Nel testo proposto questa settimana ci addentriamo in una fantascienza vicina, intima e fin troppo plausibile, dove il futuro bussa alla porta sotto forma di una busta da lettere. Una di quelle lettere scritte per essere giuridicamente chiare e umanamente opache.
In questo domani, vicino più che mai, persino il calore delle nostre case cessa di essere un rifugio privato per diventare un dato misurabile, analizzato da un’autorità invisibile.
Tra una Roma bagnata da una pioggia sporca e le dinamiche di tre generazioni a confronto, questo racconto ci mette davanti a uno specchio: cosa succede quando la tecnologia pretende di quantificare i nostri bisogni più intimi, trasformando il benessere in una stima matematica?
A voi le risposte, Buona lettura!
Comfort stimato
La busta arrivò piegata male.
Non per colpa del postino. Nel 2028 i postini consegnavano ancora carta solo quando la carta aveva già attraversato tre macchine, due centri di smistamento automatico e una procedura di priorità materiale che decideva se un documento meritasse cellulosa, inchiostro, trasporto e una mano umana.
Le buste ordinarie arrivavano sottili, leggere, quasi colpevoli. Questa era più spessa.
Lucia la trovò nella cassetta del condominio alle 18:42, rientrando dal patronato.
Fuori pioveva quella pioggia sporca di Roma che non lavava niente. Depositava particolato sulle macchine, riapriva l’odore dei tombini, schiacciava le foglie morte sui marciapiedi. Il portone di via dell’Acqua Bullicante si chiuse alle sue spalle con un colpo sordo. L’androne conservava ancora un vecchio tepore assorbito durante il giorno dai muri e dai corpi in transito. Non era caldo. Era solo meno freddo della strada.
Lucia aveva cinquantotto anni, due ginocchia consumate e un lavoro part-time in un patronato dove, ogni mese, arrivavano persone con lettere che non capivano. Lettere dell’INPS, dell’Agenzia delle Entrate, della ASL, dei fornitori energetici, del Comune. Lettere scritte per essere giuridicamente chiare e umanamente opache.
Lei le leggeva.
Le traduceva.
Diceva dove firmare, dove non firmare, dove mancava un allegato, dove la parola “decadenza” significava che qualcuno aveva perso qualcosa senza essersi mai accorto di possederlo.
Quella sera la lettera era per lei.
Sul fronte della busta, sopra il suo nome, c’era il nuovo logo dell’Autorità per la Transizione Energetica Domestica: un cerchio verde, una casa stilizzata, una linea sottile che attraversava il tetto come un respiro trattenuto.
Sua madre era in cucina.
Novantadue anni, mani ancora grandi, schiena curva, memoria intermittente. Si chiamava Adelina, ma da quando la memoria aveva iniziato a perdere attrito tutti la chiamavano nonna, anche Lucia. Non per tenerezza. Per semplicità.
“Hai comprato il pane?” chiese Adelina. “Sì.”
“Quello vero?”
“Quello che c’era al supermercato.” “Allora no.”
Lucia appoggiò la borsa sulla sedia e posò la busta sul tavolo, accanto alla tovaglia cerata. La cucina aveva ancora i termosifoni in ghisa, verniciati così tante volte che le gole interne si erano quasi chiuse.
Dietro il termosifone più grande, quello sotto la finestra, il muro era diventato grigio negli anni. Non muffa nera. Non ancora. Una pellicola continua fatta di polvere cotta, umidità e inverni.
Adelina guardò la busta. “È aumentato il gas?” “Non lo so.”
“È sempre il gas.”
“Non lo chiamano più così.”
Lucia prese il coltello piccolo dal cassetto e aprì la busta lungo il bordo. Dentro c’erano otto pagine piegate in tre. La prima aveva un’intestazione lunga:
Comunicazione di avvio del Profilo Termico Domestico Integrato - Fase Pilota Lazio Centro. Sotto, in carattere più piccolo:
Misura di equità energetica, contenimento volontario della domanda e tutela delle utenze vulnerabili. Lucia si fermò sulla parola “volontario”.
Nel suo lavoro aveva imparato che volontario non significava sempre scelta. Spesso significava che il rifiuto era permesso solo a chi poteva permettersene le conseguenze.
Adelina aprì il cassetto delle posate. “Quanto vogliono?”
“Non è una bolletta normale.”
“Se arriva in busta, vogliono qualcosa.” Lucia lesse in silenzio.
La lettera spiegava che, a causa della crescente instabilità dei mercati energetici europei, della necessità di ridurre responsabilmente i picchi di consumo e dell’obiettivo nazionale di solidarietà termica, le utenze domestiche avrebbero ricevuto un profilo personalizzato di consumo, dispersione e compatibilità abitativa.
Non si trattava più soltanto di metri cubi. Non si trattava più soltanto di chilowattora. Si trattava di comportamento.
Ore di riscaldamento.
Delta tra temperatura interna ed esterna. Numero di occupanti.
Fasce d’età.
Ricambio d’aria.
Presenza di soggetti vulnerabili. Efficienza stimata dell’involucro edilizio.
Compatibilità tra richiesta termica e classe dell’abitazione. In fondo alla pagina, un riquadro verde prometteva:
Nessuna famiglia vulnerabile sarà lasciata senza calore essenziale. Lucia rilesse la frase due volte.
Calore essenziale.
Non calore.
Essenziale.
Adelina mise due piatti sul tavolo. “Che dice?”
“Dice che installano un modulo.” “Un contatore?”
“Qualcosa del genere.” “Il contatore c’è già.” “Questo misura altro.”
“Che altro c’è da misurare? O consumi o non consumi.” Lucia non rispose subito.
Fuori, nel cortile interno, il pluviale del terzo piano perdeva acqua a intervalli regolari. La goccia colpiva la tettoia di plastica dell’appartamento al mezzanino con un suono morbido, senza eco. Quasi tutti nel palazzo conoscevano quel suono. Nessuno sapeva esattamente da dove venisse. Era il tipo di guasto abbastanza piccolo da non diventare mai materia di assemblea e abbastanza continuo da diventare paesaggio.
La porta si aprì.
Entrò Matteo, il figlio di Lucia.
Ventisette anni, laurea magistrale in diritto ambientale, contratto di consulenza con una fondazione che lavorava sulla transizione urbana. Aveva scarpe bagnate, uno zaino tecnico e un impermeabile sottile in materiale riciclato. Lo appese alla sedia senza guardare la pozza che si formava sotto.
“È arrivata anche qui?” chiese, vedendo la busta. “Sai cos’è?”
“Il profilo termico. Sì. Ne abbiamo parlato oggi in fondazione.” Adelina sbuffò.
“Allora traducila tu.”
Matteo sorrise. Aveva un sorriso gentile, stanco, leggermente impaziente. Il sorriso di chi credeva di stare dalla parte giusta della storia e cominciava già a sentirsi sfinito dal doverlo spiegare.
“È una misura di giustizia energetica, nonna.” Adelina lo guardò.
“Quindi costa.”
“Non è questo il punto.” “È sempre il punto.”
Matteo prese la lettera dalle mani della madre e scorse rapidamente le pagine. Non stava davvero leggendo. Riconosceva il linguaggio. Lucia osservò i suoi occhi muoversi sulle frasi come certi giovani avvocati si muovevano sui formulari standard: non cercando il significato, ma la struttura.
“Funziona così”, disse. “Il sistema confronta i consumi della casa con parametri oggettivi. Se consumiamo troppo rispetto alla classe dell’edificio e al numero di persone, segnala dispersione o comportamento inefficiente. Chi spreca paga di più. Chi è vulnerabile viene protetto.”
“Io sono vulnerabile?” chiese Adelina. Matteo esitò.
“Sì, nonna. Rientri nei parametri.” “Allora perché devono misurarmi?”
La domanda rimase sul tavolo più a lungo della cena.
[…]
Autore: Francesco Bonifazi
Quella domanda resta sul tavolo, ma la storia non finisce qui. Per questioni di spazio non è stato possibile pubblicare l’intero testo su questa pagina: se siete curiosi di scoprire come va a finire, potete scaricare gratuitamente la versione integrale [qui].
Pagina Substack dell’autore: Francesco Bonifazi
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