Il 25 aprile dovrebbe essere il giorno in cui l’Italia si riconosce, senza ambiguità, nella propria rinascita: la fine del nazifascismo, il prezzo pagato da partigiani, soldati e civili, la conquista della libertà. Dovrebbe. Perché anche quest’anno le piazze hanno raccontato altro: non unità, ma frattura; non memoria, ma scontro.
Accanto a cerimonie istituzionali sempre più svuotate — poche presenze, silenzi che pesano — si sono imposti cortei carichi di tensione. A Milano, simbolicamente, la distanza è diventata insanabile: da una parte il corteo sostenuto da realtà della sinistra, dall’ANPI e da Rifondazione Comunista; dall’altra la Brigata Ebraica, scesa in piazza in modo pacifico per onorare la Liberazione.
Nel mezzo, non un confronto, ma uno strappo. Dal corteo di sinistra sono partiti cori come “assassini”, “razzisti”, “carnefici”, rivolti alla Brigata Ebraica. Parole pesanti, che non appartengono alla memoria del 25 aprile, ma a un conflitto contemporaneo trapiantato forzatamente in una ricorrenza storica.
È questo il punto: il 25 aprile è stato svuotato e riempito d’altro. Palestina, Israele, Stati Uniti: temi complessi, legittimi nel dibattito pubblico, ma estranei alla natura di questa giornata. Le bandiere straniere hanno spesso oscurato il tricolore, mentre il ricordo di chi ha combattuto per liberare l’Italia è rimasto sullo sfondo, quasi accessorio.
Manifestare è un diritto. Ma ogni ricorrenza ha un senso, e tradirlo significa indebolirne il valore. Il 25 aprile non è un contenitore generico di rivendicazioni: è una data fondativa, un momento preciso della nostra storia collettiva. Nel frattempo, le cerimonie ufficiali si svuotano. Le piazze dedicate al ricordo istituzionale registrano presenze esigue, quasi simboliche. Un contrasto evidente rispetto alla partecipazione numerosa e accesa dei cortei politicizzati. Il contrasto è netto: pochi presenti per ricordare, molti per contestare. È un segnale che non si può ignorare.
La domanda, allora, non è retorica: cosa resta del 25 aprile? Se la memoria diventa terreno di scontro e non più di condivisione, il rischio è che perda la sua funzione più profonda. Non unire, ma dividere. Non ricordare, ma riscrivere.
E senza una memoria condivisa, anche l’identità di un Paese inizia a incrinarsi.
Autore: anonimo


