Fra falò improvvisati nei vicoli di un aprile freddo e disilluso, incontri casuali che sfidano ogni regola non scritta della strada e il bisogno disperato di aggrapparsi a un’anima prima che la solitudine ci inghiottisca, quante volte ci siamo chiesti se sia possibile riconoscersi davvero dietro le maschere che indossiamo?
In questo intenso capitolo tratto da L’enigma dei nove punti, l’autore ci trascina in un viaggio notturno e claustrofobico tra le ombre di una Roma sonnolenta, la dignità ferita di una donna venuta da lontano e la goffa tenerezza di un uomo incapace di difendersi dal proprio vuoto. Una narrazione cruda, profonda e dal finale struggente, che mette a nudo la fragilità dei nostri sentimenti, il peso insopportabile dei pregiudizi e la dolorosa bellezza di un’intimità sfiorata e subito perduta.
Buona lettura!
Capitolo V - (Aprile) - Flutur, la farfalla notturna dalle ali spezzate
Dio mio, spiegami come si fa ad amare la carne senza baciarne l’anima (Alda Merini)
Fino a quel giovedì piovoso e freddo — chissà perché gli eventi che lasciano memoria accadono sempre in giornate che rispecchiano perfettamente la propria condizione interiore — non aveva mai compreso perché Eliot definisse aprile il più crudele tra tutti i mesi. Forse una questione di musicalità poetica, o un brutto evento nella vita del grande autore, occorsogli proprio in quel periodo dell’anno. Questi pensieri gli ruotavano in testa mentre, imbacuccato, raggiungeva l’auto dopo essere uscito da una fumosa rosticceria, in cui aveva consumato un pasto veloce al sapore di fritto. Il vento soffiava forte, gelido come la sua solitudine. Era stata una serata anonima di un altrettanto fiacco aprile. Tra un paio di settimane sarebbe stata Pasqua. Se Pasqua significa resurrezione, pensava, chi più di lui avrebbe avuto bisogno di rinascere? Un sorriso obliquo gli si disegnò sulle labbra, a metà tra ironia e disillusione.
La pioggia scendeva a tratti, tingendo di grigio opaco palazzi, lampioni e strade. Per distrarsi accese la radio. Procedeva con prudenza, quasi a voler evitare che il buio della notte lo inghiottisse. Mai avrebbe immaginato che una perfetta sconosciuta avrebbe presto cambiato il corso della sua serata.
La vide d’improvviso mentre guidava lentamente, attento a non finire con le ruote nelle pozzanghere. Un bagliore di rosso acceso campeggiò alla sua sinistra, sul ciglio della strada. Il fascio dei fari illuminò una figura solitaria che spiccava nella notte tra sbuffi di fumo e piccole lingue di fuoco che fuoriuscivano da un caldano sul marciapiede. Dalla silhouette che si stagliava contro la luce, capì che si trattava di una donna, probabilmente una prostituta, vestita con un cappotto nero stretto in vita. Sotto, una blusa rosso cremisi contrastava con l’oscurità; un’ampia scollatura mostrava un abbondante décolleté. La gonna blu zaffiro lasciava intravedere gambe lunghe e tornite, calzate fin quasi al ginocchio con stivali neri a tacco alto. Nella mano destra, una sigaretta accesa, di quelle lunghe e sottili come steli di gesso, le rischiarava il viso con un riverbero tremulo. I capelli lisci, a caschetto, color rame come foglie autunnali, le incorniciavano il viso dai lineamenti marcati ma non volgari. Le labbra carnose e rosse, piene di promesse.
Un foulard di seta color panna, annodato al collo, le copriva parzialmente il volto, lasciando intravedere solo gli occhi: grandi, neri e penetranti. L’aspetto era certamente appariscente, ma niente affatto plebeo. Il suo era un fascino magnetico, capace di ammaliare con eleganza discreta. Un alone d’enigma sembrava avvolgerla. Non poté toglierle gli occhi di dosso. Era di un’avvenenza diversa: una bellezza vissuta e consapevole, che emanava una fisicità calamitante. Istintivamente rallentò, quasi fino a fermarsi, incerto su come comportarsi. Aveva già visto soggetti come lei ai bordi delle strade, le cosiddette “lucciole”. Ma quella donna era diversa. C’era qualcosa — un’ombra di malinconia sul volto, una postura composta — che lo turbava e al tempo stesso lo attraeva.
Ridusse ancora la velocità. Arrestò l’auto accanto a lei, abbassò il finestrino e, con una tenerezza che non si conosceva, le disse a voce bassa:
— Ciao, io mi chiamo Giulio… — sussurrò appena quelle parole, con difficoltà, vergognandosi come un ladro. Se non fosse stato per il buio, si sarebbe notato il rossore che gli avvampava le guance.
— Salve, io mi chiamo Flutur.
— Sei straniera?
— Sì.
— Dove vai? — La donna lo guardò incuriosita, anche un po’ stupita, poi rispose:
— Dove ti sembra che stia andando? Da nessuna parte! Però posso venire dove vuoi tu.
Esitò, spiazzato dalla prontezza della risposta. Non sopportava l’idea di lasciarla lì, sola al freddo. Non c’era in lui desiderio di sesso facile; solo la voglia di offrirle un riparo e magari scambiare due parole per sfuggire, per un po’, all’annunciata solitudine di quella serata tediosa.
— Vuoi salire?
Lei lo scrutò nuovamente, più sorpresa di prima:
— Perché no!
— Sì, dai, sali.
La “lucciola” sembrò tentennare un istante, colpita dal garbo e dalla timidezza di quello strano individuo, non facilmente classificabile nella galleria dei suoi soliti clienti, quasi sempre rudi, sbrigativi o disperatamente volgari. Poi, con piglio deciso, aprì la portiera e montò in macchina. Si sistemò sul sedile, slacciò la cintura del cappotto e si tolse il foulard, sotto il quale, sul collo, spiccava un sobrio filo di perle color avorio.
— Dove vuoi che ti porti?
La donna rifletté e poi fece, con aria interrogativa:
— Non so. Magari a casa tua? Che ne dici?
Lui cercò di non scomporsi, conscio di averle rivolto una domanda così palesemente ingenua da tradire la sua scarsa familiarità con quel mondo di scambi rapidi e patti non detti. Si schiarì la voce, cercando di recuperare una parvenza di disinvoltura:
— Va bene. Andiamo a casa mia.
Durante il tragitto aumentò il riscaldamento dell’auto. L’insolita passeggera chiese se poteva fumare e, al suo cenno del capo, si accese una sigaretta al mentolo aspirando lunghe boccate. Odiava quell’aroma dolciastro. “Orribile, pestilenziale” avrebbe voluto dirle, ma non fiatò. Un’atmosfera tesa calò nell’abitacolo, spezzata solo dal rumore dei tergicristalli.
Il viaggio fu breve, ma sembrò interminabile. Si scambiarono solo i rispettivi nomi e qualcosa di convenzionale sull’inclemenza del tempo. Lui, fingendosi sorpreso, chiese cosa significasse Flutur, un nome così singolare. Lei rispose sintetica:
— Farfalla, in lingua albanese.
Quando arrivarono a casa, Flutur lo guardò e, sorridendo, disse:
— Grazie. Non so cosa avrei fatto se non ti fossi fermato. Faceva un freddo cane e, per giunta, neanche l’ombra di un cliente.
— Non è niente, figurati! Vieni su, ti offro qualcosa di caldo.
Salirono e si misero comodi. Le preparò un caffè bollente con una goccia di rum. Non lo sapeva ancora, né mai avrebbe potuto immaginarlo, che non avrebbe dimenticato quella serata di aprile, nella quale aveva incrociato sulla sua strada, per pura fatalità, una donna particolare. Si sedettero in cucina e parlarono sorseggiando il caffè. La donna raccontò della sua vita con la franchezza disarmante di chi non ha più nulla da perdere. Lui l’ascoltò con attenzione, sorpreso dalla forza e dalla dignità inattesa che mostrava.
Le parole, dopo una breve fase d’imbarazzo reciproco, fluirono spontanee. Accennarono entrambi a pezzi di vita vissuta, speranze infrante e sogni perduti. Con amarezza, ma con sincerità. La solitudine che li accomunava divenne un ponte di connessione, un esile filo che li tirò fuori, seppur per pochi istanti, dall’antro buio della loro reclusione emotiva. Per la prima volta da molto tempo, si sentirono non giudicati, ma semplicemente riconosciuti e finalmente autorizzati a esistere, senza la maschera che portavano per il resto del mondo. In quel piccolo appartamento, si concessero il lusso di una vulnerabilità inaspettata.
Dopo un po’ si spostarono in soggiorno e si accomodarono sul divano. Il padrone di casa prese una bottiglia di vino bianco, un franciacorta che aveva imparato ad apprezzare nel suo periodo lombardo, e due bicchieri. Li riempì e ne porse uno all’ospite:
— Tieni, ci vuole qualcosa di forte, per scaldare la notte e magari anche un po’ l’anima.
— Grazie, ma non vorrei abusare. Non sono abituata all’alcol.
Mandato giù un piccolo sorso, la donna riprese a parlare, a narrare di sé. Aveva vinto l’iniziale disagio, si sentiva più rilassata.
— Mi capita raramente di parlare così in libertà. Quasi mai. Ma con te... non so. È come se ti conoscessi da prima.
Lui abbozzò un sorriso. Non disse nulla ma ne fu compiaciuto. Bevve solo un goccio di vino e lasciò che quel silenzio si stendesse tra loro, non pesante, ma pieno. Fu lei a interrompere la pausa.
— Tu invece cosa fai nella vita?
Lui si accese una sigaretta e si sistemò meglio sul divano.
— Faccio il bibliotecario.
Mentì, ma non poteva fare diversamente. Lei lo fissò per qualche secondo, inclinando la testa, come se avesse intuito.
— Ti hanno lasciato andare?
Lui assentì, impacciato. Il riflesso di nascondere ogni vera emozione, imparato in anni di servizio, era talmente radicato che anche in un momento di pura sincerità, la sua faccia rimaneva una maschera immobile.
— Sì… Tagli. Riorganizzazioni. Ma la verità è che, a cinquant’anni suonati, diventi invisibile. Così, eccomi qua. Ancora a chiedermi cosa verrà dopo, cosa farò.
Lei non parlò. Si limitò ad allungare una mano e posarla leggera sul suo avambraccio. Un gesto semplice, ma che in quel momento parve colmare un vuoto enorme.
— Ti capisco. Anche se non so se mi stai davvero dicendo tutto... ma non importa!
Restarono così per un po’, immobili, ciascuno immerso nei propri pensieri, ma consapevoli di quella presenza accanto.
— Hai fame? Posso preparare qualcosa... alla buona...
Lei rise piano.
— Un po’. Ma non fare niente di complicato... davvero.
— Vivo solo. Non ho molto in casa... del prosciutto, del pane, forse un po’ di formaggio. Facciamo due toast?
— Perfetto... ci sto!
Si alzò e andò in cucina. Lei lo seguì poco dopo, portandosi dietro i bicchieri. Mentre l’odore del pane tostato cominciava a diffondersi nell’aria, lei si appoggiò allo stipite della porta, osservandolo mentre trafficava con il tostapane. Era strano come i gesti più semplici potessero assumere un peso diverso, quasi solenne, quando a riempire il silenzio non era più la solitudine, ma la presenza silenziosa di qualcun altro. Si sedettero al tavolo, con i piatti improvvisati davanti. Fu Flutur a riprendere la parola.
— Giulio, credi che le cose succedano per caso?
Strana domanda! Si fermò un attimo, il toast caldo tra le mani.
— Credo che a volte sia il caso a regalarci le cose migliori, magari quando abbiamo smesso di cercarle.
La donna abbassò lo sguardo e annuì, come se quelle parole avessero toccato qualcosa di fragile, di mai rivelato, che finalmente trovava voce nella semplicità di quella nuda risposta. Mangiarono senza fretta. Fuori, il vento aveva smesso di battere contro le finestre, e la pioggia si era trasformata in leggera nebbiolina che sembrava annullare le distanze e proteggere l’intimità del momento. Quando ebbero finito, rimasero seduti ancora un po’. Poi lui parlò per primo:
— Sei a tuo agio, hai bisogno d’altro?
— Sì, completamente. Non mi capita spesso di essere invitata a cena senza secondi fini. Non con questa gentilezza.
La guardò intensamente. C’era un velo nei suoi occhi, qualcosa che non voleva sembrare commozione, ma che non riusciva a camuffare del tutto.
— Non avevo fame solo di cibo, stasera. E nemmeno tu, credo.
Lei si schernì, un sorriso stanco ma vero. Poi si alzò e si diresse verso la finestra, scostando appena la tenda.
— Piove ancora?
— No... ha smesso.
Lui si avviò verso la libreria, aprì l’anta, prese il primo vinile che gli capitò tra le mani e lo mise sullo stereo. La voce di Battisti si impadronì dell’aria: cantava di un uomo che credeva di volare da solo, ma non ci riusciva. Lei ascoltava rapita. Mentre le note riempivano l’ambiente, i suoi occhi si muovevano attenti, osservando ogni angolo, come per decifrare meglio chi fosse davvero quell’uomo gentile e strano che era capitato sulla sua strada. Per spezzare quell’atmosfera carica di silenzio, lui le chiese del suo paese, del suo passato. La donna iniziò a schiudersi. Con voce tremante, cominciò a esporre la sua storia: un racconto toccante, fatto di ferite antiche, di dolori taciuti troppo a lungo, di scelte forzate e partenze mai veramente volute.
— Sono cresciuta in un paese piccolo, povero, dimenticato da Dio e dagli uomini. Tropoje, al confine con il Kosovo. Mio padre beveva, era un alcolizzato, mia madre non parlava quasi mai. Eravamo poveri. Non la povertà romantica dei racconti, ma quella vera, che puzza di muffa e vergogna.
Si esprimeva, benché straniera, in un italiano fluido, impreziosito solo da una leggera inflessione balcanica. Un eloquio dove le ‘r’ vibravano come corde tese e le doppie sparivano, rendendo le parole “scolpite”, simili a pietre levigate. Fece una breve pausa, guardando un punto indefinito. Poi continuò, con voce appena più bassa.
— A dodici anni mi mandarono da mio zio Dritan, per ‘aiutare’ come sguattera nella sua taverna. Era rozzo, violento. Ogni giorno le sue manacce frugavano fra le mie forme acerbe.
D’un tratto ammutolì, poi aggiunse singhiozzando:
— Una sera... Hai capito... non farmi proseguire, ti prego.
Lui abbassò gli occhi, come se fosse stato lui stesso a dover chiedere scusa. Ma non disse nulla. Lei sembrò apprezzare quel silenzio.
— Dopo quella sera, niente fu più come prima. Ero cambiata, e tutti sembravano averlo capito. Ma nessuno disse mai nulla.
La voce le era diventata vibrante, ferita, ma non spezzata.
— Crescendo ho cominciato a odiare tutto. Poi venne la rivolta, il caos. Io vidi l’occasione e la presi. Mi imbarcai con degli sconosciuti e arrivai qui.
Fece un lungo sospiro.
— Pensavo di essermi lasciata tutto alle spalle. Ma certi ricordi si camuffano, si nascondono, ma non muoiono.
Lui si alzò, andò allo stereo e sollevò con delicatezza la puntina dal disco. Poi tornò a sedersi e le si mise accanto.
— Non sei più sola adesso. Stasera ci sono io con te.
Una frase semplice, forse anche banale. Ma nella sua voce non c’era pietà, solo rispetto. Flutur non rispose. Per la prima volta da molto tempo, chiuse gli occhi non per fuggire da qualcosa, ma per restarci dentro. Dopo appoggiò la testa sulla sua spalla. La guardò ancora una volta.
Flutur, la farfalla albanese, era una donna che portava con sé il peso di anni vissuti male, ma non ne era rimasta schiacciata. I suoi occhi, segnati dalla sofferenza, conservavano una luce profonda.
— Devi averne passate tante.
Lei lo squadrò, poi abbassò il capo.
— Il viaggio verso l’Italia fu lungo. Pericoloso. Su uno di quei barconi che vedi in TV. Ogni onda sembrava poterci rovesciare. Sono sopravvissuta alla fame, alla solitudine, al freddo. Ma avevo una speranza dentro. Sognavo il vostro Paese come il posto dove ricominciare.
— E ci sei riuscita?
Lei scrollò le spalle, atteggiando il volto a grande amarezza.
— All’inizio... forse. Arrivai in Puglia, a Brindisi. Trovai un lavoro in una trattoria. Ma ero felice. Finché non arrivò lui.
Lui si irrigidì appena:
— Lui chi?
— Mirko. Un camionista montenegrino. Bello, furbo, sicuro di sé. Mi conquistò con sguardi e parole. E io gli credetti. Mi portò via da tutto. Mi promise una vita migliore.
— E poi?
— Le promesse si spensero presto. Prima i silenzi. Poi le sfuriate, le parole cattive, le mani addosso. Alla fine mi derubò di tutto. Mi lasciò per strada, sola.
Si versò un dito di gin, ma non lo bevve.
— E allora?
Lei alzò gli occhi e li puntò nei suoi:
— Dopo ho fatto quello che fanno in tante. Per disperazione, non per scelta. Il marciapiede. Gli uomini. Le notti. Lo sporco.
Il bicchiere nelle sue mani tremò appena.
— Eppure sei ancora qui. E parli con lucidità, con equilibrio. Non so come fai!
— Non lo so neanche io. Ma la speranza... quella non me l’hanno portata via.
L’uomo la osservò, colpito.
— Chi ti guarda adesso non vede una prostituta, Flutur. Vede una donna sensibile, forte. Ferita, sì. Ma viva.
Lei chinò il capo, commossa.
— Mi fai sentire meno sporca. E non mi capita spesso. Grazie.
Lui si alzò, andò verso la cucina e mise sul fornello un’altra caffettiera. Tornò con due tazze fumanti:
— Io non ho vissuto niente di simile, ma so cosa significa perdere qualcosa, qualcuno. E non sapere più chi si è.
Lei sorrise, lievemente.
— Forse no. Ma comunque sia... sono contento che tu sia qui stasera.
Anche lui avvertì a quel punto la necessità di aprirsi. Ma scelse di non entrare nei dettagli. Disse soltanto di aver avuto un’infanzia difficile, di aver lavorato come impiegato e di aver vissuto una profonda delusione sentimentale. Raccontò di aver perso entrambi i genitori, di essere figlio unico, di vivere da solo. Avrebbe voluto confidarsi di più, ma preferì lasciarle spazio. Aveva capito che Flutur era animata da un bisogno quasi fisico di raccontarsi.
Quando si fece molto tardi, intorno alle due del mattino, la donna si alzò con morbidezza ma con decisione, come se avesse appena raggiunto il limite invisibile di un tempo concesso.
— Adesso è meglio che vada. Grazie di tutto. Non dimenticherò mai la tua amabilità.
L’accompagnò alla porta con riluttanza.
— Ma grazie di che! È stato un piacere conoscerti, anzi un vero privilegio.
Giunti sulla soglia, lui esitò. Non ce la fece a lasciarla andare così. C’era qualcosa in quella donna che gli impediva di chiudere quella porta come se nulla fosse avvenuto. Allungò una mano e le sfiorò il braccio.
— Aspetta... ti prego.
La trattenne, le cercò gli occhi, e in un gesto d’impulso la tirò a sé e la baciò. Le sue labbra si posarono sulle sue con dolcezza appassionata, cancellando per un momento ogni solitudine. Le mani calde le sfiorarono il viso, il collo, le spalle, facendola rabbrividire. Flutur, sorpresa ma non spaventata, lo abbracciò con trasporto.
Fu un bacio lungo, profondo, che li avvolse in una bolla d’intimità autentica. Un bacio che sapeva di caffè e di possibilità non dette, un fragile armistizio contro le proprie vite in rovina. Quando si staccarono, ansimanti, si fissarono negli occhi: in quello sguardo c’era tutto — passione, desiderio, e la voglia silenziosa di non lasciarsi. Con delicatezza, la tirò dentro casa, richiudendo la porta. La condusse verso la camera da letto con movimenti misurati, quasi incerti. Flutur si lasciò guidare in silenzio, con un’espressione diversa, più morbida. In quegli attimi si era liberata delle sue maschere. Era solo una donna desiderata, finalmente. Le mani di lui si infilarono sotto il suo vestito, sfiorando la sinuosità delle sue curve. Flutur chiuse gli occhi, abbandonandosi a quel tocco. La fece sedere sul letto, poi le si inginocchiò davanti, come in un gesto di rispetto. Le prese una mano e la portò alle labbra. Non c’erano parole. Solo respiro e pelle. Il vestito scivolò giù.
Si spogliarono adagio, con gesti lenti, come due adolescenti inesperti. I vestiti caddero a terra fino a quando non furono entrambi nudi. Fecero l’amore con calma, senza volgarità, ciascuno esplorando ogni centimetro dell’altro, nel silenzio complice di una notte che pareva cucita addosso a loro. I loro respiri accelerati si mescolavano al fruscio delle lenzuola. Si muovevano insieme, in totale consonanza, come due esseri che finalmente si erano ritrovati.
L’intimità di quella notte rimase pura, priva di qualsiasi ombra di volgarità. I loro corpi si unirono in una fusione armonica, mossi da un richiamo naturale, senza traccia di lascivia, ma con la disperata e reciproca ricerca di un appiglio che negava la solitudine e riaffermava il valore, per quanto fragile e passeggero, dell’essere ancora vivi e capaci di sentire. Era un atto d’amore puro, un’espressione autentica del loro sentimento di vicinanza. I loro mormorii erano sommessi, carichi di un’emozione intensa. Un eros pudico ma profondo, un’eco di amore che andava oltre il bisogno fisico, nato dal riconoscimento mutuo della loro ferita.
Non fu una conquista, ma una condivisione silenziosa del peso di esistere, dell’esserci, un momento di grazia rubato al giudizio del mondo, e alle sue piccolezze. Quel gioco di coppia era sbocciato da un evento fortuito. Un’alchimia inesplicabile aveva acceso una scintilla inaspettata nei loro animi inariditi dalle prove della vita. I corpi si trovarono, si riconobbero. Le mani si cercarono, le bocche si scoprirono senza esitazioni. Nessuna ansia di prestazione li animava: solo l’istinto innocente di due creature che sublimavano la fame di amore che le abitava. Quando l’apice del piacere li colse, non fu un’esplosione dirompente, ma un dolce naufragio in un mare di sensazioni tenui. Si abbandonarono l’uno nelle braccia dell’altra, cullati da una dolcezza che attenuava ogni tensione, come se l’urgenza delle loro fughe e la paura delle loro vite fossero state messe in pausa da una forza più grande e misteriosa.
Rimasero così, due corpi silenziosi, spossati, che per la prima volta si sentivano al sicuro. Stanchi, si distesero l’uno accanto all’altra. Flutur appoggiò la testa sul petto di lui.
— Non mi capitava da tanto... di sentirmi al mio posto.
— Quale posto?
— Quello di una donna... e non di un oggetto.
Lui non ribatté subito. Le accarezzò i capelli, sentendoli scorrere tra le dita come fili di seta calda.
— Resta ancora, non andare. Non per quello che è stato. Ma per come mi fai sentire adesso.
Lei non disse né sì, né no. Rimase muta e si strinse a lui. Si abbracciarono fortemente. Ebbero l’impressione che i loro corpi non fossero estranei, come se si fossero cercati attraverso i millenni. Per un attimo fugace ma assoluto, avevano toccato una rara pienezza di vita.
Il loro non era stato un incontro qualsiasi, e ne erano entrambi consapevoli. Ma sapevano anche che non si trattava dell’inizio di una storia d’amore convenzionale. C’era però qualcosa di nuovo: forse l’inizio di un legame diverso, unico, una mutua, silente promessa di umanità in un mondo che li aveva privati di tutto, o magari solo la disperata necessità di riconoscersi superstiti l’uno nell’altra, prima di tornare a navigare da soli. I sensi accesi avevano trovato espressione in un’estasi carnale sincera. Ma la vera rivelazione di quella notte si era sostanziata in qualcosa di più sottile: l’incontro invisibile ma tangibile tra due anime spogliate delle loro armature logore, un’unione in cui l’abituale esclusione di entrambi non era stata negata, ma resa reciproca, dimezzando così il peso insostenibile del tormento interiore. In quel vuoto, avevano trovato una mutua convalida, la prova che la loro angustia esistenziale, il loro mal di vita, non era un fatto privato e isolato, ma un affanno che poteva essere riconosciuto e per questo, sopportato. Un battito d’infinito, colmo di grazia. Un frammento d’eternità che il tempo non avrebbe concesso una seconda volta.
In quella dedizione corrisposta, lui ebbe la netta impressione di aver già vissuto quel momento. Altrove. In un’altra epoca, forse in un’altra vita. Fu una percezione improvvisa, eppure nitida — come un’eco che affiora dal fondo dell’anima. Un déjà-vu, la riedizione di un momento passato. Gli tornarono alla mente le letture sulla metempsicosi: l’idea che si possa davvero incontrare qualcuno già conosciuto in un’esistenza passata. Paragonò tutto ciò a una sorta di epifania. Una parentesi luminosa e inattesa, un segno rivelatore.
All’alba, la luce grigia di una Roma sonnolenta filtrava timida attraverso le persiane socchiuse. Non si svegliarono subito. Avevano dormito profondamente, avvolti in un silenzio denso, protettivo. E forse, proprio lì, in quel letto sfatto e ancora tiepido, poteva davvero cominciare qualcosa. Non una storia d’amore, non una trama da film. Ma un inizio. Un’apertura fragile ma sincera. Lui non poté fare a meno di chiedersi se quel legame che forse stava nascendo non fosse, in fondo, un paradosso. Un uomo solo che trovava conforto in una donna che vendeva il proprio corpo. Eppure era la prova che l’affetto può germogliare anche nei luoghi più impensati, e con le persone che la società ha condannato a vivere ai margini, dimostrando che l’anima non conosce categorie né pregiudizi morali imposti ma solo sete d’amore.
La notte di vento era ormai un ricordo. L’alba cominciava a tingere il cielo di rosa. I primi chiarori filtravano dalla tenda, annunciando una pace sottile. Il maltempo era stato scacciato non solo dalla luce del nuovo giorno, ma soprattutto dal calore umano, dall’attrazione, dalla comunione inattesa tra due solitudini che aspettavano d’incontrarsi, di fondersi. La donna, senza dire una parola, sotto lo sguardo malinconico del partner, si alzò dal letto e si affrettò a vestirsi. Si infilò le scarpe, afferrò la borsa e si strinse la cintura in vita. Con un gesto veloce si ravviò i capelli, poi si mordicchiò le labbra; un vezzo tutto femminile oppure un segno impercettibile di tensione e di rapida riconnessione con la realtà che la attendeva fuori da quella bolla di calore. Sapeva che non poteva permettersi di portare il conforto di quella spontanea intimità nel mondo duro e cinico della strada. Dai suoi movimenti, dai gesti veloci e dallo sguardo fisso su un punto indefinito, traspariva un immediato, quasi impellente bisogno di allontanarsi. Quel disagio improvviso era palpabile. C’era il pericolo di innamorarsi, di perdere il controllo su sé stessa, e ciò la spaventava. Non poteva consentirselo, non dopo tutto ciò che aveva già sofferto. Lui la osservava inerme, trattenendo a fatica il peso di un’impazienza irrequieta. Il comportamento nervoso della donna apriva nella sua mente un turbinio di domande: dove stava andando? Perché tutta quella fretta? Ancora una volta non capiva!
— Ora devo andare. È quasi giorno.
— Perché te ne vai già? Rimani ancora un po’.
— No, è tardissimo. Non posso restare.
— Beh, allora... ti accompagno.
— No, conosco bene la zona. Prendo il bus qui all’angolo, so dov’è la fermata.
— Ma no... ti porto io. Andiamo con la mia macchina. Dammi solo il tempo di vestirmi.
Si mosse con goffaggine quasi disarmante, come se fosse stato strappato da un sogno. Si avviò incerto verso la sedia dove aveva lasciato i pantaloni. Frugò nervosamente nelle tasche, le dita che tremavano mentre cercavano il portafoglio. Quando lo trovò, ne estrasse alcune banconote. Con un gesto timido, esitante, che tradiva tutto il suo imbarazzo, posò le banconote sul comodino, accanto alla sua borsetta. In quell’istante interminabile sentì il peso della transazione incrinare e macchiare la dignità di ciò che era stato tra loro. Quel denaro, che voleva solo essere un compenso ed un aiuto, si trasformò in un insulto muto all’intimità appena condivisa, un promemoria crudele e tangibile della natura disperata e commerciale del loro incontro regalato loro da un destino distratto, capace di intrecciare due solitudini nel riflesso di una pozzanghera, quel caso cinico che prima offre un rifugio ed un abbraccio poi ne presenta il conto. La vergogna d’improvviso lo travolse. Bruciante. Insostenibile. Abietta. Ridurre un’intimità così profonda a una mera dazione di denaro lo lasciò confuso, pentito, schiacciato da un senso di colpa enorme.
Con quell’azione sentiva di aver profanato qualcosa di puro, di aver umiliato una donna sensibile e speciale. Flutur, trasecolata, lo guardò, freddissima. Nei suoi occhi non c’era più traccia della dolcezza della notte, soltanto una severità tagliente. Le pupille lampeggiavano come fendenti duri, riflesso glaciale di un sentimento genuino che lui aveva cercato di monetizzare, di comprare.
Giulio avrebbe preferito un urlo di rimprovero, uno schiaffo, persino uno sputo. Ma quel silenzio di ghiaccio lo fece sentire infinitamente più piccolo, più miserabile: un cliente occasionale che aveva fallito miseramente nel tentativo di pagare un frammento di autenticità, donatogli con tenerezza da una donna sincera. Lei inarcò un sopracciglio, la bocca si serrò in una linea sottile. Senza proferire parola, con un movimento rapido della mano, respinse le banconote e le scagliò a terra, come si scaccia una mosca fastidiosa o si getta via un oggetto inutile e disgustoso. Il gesto fu di un impeto deciso e rabbioso, molto più umiliante ed eloquente di qualsiasi grido o frase ingiuriosa. Il suo sdegno era inequivocabile: quel gesto era stato inopportuno, sconveniente. Anzi, molto di più, un insulto meschino, una mortificazione profonda. Irreparabile, imperdonabile.
Il silenzio nella stanza si fece ancora più spesso, corposo come l’acqua torbida che si deposita sul fondo di una vasca colma di limo. Le banconote giacevano abbandonate sul pavimento, testimoni mute di un’incomprensione, di un abisso che la passione di poche ore non era riuscita a colmare. L’imbarazzo incontenibile gli tinse il volto di un rossore improvviso. Non aveva avuto alcuna intenzione di offenderla; credeva soltanto, ingenuamente, di seguire un copione, una prassi. Ma le occhiate fulminanti di Flutur lo avevano trafitto, rivelandogli la ricchezza d’animo e la fierezza di quella donna, che non aveva prezzo, non certamente il valore delle banconote sparse sul pavimento. Capì che aveva cercato di acquistare un servizio, ma aveva finito per insultare un dono, un momento di pura umanità che nessuna moneta avrebbe mai potuto onorare. Aveva trattato come merce uno scambio di respiri, di gesti, di confidenza che apparteneva a un piano superiore. Che stupido!
Quando si riebbe dall’annichilimento, Flutur si era già voltata, la schiena rigida, la borsetta stretta tra le mani come uno scudo. La sua fretta ora appariva ancora più motivata: un desiderio pressante di allontanarsi non solo da quell’appartamento, ma anche dall’etichetta silenziosa e svilente che quel denaro rappresentava. Il suo corpo urlava la fine di ogni tregua e soprattutto la chiusura infelice di quella parentesi di insperata e preziosa normalità che avevano assaporato. Con un passo deciso, si mosse verso l’uscita, riprendendosi il silenzio come si riprende un cappotto dal guardaroba. Lui non sapeva cosa dire, cosa fare. Le parole che gli si affollavano in gola sarebbero suonate come scuse balbettate. Preferì tacere accettando che il silenzio, per quanto doloroso, fosse l’unica onestà che gli restava da offrirle in quell’addio amaro e definitivo. Si sentì patetico, forse ridicolo, certamente fuori posto. La magia della notte si era dissolta con le prime luci dell’alba, lasciando spazio a una realtà più cruda. Aveva rovinato tutto. Come sempre. La sua incapacità di gestire la vicinanza umana, l’intimità emotiva, la comunione affettiva, aveva trasformato un momento di grazia in un’ennesima e insopportabile occasione mancata.
Flutur raggiunse la porta, la mano già posata sulla maniglia. Prima di aprirla, si fermò un istante, il dorso rivolto verso di lui. Un sospiro appena accennato increspò le sue spalle. Poi, senza voltarsi, uscì dalla stanza, lasciando dietro di sé un silenzio carico di significati non detti ed un uomo confuso e turbato. Il leggero rumore della porta che si chiudeva fu l’unica risposta al suo stordimento.
— Addio Giulio.
Le ultime parole pronunciate con un filo di voce. Lui rimase immobile, il cuore stretto in una morsa, mentre sentiva lo scalpiccio leggero ma deciso delle sue scarpe scendere lungo la tromba delle scale, fino a perdersi nel silenzio irreparabile che seguì. Un silenzio di tomba. L’uscio che si richiudeva fu un rumore leggero, eppure così potente da ripristinare di colpo il vecchio ordine, cancellando l’intera notte come si cancella un disegno fatto con il gesso. Rimase immobile, impalato, il peso della sua solitudine tornò a schiacciarlo, pesante e familiare, come un indumento indossato per troppo tempo. Sapeva che non l’avrebbe mai più rivista.
Restò ancora un po’, in quella posa irrigidita, al centro della stanza, statico come una statua di sale. Il tepore dei primi raggi di sole, filtrati dalle tende, contrastava con la fredda consapevolezza del suo madornale errore. L’ennesima castroneria che aveva combinato! In quell’istante interminabile si scoprì infelice, e ottuso, come mai gli era capitato. Dalla strada sottostante giungeva il rumore del bus che si allontanava, un’eco lontana di una partenza definitiva. Si sentì improvvisamente solo, molto più solo di prima, come se quel breve contatto non avesse fatto altro che tracciare un solco più profondo nel suo isolamento cronico. L’intimità rubata aveva reso il ritorno alla realtà non solo amaro, ma intollerabile. Non era riuscito a costruire un ponte, ma solo a scavare un fossato proprio nel momento in cui qualcosa di diverso avrebbe potuto nascere. Era vero: tutto ciò che toccava si trasformava in polvere che gli sfuggiva tra le dita. La vibrazione di quello glaciale “addio, Giulio”, pronunciato con una noncuranza che a lui parve studiata ma in realtà secca e algida, si spense nell’aria fresca del silenzio mattutino.
La porta si era chiusa con un clic sordo, un punto definitivo che troncava di netto l’oasi inattesa, raggiunta per un fugace, ma vitale, bisogno di calore umano. Quello scatto breve ma lacerante del battente raccontava l’epitaffio di un’illusione durata poche ore, il sigillo definitivo sul fallimento di un uomo che non riusciva a salvare nulla, nemmeno il ricordo di un momento di imprevista tenerezza, di commozione, di trasporto forte. L’aveva sentita allontanarsi nel corridoio, poi giù per le scale; il fruscio leggero dei suoi abiti un ultimo, momentaneo promemoria di una presenza appena svanita. Poi, solo il respiro regolare della casa vuota e null’altro. L’unica cosa che si muoveva nella stanza, la sola a mantenere una parvenza di vita, era la luce grigia che si allungava sul pavimento, illuminando crudelmente le banconote stropicciate che non aveva il coraggio di raccogliere.
Si lasciò ricadere sul letto, ancora tiepido del calore dei loro corpi, le membra stanche e la mente ingombra di interrogativi. Il profumo di lei aleggiava ancora nell’aria, lieve ma persistente, come un ricordo che non si decide ad andarsene. Si sentì morire, e quasi lo desiderò davvero. Avrebbe voluto tornare ad un’ora prima, riportare indietro le lancette dell’orologio, cancellare quel gesto idiota. Fermarsi un attimo prima, cercare nei suoi occhi una risposta, una conferma. Ma non si può riscrivere ciò che è già stato detto e fatto, né disfare un dolore già inflitto. È una tragica illusione, un crudele inganno della memoria che offre seconde possibilità solo nella mente, mai nella realtà; un brutto film muto che si spezza nel momento cruciale, lasciando solo la pellicola bruciata di un rimpianto irreversibile.
Si girò su un fianco, fissando il cuscino vuoto. Flutur non c’era più, e con lei se n’era andata anche la possibilità — forse unica, forse l’ultima — di sentirsi visto, accolto, capito. Non soltanto desiderato. Il silenzio nella casa pareva ormai definitivo, senza appello. Nel petto gli scavava un vuoto sottile e tagliente, come se ogni battito spezzasse un frammento di cuore. Era il fio da scontare per aver osato credere, anche solo per uno scampolo di tempo, che la sua vita potesse contenere una felicità non misurabile con il solo metro del possesso o della transazione. Continuava a porsi incessantemente una domanda: perché aveva agito in quella maniera? Perché? Lui non era così! Era un uomo tormentato, ma non cattivo, non spregevole, tuttavia il peso dei suoi errori ed il timore di infrangere un copione appreso lo avevano spinto a compiere la mossa più sbagliata, proprio nel momento in cui avrebbe dovuto mostrare il suo vero sé. Chiuse gli occhi e tirò il lenzuolo sulle gambe. Forse, ritornando a dormire, avrebbe potuto fingere che nulla fosse accaduto! E magari, proprio nei sogni, Flutur sarebbe tornata! Solo per sussurrargli, piano: «Non serviva offrirmi niente. Soltanto non farmi sentire merce, oggetto. Non era difficile. Bastava ascoltarmi. Capirmi. Accorgerti di chi avevi davanti.»
Rinunciò al sonno, restò sveglio a interrogare il proprio destino, ad affrontare un personale scrutinio dell’anima. Si rese conto, con un nodo di fiele nel petto, di aver esaurito la sua quota di salvezza. Aveva speso tutto, dato tutto (o forse niente), e ora restava solo, incapace di gestire il bis della vita. Non aveva più “fiches” da giocare al Casinò della vita: l’ultima mano al tavolo verde, quella giocata con Flutur, l’aveva visto barare con i sentimenti, perdendo la partita e anche la dignità.
Autore: Andrea Catalfamo
Pagina Substack dell’autore: Andrea Catalfamo
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