Anche in una società come quella odierna, attenta al benessere personale molto più che in passato, persistono ancora alcuni comportamenti poco salutari che influenzano la vita di molte persone, esponendoci a rischi talvolta evitabili. Uno di questi è certamente l’abitudine al fumo, che si stima ogni anno causi circa 8 milioni di vittime nel mondo; di questi, oltre il 16% è costituito da non fumatori esposti a fumo passivo.
Non si tratta però solamente di tumori e sostanze chimiche letali che, come precedentemente riportato, rappresentano una delle maggiori cause di mortalità. Gli effetti negativi sulla salute sono visibili ben prima che il problema diventi irreversibile: il fumo, infatti, agisce sull’organismo scatenando risposte biochimiche diffuse, quasi fosse il direttore di un’orchestra.
Grazie al progredire della ricerca scientifica, nuove interessanti scoperte si stanno integrando agli aspetti già noti, offrendoci una panoramica sempre più completa di come il nostro corpo risponde agli stimoli e di quali effetti ne conseguono. Di seguito, cercheremo di dare un preciso significato ad ogni passaggio.
Il fumo di sigaretta contiene migliaia di sostanze, tra cui metalli pesanti, come cadmio e piombo, e gas tossici, come il monossido di carbonio, che scatenano una reazione a catena nel cervello. Tra gli altri aspetti, queste sostanze danneggiano le cellule cerebrali. Il danno non avviene per “combustione” diretta, ma attraverso un processo chiamato stress ossidativo: i radicali liberi, molecole instabili, attaccano le membrane dei neuroni, danneggiando i grassi e le proteine che le compongono. Inoltre, le tossine del fumo interferiscono con la capacità dei mitocondri di produrre energia.
Un neurone senza energia non può mantenere i suoi segnali elettrici e, se il danno persiste, attiva un protocollo di “suicidio cellulare” chiamato apoptosi.
Ma è vero che le cellule cerebrali non sono in grado di autorigenerarsi? In passato si pensava che questa capacità fosse nulla; oggi sappiamo che esiste una produzione di nuovi neuroni, che avviene mediante neurogenesi, in zone specifiche del cervello, come l’ippocampo. Tuttavia, la nicotina e le tossine associate agiscono come un freno chimico, riducendo drasticamente il tasso di nascita di queste nuove cellule.

Un altro effetto che il fumo scatena a livello cerebrale è il danneggiamento dei ponti che collegano il tessuto neuronale, le sinapsi. Se le sinapsi si deteriorano, la comunicazione tra le aree cerebrali rallenta. Questo spiega perché, nel tempo, attività di studio e organizzazione diventano più faticose, riducendo anche la memoria a breve termine.
Il risultato, quindi, non è una minore capacità neuronale, ma la creazione di veri e propri ingorghi che rallentano le vie di comunicazione dei tessuti cerebrali. Questo sforzo extra genera stress biologico, che il sistema limbico interpreta come un segnale di allarme, spingendo l’individuo a cercare la gratificazione immediata là dove sa di poterla trovare: “sono stressato, ho bisogno di una sigaretta”. È un’illusione chimica che peggiora la causa del problema.
Perché avviene questo processo apparentemente illogico e ingenuo? La nicotina stimola il rilascio di dopamina: per il cervello primitivo, la dopamina è il segnale che è stato svolto un processo vitale, come mangiare o riprodursi. Il fumo viene quindi etichettato erroneamente come una necessità biologica primaria e per la Neocorteccia (logica e razionale) diventa più difficile anteporsi all’istinto e interrompere questo processo. Quindi, la nicotina spinge il cervello verso lo sfruttamento di ciò che è noto: invece di esplorare soluzioni alternative allo stress, il cervello sceglie la via più breve e già tracciata: la sigaretta.
Dopo aver analizzato attentamente come il fumo influenza il nostro comportamento, dobbiamo guardare a cosa succede al resto dell’organismo. Infatti, il danno non si ferma ai neuroni; il fumo influisce sulla capacità del sangue di trasportare ossigeno. Fumando, si inala Monossido di Carbonio, un gas che ha un’affinità per l’emoglobina (la proteina che trasporta l’ossigeno nel sangue) circa 200 volte superiore a quella dell’ossigeno. Questo significa che meno ossigeno viene trasportato ai muscoli e al cervello, aumentando la stanchezza fisica e cognitiva. Il fumo danneggia il rivestimento interno dei vasi sanguigni, inducendoli alla vasocostrizione.
Un ultimo aspetto da sottolineare sono gli effetti a lungo termine. Le sostanze cancerogene interagiscono direttamente con il DNA delle cellule. Se i meccanismi di riparazione del DNA falliscono, la cellula può iniziare a riprodursi in modo incontrollato, portando alla formazione di neoplasie (tumori) in vari organi. Inoltre, la rigidità dei vasi sanguigni discussa in precedenza facilita l’accumulo di placche di colesterolo, aumentando drasticamente il rischio di infarti e ictus.

Se volete saperne di più, potete visitare il sito di enti e riviste scientifiche che affrontano, tra gli altri, anche questo argomento. Io vi consiglio Neuropsychopharmacology, disponibile all’indirizzo https://www.nature.com/npp/.
Occhio alla scienza!
Autore: Marco Bonaita


