Proprio l’altro ieri ho appeso tre quadri sulla mia parete; lì in alto, dove l’occhio mai vi era stato buttato. Affetto dalla mia perenne ingenuità e inconsapevole, ho dato avvio ad un processo di rimodellazione cerebrale attivo e dirompente: ho creato verticalità. Sovrapponendo alla scrivania, e alle sue cianfrusaglie, dopo strati e strati di bianco stucco, iniqui e sterili quadri, ho bipartito lo spazio d’interesse. Allungandolo come una cicca fredda ne ho allontanato l’orizzonte e stirato il ventre; ammorbando i contenuti sui bordi ho disteso le pareti della mia stessa stanza e svelato un alone di gotico fino a quel momento rimasto incorporeo. Debitore a questa casualità o meno, d’ora in avanti mi sarà impossibile astenermi dall alzare lo sguardo: delimitare l’attenzione alle quattro polverose chincaglie che mi attendono sulla scrivania si proporrebbe come un ammutinamento del fremito oculare: difatti impossibile.
Lo stesso capolavoro demiurgico lo svolge Céline, a mio avviso smisuratamente dirompente nell’eccentricità della decostruzione; che in lui non rimane mera caduta ma trivellazione tellurica. Ciò che la verticalizzazione sembra ammiccare è una direzione empirea; mentre il “principino rude” ci propone una scalinata ctonia, o più precisamente una vorticosa discesa: è necessario trattenere il respiro; inevitabilmente attende il lettore una manciata di terriccio negli occhi e di limo su per le narici. Lo scriba del grottesco che del suo stile si compiace e pavoneggia, non ha semplicemente scovato una forma e un metodo talmente liquidi da divenire inarginabili; ha costretto il mondo a non poterne più fare a meno o, nel peggiore dei casi, sentirsi obbligati ad emularlo siamesicamente.
Céline è la reincarnazione bipede di un dado di guanciale e il regno dove sguazza malinconico è la propria padella di rame: nello spettro celiniano non vi sopravvivono mondi alloctoni alla teglia, tutto è riconducibile ad essa e rocambolescamente ribaltatovi. Si palesa così un corpo viscido e unto, sporco oltremodo e speziato, proprio là, dove la cotenna si irruvidisce e l’orecchio scoppia e bombarda palle di cannone: pare quasi un “amoroso farfallone”. S’abbandona al tepore del salvataggio cominciando a sciogliersi, liquidando quel grasso in eccesso che non è altro che marciume e viscosità d’animo; cocendoglisi dentro, solleticato dalle bolle e ridendo sguaiatamente, scoppietta un poco in là e un poco in qua, vagabondando senza mai spostarsi. Si abbrustolisce, parla poco e lo sa, gode come chi tacito e pensieroso fa i conti con la propria carne cotta e irreversibilmente coriacea; si annerisce verso l’esterno e sulle punte degli angoli smussati dalla supremazia truce appare la voglia dell’appassimento. Non è la guerra a fare del gallo rude un suo seguace: egli stesso confonde il conflitto e lo traveste; delle sante atrocità resta ben poco, tutto è ciccia, è polpa di grasso nell’interno invisibile di cui Céline si nutre e fagocita, allentandosi sardonico nella danza circolare più cannibalesca della storia.
Autore: Federico Maiocchi
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