La scorsa settimana sono stati diffusi quelli che dovrebbero essere gli ultimi “Epstein files” pubblicabili. La quantità di materiale si attesta attorno ai tre milioni di documenti di vario tipo (email, messaggi, appunti, fotografie e chi più ne ha più ne metta), mentre altrettanti sono i fascicoli che rimarranno riservati, perché considerati altamente sensibili o perché legati a indagini in corso.
Ma già questi primi tre milioni, liberamente consultabili sul sito del Dipartimento di Giustizia americano, sono tanti, troppi, e navigare in questo mare di carta (o meglio, di bit) è un’impresa degna dei migliori esploratori. Per questo motivo, com’è normale che sia, si cerca di prendere delle scorciatoie, con però il rischio di farsi portare via dalla corrente algoritmica che governa i nostri profili social.
Il fatto è che i nomi noti al grande pubblico presenti in questi file sono moltissimi e, di conseguenza, si prestano a facili scandali. Elon Musk che domanda quando si terrà “il party più scatenato dell’isola”; Bill Gates che contrae una malattia venerea per essere andato a letto con delle “ragazze russe”; Richard Branson che chiede a Epstein di portare “il suo harem” al loro prossimo incontro. Notizie già impacchettate e titolate, troppo succose per lasciarsele sfuggire.
Il problema è che queste prove sono poche, facilmente smentibili ed è molto improbabile che riescano intimorire gli uomini più ricchi del pianeta. Lo stesso vale per i politici. Se è vero che il nome di Trump compare circa 3200 volte e che quello di Macron è presente in almeno 211 documenti, non risultano conversazioni dirette tra il magnate pedofilo e i due presidenti. I loro nominativi compaiono sempre in scambi avvenuti tra Epstein e altri personaggi ai margini della politica internazionale, in particolare Steve Bannon, consulente strategico di Trump nei primi mesi del 2017.
In quanto italiani (e anche in quanto europei), è soprattutto su questa figura che dovrebbe concentrarsi la nostra attenzione. Tra il 2018 e il 2019, infatti, Epstein e Bannon hanno intrattenuto una corrispondenza piuttosto fitta, in cui Bannon teneva costantemente aggiornato il finanziere riguardo ai partiti politici che stava seguendo: “Ora sono consigliere per il Front, Salvini, AfD, Swiss People's Party, Orbán… il prossimo maggio ci sono le elezioni del Parlamento europeo, possiamo passare da 92 a 200 seggi, fermare qualunque legislazione sulle criptovalute o qualunque cosa vogliamo.”
Messaggi come questo fanno capire come ci fosse, da parte di Epstein come di altre figure di spicco della finanza americana, un certo interesse ad avere in Europa una solida coalizione di destra, se non di estrema destra. È vero, tutto ciò non è sufficiente per montare un caso, poiché dai file non emergono prove di finanziamenti illeciti o di effettivi tentativi di manipolazione.
Tuttavia, i dubbi ormai si sono insinuati e sarà molto difficili dissiparli: in un mondo dove persone come Jeffrey Epstein e Sean Combs sono stati ai vertici della società per interi decenni, continuare a riporre fiducia nei ricchi e potenti sembra sempre più un atto di lucida follia.
Autore: Emmanuel Beccarelli


