Una confessione che disarma, il coraggio di pronunciare ad alta voce ciò che la società preferisce tacere. Si spalancano le porte di una stanza in cui nessuno dovrebbe sentirsi solo.
Tra il peso insostenibile dei giudizi altrui, i fallimenti di un sistema che scricchiola e la dignità ferita di chi non smette di lottare, le parole sincere di Sara smontano ipocrisie e luoghi comuni, tracciando il confine sottile tra la vergogna taciuta, la rabbia lucida e il bisogno urgente di ritrovare voce e ascolto.
Buona lettura!
Ciao, sono Sara
Ciao, sono Sara e sono disoccupata.
Ho frequentato per un anno Al-Anon e conosco bene la realtà degli Alcolisti Anonimi. So quanto coraggio e quanto tempo ci vogliono per riuscire a dire, prima a se stessi e poi a voce alta: “Sono Sara e sono X”. Che quella X stia per alcolista, disoccupata, o per qualsiasi altra parola che porti con sé vergogna, negazione, rifiuto e senso di colpa.
Sia chiara una premessa doverosa: per la mia esperienza, non oserei MAI paragonare una dipendenza patologica a uno stato di disoccupazione. Ma anni fa, io e Guido avevamo progettato un blog con lo stesso identico spirito di un gruppo di autoaiuto: disoccupatianonimi.com.
Oggi ho un’esperienza pluriennale in questo settore. Sulla disoccupazione ne ho viste di tutti i colori, da ogni prospettiva. Dall’esterno, grazie a un corso di Selezione e Gestione delle Risorse Umane che mi ha insegnato cosa, come, chi e perché cercano le aziende oggi; e da “dentro”, come disoccupata che si sbatte da anni a destra e a manca. Intorno a me, nessuno si capacita di come sia possibile che una donna brillante, in gamba e capace come me stia a casa. Ho vissuto la realtà di CAF, Centri per l’Impiego e agenzie interinali. Ho una laurea in Psicologia Clinica. E sono una donna di 47 anni che vive da sola e non può contare letteralmente su nulla.
C’è tanta ipocrisia, tanta ignoranza e un oceano di non detto su questo mondo.
Certo, come in qualsiasi gruppo umano, anche tra i disoccupati ci sono le “mele marce”: quelli che se la godono e svangano tra un sussidio e l’altro, ben felici di fottere il sistema. Non lo nego, sarebbe sciocco. Ma non si può condannare un’intera categoria per colpa di qualche imbecille. Sarebbe come negare i diritti ai veri invalidi solo perché esistono i falsi invalidi.
Io, da questo momento in poi, parlerò sempre e solo dei VERI disoccupati. Quelli come me. Quelli che oscillano da un tentativo all’altro e non sanno più dove sbattere la testa. E non parlo dei ventenni – beati loro, hanno ancora la vita davanti e varie agevolazioni fiscali – parlo della fascia 35-60 anni. Quelli incastrati tra i post-29 e la pensione.
Siamo tanti. Ci vergogniamo. Minimizziamo, evitiamo, ci nascondiamo barricati in casa o isolati su una panchina per non subire la pena o, peggio ancora, il GIUDIZIO. Perché sotto sotto, dietro ogni consiglio dispensato a fin di bene da parenti e conoscenti, c’è sempre quel velo sottile di: «Beh, però...». Il mio cervello, la mia mente e il mio cuore ormai recepiscono ogni “Ma com’è possibile?” come una critica sottintesa. Il sottotitolo è sempre lo stesso: «Tu non hai fatto abbastanza, tu non cerchi abbastanza».
Anni fa non avrei mai avuto il coraggio di scrivere queste parole. La vergogna rispetto alle ex compagne di scuola con carriere “wow” era troppa. Ricordo ancora quando la mia terapeuta mi disse che, finché non lavoravo, non avrei potuto conoscere un uomo, perché presentandosi bisogna poter dire: “Ciao, sono Sara e faccio X”. Capii il senso relazionale della frase, ma tra le lacrime le risposi: «Quindi mi sta dicendo che chi non lavora non ha diritto di essere amato?». Detto da una psicoterapeuta sistemico-relazionale. E ho detto tutto.
Oggi voglio poterne parlare. Voglio scriverne senza più nascondermi. Sicuramente avrò fatto cento errori nelle mie scelte di vita, ma sono altrettanto lucida e obiettiva nel dire che IL SISTEMA NON FUNZIONA. Dai Centri per l’Impiego, ai CAF, fino alle politiche regionali sul lavoro: è tutto impallato.
Se unite le due cose: i limiti e gli errori umani di un disoccupato PIÙ un sistema totalmente rotto... beh, calcolatela voi la somma.
E questo non è piangersi addosso o fare la lagna. Questa è esperienza sul campo. È aver sperato e sperimentato sulla propria pelle. Chi ha un suo posticino sicuro nel mondo e non mette piede in un CPI o in un’agenzia interinale da 2 anni, prego, si astenga dal commentare. Di fuffa ne sentiamo già abbastanza dalla mattina alla sera.
Il primo comandamento della vita rimane sempre lo stesso: non giudicare mai senza sapere. Come diceva il mitico Luigi Pirandello: «Prima di giudicare la mia vita mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io...».
Benvenuti in Disoccupati Anonimi. La stanza è aperta.
Autrice: Sara
Pagina Substack dell’autrice: Sara
#ScritturaCreativa #SubstackItalia #ScrittoriEmergenti
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Hi Sara. This article was timely for me and my son. I too experienced the “failure” of not getting a job in my field ( education), as has my 35 year old son. He has a finance degree but has not been lucky in employment. He’s been offered selling insurance for example. But that’s not something he ever wanted to do. Right now, he is a delivery driver. A job that he feels us a disgrace to his age and intelligence. Finding employment has to be one of the most stressful things in the universe! At least from our experience, it certainly is. We are struggling every month to just get by, even with both our incomes. He feels his dream of a good life has been shattered and doesn’t know where to go next. This is unacceptable. No hope at 35? Where do we go from here? Any suggestions ? Thank you for stating so plainly what many of us have experienced. 💕
Grazie alla Redazione per questa opportunità, per aver creduto in me e nel mio pezzo.. e per le parole che avete scelto per introdurlo. Grazie davvero, Sara