Quante volte ci siamo trovati a parlare delle nostre ferite familiari per poi scontrarci con il muro del giudizio, delle frasi fatte e dei tabù sociali?
In questo testo intimo e profondo, l’autrice esplora il peso delle aspettative, la complessità delle dinamiche genitoriali e la forza incompresa della rabbia. Una riflessione lucida e coraggiosa che mette in discussione il concetto di perdono a tutti i costi, ricordandoci l’importanza di rimanere fedeli a noi stessi e alla propria storia.
Buona lettura!
Denuncia alla moralità
Ho deciso di scrivere questo articolo non per farvi contenti, forse il contrario.
Vi voglio arrabbiati, indignati, dubitanti, voglio che per un attimo vi guardiate e sentiate vacillare l’ultimo punto che credevate saldo nella vostra vita.
Questo articolo è per voi, cari lettori, per chi come me è stato spesso incompreso, non ascoltato, deriso e giudicato. È per chi si è sempre dovuto nascondere dagli occhi giudicanti piuttosto che ricevere aiuto o almeno, comprensione.
Questo articolo è per chi ha sempre subìto e poi è stato messo da parte, o per chi, sempre come me, è stato visto come qualcosa di diverso da ciò che è realmente.
Avete presente quel momento in cui vi ritrovate a discutere di certe dinamiche familiari e chi vi ascolta inizia ad assumere un atteggiamento a pelle, quasi strano?
Come se aveste toccato un tasto dolente nonostante stiate parlando della vostra esperienza personale?
Siete lì, pronti ad aprirvi e già iniziate ad avvertire in loro una sensazione strana, come se stiano sudando freddo. Poi ne seguono le varie domande che cercano di trovare giustificazioni, quello che dite passa come per qualcosa che forse non è stato ragionato abbastanza prima di dirlo, come se non aveste calcolato tutte le possibilità prima di aver esposto, e quindi reso ancora più reale, il vostro problema.
I migliori sono quelli che cercano di non prendere posizione per poi finire ad indicarti cosa sarebbe meglio fare secondo loro, non cercano di trovare una soluzione con te, impongono la loro:
“Io non posso capirti, però dovresti fare così”
Atterriti dalla proiezione che avviene nei loro processi mentali, smettono di guardare il tuo problema e non accettando che potrebbe essere il loro, trasformano te nel problema.
E tu sei lì, magari seduto a fissare il mare perché sostenere lo sguardo in quello momento è troppo, e hai appena scaricato la tua valanga personale di certezze ricevendo in cambio una meravigliosa risposta:
“Esistono delle leggi sociali che fa troppa paura sfidare, tu lo stai facendo e per questo sei solo”.
Sì, perché guai a mettere in dubbio le figure genitoriali. Significherebbe mettere in dubbio la propria persona, e quando hai costruito una vita piena di certezze sull’illusione della tua infanzia, ne hai fatto la tua identità, chi viene a mettertele in discussione è sicuramente sbagliato.
Eh sì, perché le scelte che facciamo giornalmente vantandoci di avere il libero arbitrio, in realtà ruotano su 5 cardini:
Vedere e agire nel bene
Vedere e non agire
Fare finta di non vedere
Agire nel male
Vedere e agire nel male
La maggior parte fa finta di non vedere e molti scelgono di non agire anche se vedono.
Questi, mossi dal bisogno di giustificare e ignorare per poter andare avanti con la loro retorica di vita, sono gli stessi che si aggrappano a frasi come:
“Erano altri tempi”
“Sono pur sempre i tuoi genitori”.
E voi sconfitti vi ritrovate per essere presi per pazzi, strani, incapaci, gli ingenui del villaggio.
Quasi vi dovete giustificare di aver fatto tali pesanti affermazioni.
Ma voi lo sapete, non ci vuole tanto a fare un semplice paragone:
“Se io sono stata in grado di interrogarmi, vedere e cambiare, anche loro avrebbero potuto.”
E qui, non c’è retorica che regga.
Tutti hanno la capacità di interrogarsi e sentire cosa sia giusto e cosa sbagliato.
È un disagio che parte da dentro, ma siamo tutti davvero in grado di comprendere il significato di quella sensazione, decifrarlo, accoglierlo?
Spesso demonizziamo le emozioni negative perché l’adulto umano deve essere “educato e gentile”, ovvero “zitto e ubbidiente alle leggi sociali”, ignorando che emozioni come la rabbia o la frustrazione, se sapute decodificare, dicono molto più su noi stessi che sugli altri. Le emozioni non sono altro che impulsi dei nostri bisogni e desideri, e lo sono tutte. La rabbia se razionalizzata, è il timone della nostra identità. Se presa con le pinze, questa ci dice dove stanno toccando i nostri punti deboli, e forse poi è lì che dovremmo soffermarci di più.
La rabbia quindi, mi piace vederla come un allarme al quale poi noi, dovremmo rispondere con un report.
Dovremmo, perché come detto prima, è usuale nasconderla, camuffarla, ignorarla, demonizzarla per l’appunto, e con sé stessi, meglio ancora liquidarla col “perdono”.
A me dispiace pure che questo sentimento deva ricevere un trattamento così misero e limitato.
Una mancanza di rispetto per se stessi.
Perché, per quanto il perdono possa partire da noi, non può ridursi a una parola pronunciata nella speranza di stare meglio.
Pensiamo veramente di perdonarli giustificando loro con “Non avevano gli strumenti per cambiare”?
O in realtà lo facciamo per sentirci superiori?
Del resto, con quell’affermazione stiamo dicendo che erano degli incapaci, e a noi cosa ha reso invece capaci?
Quanto è veramente sano sentirci superiori a loro?
Per chi magari ha dovuto subire per un’intera infanzia la parentificazione, quest’ultima affermazione, viene avvertita per giunta come una presa in giro.
Per troppo tempo hanno dovuto prendere sulle spalle responsabilità non loro, in uno scambio di ruoli dove è il minore a finire per doversi prendere cura dell’adulto.
Una presa in giro, una volta che gli stessi divenuti adulti, hanno visto il ripetersi continuo dello stesso meccanismo.
Quindi il perdono, se vogliamo chiamarlo in causa, per rispetto, dovrebbe essere una cosa guadagnata e non sempre meritata.
Non possiamo perdonare l’ingiustizia, altrimenti per assurdo, dovremmo farlo con tutte le cose ingiuste che sono successe e succedono nel mondo.
La perdita di moralità a riguardo è strettamente legata all’idea che più o meno si ha del perdono ai giorni d’oggi.
In realtà, come individui tendiamo sempre di più verso il perdono come un modo per ignorare il male subito, e come società per ignorare il male causato al fine di un bene collettivo maggiore.
Invece di aspettarci una presa di responsabilità, concediamo giustificazioni.
Questa deriva è causata in buona parte da una perdita di empatia collettiva dove alla ricerca estenuante del benessere, il male minore viene giustificato per un bene maggiore. Più giustifichiamo chi è stato violento, manipolatorio o abusante, più chiudiamo gli occhi di fronte a quel bambino che ha sofferto quando chi doveva proteggerlo lo ha esposto al peggio che potesse immaginare.
È per questo che nascono poi, quei quesiti morali come:
“È ammissibile sacrificare la vita di uno per il bene di molti?”
E qui invece io vi chiedo moralmente:
“È ammissibile sacrificare ciò che avete vissuto per un’illusoria sensazione di pace?”
Non si può perdonare chi dovrebbe stare fuori dalla nostra vita, fuori dal confine da noi imposto.
Il perdono richiede un destinatario, che in questo caso non è raggiungibile, e farlo significherebbe solo invalidare sé stessi, ciò che è stato vissuto e ciò che si è provato.
Il perdono è una concessione.
Non è un mezzo per fare “passare” la rabbia o il rancore.
Con questi ultimi, ci si mette da parte e ci si ascolta.
Il “report” di cui parlavamo prima, è la razionalizzazione, la comprensione, il distacco.
E soprattutto, il perdono non è un dovere.
Non siamo genitori degli altri.
Al massimo siamo figli e genitori di noi stessi.
Cari lettori.
Quel male che abbiamo ricevuto non sempre è stato ascoltato nel modo giusto quando lo abbiamo esposto, ma solo noi possiamo trovare in noi stessi quello di cui avevamo bisogno: ascolto, comprensione e cura.
Ma per rispetto di noi stessi e degli altri, non possiamo pretendere di accogliere ruoli che non ci appartengono.
Rispettatevi sempre, e con rabbia se serve.
Perdonate voi stessi per i piccoli bisognosi di cura che eravate, perché nessuno meglio di voi conosce la vostra storia e sa quanto stiate faticando per vedere finalmente, quella luce in fondo al tunnel.
Con rabbia e con affetto,
Bocca di Leone
Pagina Substack dell’autrice: Bocca Di Leone
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Addoloratissima per Bocca di Leone che ha vissuto questa lacerante esperienza filiale, di delusione permanente. Visto l'appello a mostrarsi rabbiosi e rivoltosi verso i nostri datori di vita, mi trovo a dovermi dissociare in quanto ho avuto due genitori , a questo punto devo definire, speciali. Io. Nella mia normale problematicità adolescenziale, fatta di paure e tentazioni ed errori e quant'altro segue, ho trovato in loro accettazione, sostegno, difesa contro tutto e tutti. Se sono riuscita a vivere godendo quanto di bello mi occorreva e disperandomi per i miei fallimenti l'ho sempre fatto coscientemente.
Molto interessante l'articolo sul Picchio. Complimenti.
Il discorso sulla rabbia che rivela più di noi stessi che degli altri è illuminante. Ho affrontato l'argomento in un podcast di Raiplay Sound a cui ho collaborato che di chiama appunto Rabbia 3.0, in particolare nel capitolo 2 in cui si parla dei «Maestronzi».
Se ti va di ascoltarlo metto qui il link
https://www.raiplaysound.it/programmi/rabbia30
Un saluto
Luca