Spazio profondo, 432° giorno di isolamento. A bordo dell’astronave “Avanti”, dispersa e lontana da qualsiasi rotta intergalattica, il silenzio e la solitudine possono diventare i peggiori nemici della mente umana.
Tra il senso di colpa per scelte estreme e la presenza ipnotica di Inanna — un’entità bio-tecnologica capace di generare materia viva —, il capitano cercherà disperatamente una ragione per continuare ad esistere, sfidando i confini tra la vita, il dolore e la follia.
Buona lettura!
Basta piagnucolare
Entrai nella camera di decompressione con piglio deciso. Non si poteva avere accesso a Inanna senza prima essersi sottoposti a un rigoroso bagno asfittico in cui qualsiasi fonte di pericolo—specie i batteri di Clang, ormai endemici nell’universo e portatori di malattie contagiose—veniva eliminata. Le porte scorrevoli fischiavano in modo infernale e quando si chiusero ebbi uno spasmo. Sapevo cosa stava arrivando. La sterilizzazione al 100% non avveniva senza costo. Pronto, ingoiai amaro e aspettai. Degli erogatori posti negli angoli iniziarono a spruzzare vapori violacei che in breve tempo riempirono tutta la camera. Dolori forti si irradiarono nel mio corpo. Quando le porte si riaprirono, indicando che la pulizia era finita, stetti qualche secondo immobile cercando di riprendere controllo sulla mia corteccia celebrale, troppo impegnata a spegnare le fonti dei dolori nei miei nervi.
Proseguì. Era il 432º giorno che passavo da solo sull’astronave “Avanti”, facente parte della flottiglia Centurion diretta verso la Guerra intergalattica tutt’ora in corso nella Galassia di Seeld Nizzog. O almeno, era diretta verso la guerra. Ora vagava dispersa nello spazio più profondo senza nessuna possibilità di aggancio ai vettori interspaziali. E senza aggancio ai vettori non c’era possibilità di connettersi alle stazioni di lancio intergalattiche. Succedeva. Non spesso, ma era un rischio calcolato. In un viaggio interspaziale vi erano possibilità di sgancio durante il lancio a velocità della luce… E ovviamente era successo a me e alla mia astronave. Avevo provato di tutto per cercare di tornare in rotte battute o perlomeno riuscire ad atterrare in un pianeta abitabile, dove forse avrei trovato dei trasmettitori abbastanza potenti da poter comunicare con qualcuno. Ma sapevo che in realtà le speranze non esistevano. L’astronave era in balìa dell’universo più dimenticato, meno esplorato e, anche se avessi trovato un qualsiasi modo per comunicare, non avrebbero certo tentato un’operazione di recupero. Mi avrebbero detto che sarei stato onorato e ricordato per sempre e che sarei morto come un soldato.
I corridoi laminati che portavano a Inanna producevano in me una sorta di timore reverenziale a ogni passo che facevo. Il silenzio sovrastava ogni cosa, ma percepivo comunque un freddo clangore costante. Sapevo che in presenza di Inanna queste sensazioni sarebbero state ancora più amplificate; qualcosa di primordiale e soverchiante strisciava tra quelle pareti.
Dieci soldati erano presenti sulla mia nave “Avanti”. Una volta risvegliatoci dal sonno criogenico per via dello sgancio, il panico aveva preso surrettiziamente possesso di ognuno di noi. Passata l’euforia iniziale dovuta alla ricerca di una soluzione, la possibilità di passare un’intera esistenza dentro quel cubicolo spaziale aveva deturpato la mente di tutti. Io, come capitano, avevo un dovere morale nei loro confronti. Una notte li uccisi tutti nel sonno. I loro corpi non fecero alcuna resistenza, quasi fossero già morti. Liberai i cadaveri nello spazio e la visione di quelle nove persone che rotolavano via tra gli spartiti delle stelle mi fa svegliare madido ogni notte. Ma era quello che andava fatto. Quegli uomini non potevano più farcela e meritavano di spegnersi tra le braccia dell’universo.
…
E io? Cosa mi meritavo?
…
Ormai i miei ricordi e la mia identità sfumavano sempre più. Avevo ucciso nove uomini a sangue freddo, ma non riuscivo a porre fine alla mia stessa vita. E più passava il tempo e più il proposito di farlo svaniva nei recessi di qualche viaggio mentale. E poi anche il tempo stava iniziando a perdere di significato… riducendosi a un pezzo ammuffito di nulla.
Fui davanti all’ultima porta scorrevole prima di Inanna. Premetti il pulsante ed entrai. Lo spettacolo era, come sempre, clamoroso. Il trait d’union tra l’uomo e la natura. L’umanità aveva impiegato millenni per creare quello che era a tutti gli effetti un organismo vivente in grado di donare altra vita e creare biologicamente e cellularmente qualsiasi tipo di materia viva. Si muoveva nella sua teca con i suoi lunghi tentacoli filiformi. Pareva formata da carta velina, uno spettro rosa che vorticava in mille rivoli di luce. Mi avvicinai al pannello di controllo.
Inanna era uno dei principali motivi per cui l’umanità stava riuscendo a imporsi come impero universale. Non ce n’era solo una, ovviamente. Decine di migliaia di astronavi contenenti Inanna erano partite per la guerra. Con le giuste risorse, ognuna di esse poteva produrre centinaia di soldati al giorno e inondare pianeti meno sviluppati da conquistare, oltre ad essere la prima fonte dell’esercito nelle schermaglie per procura con gli altri imperi. Ma la risorsa primaria per farla funzionare, una materia prima chiamata gisalto, trovata in grande quantità su Nettuno nel 2345, non era certo di facile ed economico reperimento. E soprattutto veniva stoccata in alcuni pianeti specifici—chiamati Pianeti Base—strategici per il corso della guerra. Ciò comportava che le astronavi non avevano a disposizione molto gisalto, se non quello necessario per creare cibo per l’equipaggio. Ora, con solo lui come componente attivo, la nave aveva a disposizione ancora buoni quantitativi di materia prima.
Ed era arrivato il momento di creare qualcosa che non fossero zucchine o legumi. Vagavo senza orientamento nel mio delirio perduto. Avevo pensato a creare una donna, ma ormai non avevo più nessun istinto sessuale e, soprattutto, avrei utilizzato più risorse di gisalto di quanto potessi permettermi. Nella mia confusione mentale e spirituale l’unico istinto che ancora si produceva era… quello paterno. Iniziai a macchinare con il pannello di controllo. Il gisalto inondò la teca e Inanna se ne nutrì, assorbendolo con tutto il corpo.
Poi la magia iniziò. E fu vita.
*
Il bambino tracimava montagne di zucchero nella mia vita ormai arida e desolata. Secondo le mie stime e conteggiando la quantità di gisalto che avevo utilizzato, doveva avere intorno ai sei anni. Si muoveva nell’astronave con la grazia di un gatto e osservava tutto con scrupoloso interesse e curiosità. Badavo di non lasciarlo toccare qualche tasto vitale, attivando qualche campo gravitazionale o sparando raggi laser nel vuoto. Il fatto che non potesse parlare non mi disturbava affatto. D’altronde anche io avevo quasi perso la facoltà di parola e, dopo tutto quel tempo senza spiccicarne alcuna, pensavo seriamente che le mie corde vocali si fossero cristallizzate. Inanna poteva sì donare la vita, ma nessuna conoscenza. I soldati che produceva per la guerra erano infatti pura carne da macello, addestrati in pochi giorni solo a sparare e a odiare il nemico di turno. L’ipotesi di insegnare al bambino a parlare o a scrivere non mi passò nemmeno per l’anticamera del cervello. Non ero un’insegnante. Ero stato un cane bastardo, un soldato ammassa cadaveri. Ora non ero più nemmeno quello. Solo carne viva in un’anima morta.
Più che altro passavo il tempo osservandolo. Quella sferzata di vitalità mi ricordava cosa volesse dire essere umano; cosa volesse dire bruciare di energia senza una ragione, senza trovare sempre un motivo per appassire come un platano morente. Quando gli portavo del cibo impazziva dalla gioia e si metteva a divorarlo selvaggiamente, la bocca grondante e gli occhi spiritati. Col tempo iniziai a preparare dei manicaretti sempre più complessi e utilizzavo Inanna per creare le carni più pregiate, le verdure più succose e il pesce più fresco. Osservarlo mentre divorava famelicamente ciò che gli proponevo era diventata l’unica fragile scintilla di luce in quel buio pesto.
Avevamo anche una sorta di gioco. Trovai una pallina da tennis che uno dei membri dell’equipaggio aveva portato con sé. Gliela iniziai a lanciare. Il bambino correva come un primate, agguantava la palla con la bocca lurida e me la riportava indietro. Ogni volta che riusciva a depositarla nella mia mano, scoppiava in una risata rinfrancante. Risuonava strana nella gola, quasi riverberasse una volta di troppo tra le sue vene giugulari. L’energia che aveva negli occhi guizzava come avesse poteri soprannaturali, come se quella vita che possedeva non fosse… reale…
*
Basta, Basta, Basta, Basta, Basta, Basta piagnucolare. Il bambino non smetteva di piangere e lamentarsi e non capivo quale fosse la ragione. Continuavo a preparargli i cibi più svariati, ma ormai sembrava preferisse morire di inedia piuttosto che cibarsene. Non rincorreva più la pallina, non si incuriosiva più di un accidenti di nulla. L’unica cosa che gli riusciva sistematicamente e con intensità paurosa era frignare. Alternativamente manteneva lo sguardo perso nel vuoto, come se avesse avuto mille amici nella vita e tutti lo avessero abbandonato alle intemperie. Mi infuriavo. Ripresi a parlare, ma fu solo per sbraitargli contro e insultarlo e chiedergli per quale assurda ragione si comportasse così quando aveva tutto: vita, cibo, divertimento. Per tutta risposta scoppiava in lacrime e si rintanava negli angoli più sperduti dell’astronave, gemendo e martoriandosi le mani e il corpo con graffi continui.
Mi arresi all’evidenza che anche lui era impazzito. Come il resto dei membri dell’equipaggio. Perché solamente io ero in grado di mantenere i nervi saldi in quella diamine di situazione? Decisi che avrei dovuto eliminarlo. Non potevo certo mantenere in vita un frignone dal pianto continuo. I miei padiglioni auricolari non potevano sopportare quello strazio ancora a lungo. Il bambino percepì i miei intenti assassini e si nascose in tutti i pertugi possibili. Ma conoscevo ogni anfratto dell’“Avanti”.
Infine, lo trovai sotto al depuratore dell’acqua nella stiva. Non la finiva di strillare. Razza di ingrato bastardo. Con tutto quello che gli avevo dato, nemmeno la decenza di comportarsi come si deve. Lo presi per il collo e lo strozzai, facendogli pian piano scemare in gola quell’onda di lamenti. Rimasi per un po’ col suo cadavere in braccio, seduto sul pavimento metallico e freddo. Ero di nuovo solo. Non ne potevo più di quella tristezza. Volevo qualcosa che mi facesse svagare, che non mi distruggesse l’anima con la sofferenza. Qualcosa che non sarei dovuto finire a uccidere.
Gettai il corpo nello spazio siderale.
*
Il nuovo bambino era di una piacevolezza unica. Avevo macchinato con Inanna e impostato i seguenti parametri: assenza di ghiandole lacrimali, sorriso perennemente stampato in faccia e incapacità di provare dolore. Anche se quest’ultima veniva intesa da Inanna come assenza esclusivamente di dolore fisico.
Ma finalmente mi godevo il mio bambino, che mi sorrideva e non si lamentava e mangiava e giocava con quella cazzo di pallina. La lanciavo e lanciavo e lanciavo e lanciavo. E lui mi sorrideva.
Un giorno non lo trovai più. Mi infuriai. Anche lui mi aveva tradito? Anche lui era impazzito? Lo cercai in lungo e in largo, ma non ne trovavo traccia. Il mio cuore palpitava dall’ira. Volevo solo essere un padre, volevo solo creare vita. Non potevo morire solo, incompiuto. Dove diavolo poteva essere?! Avevo controllato dappertutto a parte… No! Inanna!
Corsi come un forsennato verso la stanza della creatrice. C’era qualcosa di diverso, di torbido, un ‘energia roteante che fin dal corridoio mi spinse a stare in allerta, il fiato corto che cadenzava i miei passi. Passai dalla camera di decompressione chiedendomi come avesse fatto quel bambino sena cervello ad attivare i meccanismi per poter accedere a Inanna.
Irruppi nella stanza con la pallina da tennis ben stretta nella mano. Il bambino era intento a osservare il vorticare rosa di Inanna nella teca. Appoggiava la manina sul vetro, cercando di aggrappare i filamenti sbrilluccicanti. Gli scaraventai la pallina sulla nuca e appena si girò, il viso contratto nel sorriso, gli mollai uno schiaffo molto pesante. Non fece un verso. Si limitò ad osservarmi, i denti ancora in bella vista. Il suo costato si muoveva in maniera irregolare, come se qualcosa brulicasse tra le ossa.
Lo aggrappai per il braccio, stringendolo in maniera ossessiva, e cercai di trascinarlo fuori. Lui si impuntò e cercò di resistere con tutte le forze, sempre con il sorriso stampato in faccia.
A un certo punto si sentì un sibilo. Poi un altro ancora più forte. Inanna si agitava in maniera convulsa, vorticando i suoi tentacoli rosa con potenza inaudita. La luca si fece intensissima e inglobante e io iniziai a preoccuparmi. La creatrice cercava di spaccare la teca, scagliando i suoi filamenti con ferocia. Trascinai il bambino verso il corridoio, malmenandolo con virulenza. Mentre stavamo per riuscire a fuggire, sentii qualcosa di viscido e ghiacciato scorrermi sulla spalla.
Poi mi entrò nell’orecchio. Vidi tutto rosa.
Dove mi trovavo? Che dimensione era? Non possedevo più un corpo… Dov’era il bambino?
Una voce risuonò tra le pieghe di quel rosa. Ovattata, pacata. La voce di un’entità, non di una persona.
<<Non puoi vivere senza sofferenza. Non puoi esistere senza dolore.>>
Inanna? Come poteva essere senziente? Era solo un progetto umano….
Ma i miei pensieri si fecero sempre più acquosi e rosa. Svanii piano come una candela morente.
Abbracciai la mia sofferenza…
Autore: Vemple- Edoardo Dima
Pagina Substack dell’autrice: Vemple
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