ramifica in un formicaio di corridoi: un po’ come quelli dei college americani con tantissime stanze, grandi quanto uno sgabuzzino. Certo, sicuramente non uno dei migliori, ma meglio che stare lassù. Fatto sta, questo era il suo mondo.
Essere una sorta di poliziotto del futuro non lo entusiasmava: ma se avesse voluto morire sarebbe rimasto lassù mentre tutto era in fiamme; oppure si sarebbe sparato in testa un colpo quando poteva. O quando ancora c’erano le armi.
Inspirato profondamente, Jonah si prepara a varcare la soglia di “casa”. Il battito inizia ad accelerare. Si affanna. La testa vortica come una trottola di legno: Jonah non riesce a stare in piedi. Frettolosamente, afferra lo stipite della porta e si affaccia nel profondo corridoio sotterraneo.
Il battito è sempre più veloce: il cuore potrebbe rompersi in petto. Forse ha un infarto? No, nessun dolore al braccio: non è un infarto. È panico. Puro e semplice panico. Cazzo.
Cosa fare ora? Correre? Respirare? Mille pensieri gli turbinano nella mente. Sa che sta perdendo il controllo. Poi, un lampo. Con un colpo di reni si spinge verso la porta di casa, cadendo fragorosamente a terra: l’impatto non deve essere stato molto piacevole.
Il ginocchio ha colpito con forza il terreno, costringendolo a un urlo dolorante ma trattenuto. A tentoni, Jonah, si avvicina al letto pronto per iniziare la sua terapia. Delicatamente si stende e prontamente si ripete il suo mantra. Chiude gli occhi. Poggia le mani sul diaframma e inizia la sua preghiera laica.
Inspira con il naso ed espira con la bocca. I pensieri si concentrano solo sul suo profondo respiro. Jonah deve continuare. Inspira profondamente ed espira rumorosamente: sa che è l’unico modo per riprendere il controllo. Il battito rallenta.
“Cazzo, di nuovo”- si dice – “Ieri, ci ero riuscito… L’alcool è un toccasana... A questo punto meglio che rimango qui”.
Il respiro si fa più soave. L’affanno è sparito. Apre gli occhi. La luce soffusa del dormitorio lo rilassa ogni volta. Gli ricorda l’albeggiare del Sole. Quelle note diurne che coloravano il cielo stellato di prima mattina: già intorno alle 5, se ne poteva ammirare la mescolanza di colori. Giallo, arancio e rosso: delle tinte così delicate e tenui che nulla hanno a che fare con la forza del Sole di mezzogiorno.
“Che bello, cazzo”- pensa Jonah.
Totalmente rilassato è pronto ad alzarsi. Intanto, piccoli passi accompagnano un chiacchiericcio insolito: saranno un paio di persone che passeggiano di prima mattina. Jonah si siede sul letto e si stiracchia i piedi: dopo un attacco d’ansia del genere, stirarsi è un toccasana.
Mentre alza le braccia, un sonoro sbadiglio lo accompagna. Intanto i passi si fanno più vicini. Jonah si alza, si fissa i piedi e si dà un’ultima stiracchiata. È pronto.
Deciso a chiudere la porta, si avvicina. D’improvviso, una figura paffutella lo blocca con la mano.
-”TOMMASI”- urla Jonah furioso – “Ma sei pazzo? Mi fai venire un infarto” - un basso e paffutello omuncolo, di non più di 30 anni, si avvicina impaurito – “Buongiorno, capo”- squittisce – “Tommasi, non mi far essere volgare: esci da questa cazzo di casa, ORA”- risponde stizzito, Jonah: “Mi spieghi che cosa vuoi alle 6 del mattino? Non dovevi fare la ronda con la squadra?”.
L’omino, sorpreso, lo fissa con i suoi occhi castani, come a ricercare una spiegazione per il carattere scontroso del superior: “Signore, mh…..veramente abbiamo avuto una visita.” risponde con voce soffocata “Un uomo è venuto con l’ordine di incontrarla personalmente”.
Jonah, sorpreso, cerca di sbirciare oltre la porta: “Mandalo via, non ricevo nessuno oggi”- risponde alterato.
Una voce rauca, da lontano, gli intima: “Per me farai un’eccezione”.
Capelli bianchi rasati e viso duro erano i segni della vita da militare di un uomo che non superava i 60 anni. Non era molto attraente né allenato: sembrava, in realtà, aver trascurato la propria salute fisica. Era alto, ma parecchio in carne: la divisa militare che indossava quasi non gli stava più. Quel qualche bottone era saltato e un paio di macchie scolorite comparivano sulle maniche della giacca. Il suo sguardo fermo sembrava aver infuso in Jonah una certa tensione: è come se i due si conoscessero già da parecchio tempo.
Jonah era impietrito.
“Posso entrare, agente?”- incalza l’uomo.
“Tommasi, esci e chiudi la porta.”- intima Jonah al suo sottoposto.
Con un cenno d’assenso, l’omino ubbidisce prontamente agli ordini, isolando i due uomini nella stanza. Nervosamente, Jonah si poggia sulla porta in legno:- “Generale, cosa posso fare per Lei?”-.
Disgustato dal sudiciume del suo appartamento, il generale poggia la ventiquattro ore sul letto:- “Jonah, non sono venuto per una visita di cortesia”- sottolinea fermamente- “Devi tornare al quadrante alfa” -.
Jonah, sorpreso, risponde:- “Di già!?”.
“Esattamente”- sottolinea il generale, mentre ripone le mani in tasca -“Per il trasporto non devi preoccuparti: penserò a tutto io, come sempre”.
Jonah lo osserva silenzioso: un dubbio serpeggia negli anfratti più profondi della sua mente; poi, svanisce, dileguandosi tra i mille pensieri. Era capitato già altre volte di andarci, bastava solo ripetersi, no? Serviva solo un po’ di determinazione. Sarebbe stato un viaggio lungo? Sì, ma il compito sarebbe durato poco e, poi, avrebbe ricevuto altro tabacco.
Con un sorriso forzato, risponde al superiore:- “Se proprio devo… però, fate attenzione con quell’intruglio, questa volta” .
Il generale poggia la vecchia ventiquattro ore sul tavolo: un piccolo clack accompagna lo scattare della sicura che teneva ferma la vecchia valigetta. Tra i documenti piegati, sono ben conservate alcune siringhe. La mente di Jonah corre un attimo al passato: alle visite mediche, ai vaccini o ai prelievi di sangue, quando quegli aghi erano normalità. Un brivido corre lungo la sua schiena.
“Ma perché a me? Non c’è qualcuno... diciamo più libero per farlo?” – risponde con un tono alterato, mentre si toglie la giacca e lascia sporgere la nuda spalla.
“Jonah, non tutti sono fatti per questo mestiere... tu sei speciale”- risponde il generale mentre controlla la siringa, carica di un liquido verdastro - “Senti ma, invece, per questi tuoi attacchi hai trovato delle soluzioni? Sei riuscito a venirne a capo?”.
Jonah risponde, trattenendo il fiato tra i denti: -“ Non ancora... quel che è poco ma sicuro è che non parlerò con dei dottori per farmi guardare dentro la te... Ahi... vacci piano... Non sono mica un animale” - Jonah si tocca il braccio dolcemente per massaggiarlo, prima che lo strano intruglio faccia effetto.
Si rimette la giacca strappata e poi si siede sul letto: - “Non mi ci abituerò mai... stavolta però mi siedo... certo che Awwwwww... è rapido eh!”.
Lentamente Jonah si lascia andare, poggiando la schiena sul muro alle sue spalle. Il suo sguardo si occlude, mentre cade in un sonno profondo.
Una forte luce bianca e il suo dolce rumore elettrico accompagnano il risveglio. La sensazione è quella che si prova in una sala d’aspetto: un’asettica stanza, priva di emozioni, in cui a far la differenza è quel fastidioso rumorino che proviene dal led della lampada, simile al black mirror di una vecchia televisione a tubo catodico. Chissà se ve ne è ancora qualcuna qui sotto.
“Jonah... svegliati... siamo arrivati”- il generale fissa con sguardo severo un confuso Jonah.
Con fatica, l’uomo prova a rimettersi seduto, nonostante le vertigini: -“Stavolta ci siete andati giù pesante con quella robaccia... non ho neanche sognato”.
Nonostante sappia di essere uscito dalla sua tana, Jonah è rilassato: quella neutra stanza bianca, perfettamente quadrata, non lascia trasparire nulla. Questa assenza lo calma, come se d’improvviso fossero scomparse tutte le minacce. Fin dalle prime volte, non ha avuto neanche bisogno di ripetere il suo mantra. Era come se fosse stato trasportato in un mondo altro: panico, paura e rabbia lì svanivano.
Per l’ennesima volta, si è svegliato in quello scomodo letto (o forse è solo una panca), e ancora non ci si è abituato.
Grazie all’aiuto del generale, si dirige nel centro della stanza dinanzi a un monitor grande poco più di sei pollici: sulla destra una grande porta circolare in ferro è sigillata dai suoi imponenti infissi.
“Allora.. Che tocca fare stavolta?... Space Invaders?.. oppure Pacman?”- risponde Jonah mentre trattiene le risate.
“Non vi è nulla da ridere... Fa ciò che ti dicono… è importante”- lo ammonisce il generale.
Jonah, con fatica, si poggia sullo schermo e poi avvia il programma: questa volta è Ghosts and Ghouls.
“Sai che da ragazzino non ero male con questo?” dice divertito.
“Quanto ti serve per finirlo?” afferma il generale picchiettando il suo orologio da polso.
– “Non so, forse un’oretta? Devo fare diversi tentativi” – risponde Jonah mentre avvia il gioco. “Il primo roguelike della storia potremmo dire... un cavaliere che deve sconfiggere creature e salvare il regno... chissà perché ma... vabbè... meglio che mi concentro”.
Jonah è un vero asso: se non fosse stato per il Fallout avrebbe avuto fortuna come influencer. Sarebbe diventato famoso su Internet: un freak niente male.
“Beh, non c’ho messo molto stavolta... no?”- afferma Jonah entusiasta, all’ennesimo tentativo.
“Meglio delle altre” - risponde il generale.
“Direi che mi merito del riposo… e del tabacco” - afferma Jonah, mentre stiracchiandosi si dirige verso la scomoda panca.
Il generale porge alcune sigarette rollate a Jonah e fa per recuperare dalla sua ventiquattro ore l’ennesima dose da somministrare:- “Con questo abbiamo fatto, la prossima volta cercheremo di trovare un’alternativa... più efficace..”.
Jonah si lascia andare, poggiando la schiena sul muro alle sue spalle. Il suo sguardo lentamente si occlude: è ad un passo dal cadere in un lungo e profondo sonno.
D’un tratto, la stanza si blocca come se fosse sospesa nel vuoto: ogni singolo ingranaggio di quello spento arredamento è come fisso in una singolarità eterna e immutabile. Persino il generale è in piedi ritto come una statua, bloccato mentre con lo sguardo duro rivolge i suoi scuri occhi verso l’addormentato.
Jonah, d’improvviso, si desta:- “È tutto qui?!”.
Una voce metallica risponde:- “Sì, l’esperienza è conclusa”.
In un arco di tempo, più breve di un battito di ciglia, l’arredamento e la struttura della stanza cambiano. Le pareti si rivelano lentamente, come se si scoprissero a un occhio meno attento, mostrandosi per come in realtà sono: migliaia, anzi milioni di righe di codice cominciano a prendere il posto di ogni cosa. Lo schermo, la porta, il generale e persino Jonah sono diventati righe di numeri e complesse stringhe.
Poi, nero.
Una voce maschile rompe il silenzio: “Ragazzo, mi senti?… Questa volta è stata molto intensa…”.
Una spaziosa stanza ottagonale ospita otto piattaforme d’acciaio: dischi circolari di circa un metro di diametro, sostenuti da un braccio in ferro, sono attraversati da migliaia di elaborati circuiti. Ognuno di essi prosegue lungo lo schienale in pelle su cui figure umanoidi sono distese. Tutte indossano dei visori elettrici, piccoli caschetti che si ricollegano direttamente alle piattaforme.
Un cyborg, metà uomo e metà macchina con innesti lungo tutta la testa, controlla da un computer centrale le piattaforme. Alcuni robot senzienti monitorano attentamente lo stato emotivo e i parametri vitali degli ospiti sugli schermi alla parete, aggiornando il database dei computer centrali.
Uno degli ospiti si desta, togliendo dolcemente il visore dalla testa: è un ragazzo poco più che ventenne con un occhio cibernetico e un braccio meccanico.
Si volta verso l’uomo ai controlli: - “Finisce così?... Deludente”.
L’uomo accenna un sorriso di cortesia: - “Sono frammenti... ricordi di altri vecchi e confusi... abbiamo impiegato molto tempo per recuperarli, ma sono merce pregiata…. Per quanto brevi, panico e paura al giorno d’oggi valgono una fortuna... Forse, avresti preferito la simulazione con la rabbia?”.
Il ragazzo scende dalla piattaforma, sgranchendo gambe e braccia:- “Non so”.
Con una rapida occhiata alla stanza, scopre di essere stato il primo a svegliarsi: “Posso aspettare i miei fuori?... Quando fanno la simulazione dell’amore impiegano sempre molto tempo… io mi annoio facilmente”.
L’uomo risponde con un cenno di assenso e poi si gira verso il computer continuando a monitorare l’esperienza degli altri ospiti.
Il ragazzo esce da una clinica. Sul tetto, un’imponente scritta lampeggia: “Vivi qui le tue emozioni”.
È notte, forse. La strada è attraversata selvaggiamente da molte persone: sono di generi, età e provenienza diversa, ma tutti così simili. Gli ricordano una folla di anime perdute che vaga confusamente in lande desertiche: sono annoiate, tediate, spente. Ognuna è persa, immersa in fulgidi e folli desideri o contrita in tristi e vuoti pensieri.
Il ragazzo fruga nella sua tasca sinistra, estraendo un pacchetto di sigarette: ne recupera una e la mette alla bocca. Anche la sigaretta ha lo stesso sapore. Tenta di accenderla, sfruttando uno scompartimento nel suo braccio cibernetico, ma si ferma, assistendo passivo al confuso via vai di passanti.
Autore: Giulio Mastrella
Pagina Substack dell’autore: Giulio Mastrella
#ScritturaCreativa #SubstackItalia #ScrittoriEmergenti
Ti è piaciuto questo racconto? Se vuoi aiutarci a stampare la rivista cartacea e a finanziare il nostro progetto, offrici un caffè! ☕



Divorato